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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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(Dicembre 2006) 

Gentile Direttore,
approfitto della squisita disponibilità offerta ad una sinergia con lettori e cercatori sulle pagine web delle vostre pregevoli edizioni. Spero che una voce "contro", ma sempre all'interno della grande stima che nutro per il vostro lavoro sia ben accetta. Mi riferisco alla bella lettera recentemente ricevuta dalla "libera cercatrice". Ho sempre, limite mio, percepito come una sorta di ossimoro i termini "libero" e "cercatore", una sorta di contra-dizione quando la libertà non venga semplicemente e semplicisticamente declinata come divertissement a briglia sciolta tra le tradizioni. Perchè è qui, a mio avviso il limite e l'arrischio, precisamente nell'incapacità di scorgere come solo nel "legame" con la Tradizione, nel nesso indissolubile e vincolante con le voci ed i topoì in cui questa si invera, a darsi libertà e possibilità di varco oltre la mera fluttuazione dello psicologico e delle sue velleità, sempre sottese di avere e  potere, di utile e perchè. E mai nella vaghezza di una libertà e di un riferimento ad una quanto mai fumosa e utopica, nonchè intellettualmente debolissima, "Unità trascendente delle religioni", una sorta di metaTradizione in cui le specificità e le differenze irriducibili tra le sapienze - premessa e promessa di dialogo fecondo e indissolubilità dei distinti - annegherebbero in un enfasi tutta emotiva su un "Amore" del quale non si riescono a scorgere i tratti esigentissimi e terribili, vincolanti e liberatori ad un tempo. Mi pare che sia proprio questa idea piuttosto naif ad essere veicolata dall'opera di una pur meritoria iniziativa quale le edizioni Simmetria. Una sorta di strabismo che - incapace di con-tenere nella coincidentia oppositorum, nella dialettica che pure dovrebbe costituire il cardine ed il contenuto di tanti autori trattati nelle vostre operette - scivola verso la confusione e il pressapochismo. Offro queste riflessioni senza alcun intento polemico ma unicamente a fini di dialogo e confronto. Un grazie ancora e buon lavoro.

 Francesca Mascagni

Abbiamo scelto la sua lettera fra tante proprio per la sua impostazione critica anche se, sinceramente, ho qualche difficoltà a declinare la prima parte, in cui le nostre edizioni appaiono meritorie e degne di grande stima, con la seconda parte, in cui, a seguito dell’intervento di una nostra lettrice, Lei ritiene che le medesime possano indurre in sincretismi pressapochisti.

Non comprendo bene in qual modo Lei abbia tratto l’impressione che noi si possa avallare un ecumenico Amore sentimentale, all’inseguimento di qualche debole utopia. E’ nostra intenzione mostrare esattamente il contrario e, se con Lei non ci siamo riusciti, o ha letto solo alcuni dei nostri testi oppure ha confuso la nostra sincera apertura allo studio e all’ascolto, per commistione e accettazione alla… “volemose bene”.

Riguardo l’esigentissimo Amore liberatorio e vincolante di cui Lei parla, ha ragione, ma siamo nel settore delle… frasi a rischio. Entriamo in un settore operativo, spiritualmente lontano da ogni romanticismo e anche da ogni intellettualizzazione. E’ questo un discorso assai poco democratico e intender non lo può chi non lo prova.

Sono anche completamente d’accordo sull’assoluta irriducibilità di principi sapienziali vincolati a sistemi spirituali provenienti da tradizioni diverse. Per questa ragione concordo pienamente sull’ossimoro tra il libero cercatore e la libertà e, se non l’ha ancora letto, le consiglio “Gusci di Noce sul fiume Giallo” di Lu Dzao Cian Li che si spinge proprio nella direzione da lei indicata e la approfondisce in un modo molto particolare.

Però mi permetto di osservare che se il cercatore non ritenesse e sperasse, per lo meno all’inizio della sua ricerca, d’esser libero di poter cercare, molte ricerche morirebbero di sclerosi intellettuale (che è la morte peggiore), prima ancora di iniziare. E il mondo è pieno di cadaveri di sedicenti tradizionalisti, prigionieri della loro idealizzazione sclerotica della tradizione. In questa epoca, che segna l’agonia di molti filoni spirituali, tradizionali e autentici, è a volte più fortunato il pazzo che si getta dalla rupe, come Psiche di Apuleio, di colui che si tuffa nella melassa di qualche transfuga di congreghe snaturate, o ancor peggio, di chi delega sterilmente la liberazione della sua anima alla superstiziosa adesione a liturgie in cui non si riconosce. 

Lascio perciò la sua lettera alla attenta riflessione dei nostri lettori, augurandomi che possano trarne stimoli per ulteriori contributi e approfondimenti.

C.L.


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