(Gennaio 2007) 

Caro Direttore,

mi chiamo Alberto.
Ho avuto modo di leggere le altre lettere a Lei indirizzate. Del pari ho anche avuto la possibilità di leggere alcune opera da Lei editate. Non sono tipo che si prolunga in piaggerie oppure in complimenti di forma.
Ritengo che la Sua attività sia utile, molto utile.
Mi interessa quindi rivolgerLe alcune domande, molto semplici ossia prive di eccessive prolusioni ed auto-incensamenti: mi importano le Sue risposte, di quanto penso io sinceramente sono stufo.
Rileggendo le altre lettere riportate nel sito mi è parso di scorgere l’immagine dell’uomo che ha piedi per camminare ed occhi per guardare con la precisione, però, che talvolta questo uomo guarda con i piedi oppure cammina con gli occhi. Se gli occhi prefigurano il lato "esoterico" o mystico della Realtà, mentre i piedi simboleggiano la parte "exoterica" o formalistica della Stessa, Lei ritiene che la Tradizione, come spesso viene invocata ed evocata, sia l’equilibrio di queste due tendenze?
O meglio ancora, Ë segno di maturità spirituale e stabilità interiore camminare con gli occhi oppure guardare con i piedi?
Ed ancora, ritiene sia possibile catalogare la Realtà in maniera univoca, ovverosia identificandola solo ed esclusivamente con il visibile o viceversa con l’invisibile?
Cosa pensa di quei tradizionalisti cipressini che vivono la Realtà come un funerale e di quei aperturisti che hanno talmente tanto aperto le finestre da non avere muri?
Non ritiene anche Lei che dietro agli aut aut, si nasconda comunque una volontà titanica dell’uomo di imporsi su quella divina?
Mi scuso se L’ho incalzata con domande magari banali, ma forse il mysterion si nasconde nella semplicità più che in discorsi complessi.
I complimenti e la raccomandazione sincera a che Lei ed i Suoi collaboratori non smettano mai a seguir virtute e conoscenza.
Alberto

Caro Alberto
Grazie per il riconoscimento di esser utili: con l’aria che tira ci capita spesso di farci la fatidica domanda "cui prodest?". E ogni tanto, diciamo la verità, veniamo assaliti da qualche momento di sconforto.
E veniamo alle sue domande.
Mi è piaciuta molto l’immagine dell’uomo che cammina con gli occhi e guarda con i piedi… però non so dirle cosa voglia dire "maturità spirituale". Forse perchÈ non sono abbastanza "maturo" pur essendo abbastanza vecchio. In questo mondo incerto e confuso io credo infatti che ognuno speri di camminare con i mezzi giusti e poi si trovi a fare un uso improprio del suo corpo e della sua anima, o perchè ha avuto dei cattivi maestri, o perchè sta affogando nella superbia.
Chi soffre di arterosclerosi tradizionalista cammina quasi sempre con la testa ma, invece di avere gli occhi nei piedi, agli occhi… ci rinuncia del tutto, in quanto Ë terrorizzato che possa accadergli di vedere veramente qualcosa.
Visibile ed invisibile, determinato e indeterminato, razionale e irrazionale; potremmo continuare seguendo Plotino, Proclo e tanti altri, ai confini di ciè che non è confinabile e pretendendo di mettere paletti intorno a Dio, come alcuni pretendono di fare. La dimensione umana necessita e vive di recinti e di definizioni e, nel contempo, del coraggio di abbandonarli. La liturgia e la ragione ci portano (a volte) verso i confini delle definizioni e in prossimità dell’eterno: dopo deve accadere qualcosa che non accetta definizioni nè confini. E si da il caso che tale passaggio non sia riservato a tutti in questa esistenza.
Una volta che si sia raggiunta (e non è per niente facile) una Tradizione, per avere accesso alla reale parte esoterica, è necessario dotarsi di occhi ben aperti e disposti nel posto giusto (che, detto tra noi, non è nè nella testa nè nei piedi… ma nel cuore).
Inoltre è indispensabile… una fortuna sfacciata, un Maestro abilissimo e possibilmente "cattivo", e delle capacità di discriminazione per filtrare le baggianate che ci vengono proposte quotidianamente.
Riguardo ai tradizionalisti cipressini (mi piace moltissimo il termine lugubre) e agli aperturisti ad oltranza, si, lei ha ragione in pieno. La presunzione si nasconde sotto mille forme, tanto più nelle dimensioni disfattiste come in quelle iperottimiste.
Vorrei ricordare però che una tradizione che non sia anche gioia, è una tradizione… morta mentre una tradizione che è sempre gioia…non è una tradizione.
Grazie infine per la raccomandazione finale, anche se, sia per la Virtù come per la conoscenza,… la vedo proprio male. Noi ci proviamo a seguire sia l’una che l’altra, ma poichè siamo certi di non riuscirci, preghiamo Dio ogni giorno che ci aiuti a sbagliare il meno possibile. 

 


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