Caro Direttore,

    il Suo editoriale “La sincerità e la cattiva fede (Editoriale n.15)" (leggi qui), mi ha suscitato alcune riflessioni, ahimé, molto meno colte delle Sue, ma che le sottopongo ugualmente, sperando di non provocare sconcerto per la loro poca attinenza.

    È da un po’ che rifletto sulla faccenda della buona fede, della malafede e in generale sull’affidabilità di chi dichiara di avere per le mani una verità più o meno universale. In particolare assistiamo sempre di più ad espressioni di estremizzazione delle posizioni, siano esse religiose, politiche o ideali, persone che avremmo ritenuto dotate di buon senso e moderazione, d’un tratto sfoggiano opinioni tranchant su questo o quel argomento e l’aspetto più preoccupante, è che questi punti di vista non sono negoziabili. D’un tratto lo sguardo si fa vitreo, la voce severa e stentorea, l’aria seccata. Il dissenso, si ha la netta impressione, è non solo di cattivo gusto, maleducato e inopportuno, no, dimostra, da parte dell’interlocutore, una profonda e incolmabile ignoranza che il detentore di Verità non ha alcun desiderio/tempo/inclinazione di colmare con spiegazioni e fatti. Lui sa, tu no. Sempre più spesso inoltre si assiste a dialoghi fra sordi, o sarebbe meglio dire a monologhi contemporanei e sgradevolmente cacofonici. Mi domando allora il perché di tutto questo. Da dove saltano fuori, d’un tratto, tutte queste convinzioni monolitiche? Posto che non si tratta di un’improvvisa svolta verso un alto grado di discernimento dell’umanità, di che cosa si tratta?

    I media sempre più spesso propongono sondaggi fatti al mercato o in mezzo alla strada sui più svariati argomenti. Sempre l’interpellato/a ha un’opinione, fondