Gentile direttore,

volevo ricollegarmi ad un “dibattito” iniziato in alcune precedenti lettere per cogliere l’occasione di avanzare alcune riflessioni, dal “basso” della mia inesperienza e giovane (troppo?) età.

La discussione sugli “universalismi” spirituali, sui “minestroni” e sui presunti pressapochismi mi ha riportato alla memoria uno scambio di idee che ebbi con una persona tempo fa. L’amico in questione fece una considerazione di questo tipo: “In fondo è così semplice! L’uomo soffre perché desidera, e cosa desidera in fondo, se non la Felicità? Basterebbe che ognuno fosse in grado di raggiungere la felicità, oltre gli ostacoli del mondo e della società, e il desiderio, la sofferenza, cesserebbero.” Ragionamento più che lineare, non fosse per il fatto di aver trascurato un elemento non propriamente trascurabile, e cioè che… ciascuno ha la propria idea di Felicità. E non solo ciascun popolo (per modello culturale), ma anche ciascun individuo. E se la mia idea di felicità “cozza” con la tua… siamo capo a dodici.

Questo per dire che forse, in effetti, è il sentimento – o meglio il sentire - spirituale ad accomunare l’uomo, un sentire che probabilmente è identico in tutte le tradizioni di tutta la storia umana; sono le modalità ad essere differenti. Forse è questo che potrebbe intendersi come “meta-tradizione”, non rispetto al modo di avvicinarsi al divino, ma rispetto alla percezione stessa del divino. D’altronde, come si sa, dietro ai “diecimila esseri” non c’è che il Tao, dietro al pantheon indù non c’è che il Brahaman, dietro all’Esistenza non c’è che l’Essenza, che è una con essa (wahdat al- wujûd), dietro lo specchio dello zen non c’è..alcuno specchio, e dietro i raggi della ruota non c’è che… il mozzo.

E questo mozzo, questo Vuoto, questo Brahaman, questa essenza non sono che lo stesso identico Ineffabile, nelle sue diverse manifestazioni.

Ma qui si va ad inciampare nel solito dito che indica la luna. Ci ostiniamo a guardare il dito, e va benissimo, perché, se è vero che l’importante è la meta, altrettanto importante è come ci si arriva, poiché scegliere di viaggiare in automobile anziché in bicicletta sicuramente influenza la qualità del viaggio, anche se in definitiva la meta finale è ciò che conta. Perciò, dopo aver guardato per bene il dito, bisogna guardare la luna. E non dimenticarsi che c’è una luna da guardare, all’infuori di tutte le dita che possono indicarla, peggio, scambiando queste per la luna. Ho trovato particolarmente significativo a proposito  il discorso sul “distruggere le icone” trattato in “Maleducazione spirituale”.

Il mezzo che noi scegliamo per percorrere la Via deve essere certo un buon mezzo, solido, ben costruito, poiché un’automobile molto originale ma con tre ruote difficilmente assolverà la sua funzione,ecco il senso della Tradizione, di essere un mezzo costruito su basi solide, già “collaudate” da coloro che vennero prima di noi, e che a noi consegnano questo mezzo, certi della sua affidabilità.

 Qui non si tratta di pressapochismi o “volemosebenismi”, si tratta del fatto che esistono tanti mezzi quanti sono i “viaggiatori” (d’altronde il Buddha  stesso dichiarò di aver “rivelato la dottrina attraverso svariate centinaia di migliaia di ablità nei mezzi salvifici, come diverse interpretazioni, descrizioni spiegazioni e ragguagli” ma anche che “la vera dottrina è oltre la sfera del ragionamento e deve venir appresa dal Tathagata” [Sutra del Loto] ). E trovo che l’indagare gli “svariati mezzi” non sia un peccato di pressapochismo, ma anzi la prova che non ci si è fissati a guardare il dito, a contemplare com’è bella ed elegante la nostra automobile nella forma, trasformando la Fiamma della Tradizione in… cenere antica.

Mentre noi siamo ancora qui a litigare per decidere se sia meglio percorrere la Via in automobile, in bicicletta o in monopattino, la luna è sempre lì e aspetta di essere guardata.Qui risiede, credo, la nostra pochezza.

Indagare e discernere i diversi mezzi è atto di umiltà e di vera libertà di scelta, poiché la scelta la si può operare, lapalissianamente, solo tra due o più cose, e avendo cognizione di esse.

Si dice, d’altronde, che “le vie del Signore sono infinite”!

Saluto calorosamente Lei e tutti i collaboratori di Simmetria, con l’augurio di continuare la vostra libera ed appassionata Ricerca.

Lettera firmata

Cara amica.

Prima di tutto grazie, e complimenti per le sue acute osservazioni. Una persona così giovane che ha voglia di entrare in merito ai cosiddetti “massimi sistemi” è sempre una piacevole speranza per chi giovane non è più.

Vorrei aggiungere una breve puntualizzazione su quanto diceva il suo drastico amico, a proposito della felicità,  e anche qualche parola sul famigerato “dito” e sulla luna.  Sui dizionari di filosofia (Abbagnano e simili), in genere, c’è scritto che la felicità è collegata ad uno stato di soddisfazione, in relazione alla propria situazione nel mondo. Qualche volta si specifica che è necessario non confondere felicità con beatitudine. Quest’ultima viene invece collegata ad una percezione ineffabile, che può essere totalmente indipendente dalla condizione umana, e quindi comporta una visione religiosa, o “mistica”, o comunque metafisica dell’universo.

Forse è proprio per questa ragione che una certa filosofia mediatica, sedicente “laica” (Augias, Flores D’Arcais, Galimberti, o l’onnipresente Odifreddi e altre… simil-nature) tende a considerare la beatitudine come uno stato di alterazione psichica o s’impegna a riportarla, come meglio può, ad una fruizione “illuministicamente” e “galileianamente” terrena. Sappiamo anche che la felicità, se seguiamo Epicuro (Diog.L II) è connessa al piacere e il piacere al bene.  Viceversa, se seguiamo Platone, può essere connessa alla virtù, “Possedere bontà e bellezza” è un aspetto della felicità (Gorgia, Convito, ecc.).

Senza entrare in ulteriori citazioni vorrei concludere che se l’aspirazione umana viene confinata al campo della soddisfazione terrena, e quindi sensoriale, esistono metodi e perfino sistemi parareligiosi, che forniscono a profusione strumenti psichici e fisici, per cercare di conseguire lo stato di maggior soddisfazione possibile, di miglior “benessere” o gratificazione. Se invece, da qualche parte dell’anima, sorge una forza incontenibile che spinge a cercare il perché della propria esistenza… indagandone l’origine e il fine, e cercando con tutto se stessi “l’Assoluto”, indipendentemente dalla sofferenza psichica o fisica che tale “travaglio” può comportare; se si cercano il Bene o il Bello, o l’armonia, dentro e oltre i confini della nostra persona,… allora iniziano… i guai.

Come tu dici, è giustissimo indagare su tutti i mezzi filosofici tramandati dalla Tradizione nei millenni, perché l’uomo impari le mappe per tornare a Casa. (La nostra associazione, in fondo, ci sta apposta). Ma poi bisogna discriminare.  E diventa pressoché inevitabile guardare… le dita e le lune, confondendo le une con le altre, ci si ingarbuglia orribilmente con una, nessuna e centomila Vie, si cercano i cavalieri, il Graal, il re del mondo, o…chi ne fa le veci. Si affoga nel relativo parlando dell’Assoluto, si accumula scienza nel sacco della mente, e il sacco sembra sempre più vuoto.

Altre volte, con un lampo di genio, si prova a riempire il cuore. E già, ma bisogna sapere dov’è. E anche qui ci si impastoia tra le emozioni e la pretesa che le stesse ci portino a dilatare la coscienza. Ci si imbatte nel Sutra del Loto o nella Prajnaparamita. Ci si chiede se il discorso di Cristo sulle Beatitudini abbia avuto altri significati, se a Roma esistano ancora i Fratres Arvales, se l’Oro si aggredisce con il Mercurio o con… la soda caustica, se i Salmi siano per i vivi… o per le salme,  e ci si domanda quanto sia… grezza ‘sta benedetta pietra da lavorare; spesso e volentieri si gira a vuoto e, ovviamente, qualche volta, guardando con invidia le pecore, può venir voglia di dar ragione a Leopardi quando diceva: “tu sei felice o greggia, che non conosci la tua miseria”.

Cara amica, io sono convinto che riuscire a percorrere decentemente e ordinatamente una sola e particolare Via, sia già una cosa complicatissima.  Prima di tutto perché è veramente difficile incontrare “una Via”, e secondariamente perché (ammesso che la si sia trovata) tra i ciottoli della strada, c’è quest’essere, antipatico, misterioso, nascosto, spiazzante, spesso introvabile, che si chiama Maestro, e sul quale è indispensabile inciampare (sperando che non sia una patacca pure lui).

Perciò solo rarissime volte, tale impresa, conduce a qualche tipo di approdo spirituale.  Invece ritengo assai probabile che pasticciare contemporaneamente con un centinaio di ipotetiche vie dia la garanzia… assoluta di non arrivare da nessuna parte. E’ vero: sarebbe una meraviglia se si potesse “iniziare” dall’Assoluto e scavalcare ogni Via, ogni… dito, ogni maestro fasullo. Il problema è che noi galleggiamo nel relativo, quindi  l’unica speranza, sotto un certo aspetto, è che sia Lui, il… signor Assoluto, ad iniziare in noi.  Perché questo accada, come avrai letto sicuramente da diverse parti, bisogna… sedersi come il Buddha, o, se preferisci, orientarsi come il Cristo. E’ ‘na parola, se qualcuno non te lo insegna e non ti da una mano!

Diceva un mio caro amico scomparso: “se Kairos ci passa accanto, può accadere di aver l’occasione per smettere di girare in tondo”. Un po’ come Paolo sulla Via di Damasco. Ci vuole una bella caduta da cavallo. Non è detto che una sola caduta basti, e non è detto che non ci si rompa l’osso del collo, ma sembra che sia indispensabile per intravedere, da molto lontano, la tana del Bianconiglio o, se ti dice bene, il mozzo della ruota.

Un abbraccio con moltissima simpatia e stima

C.L.

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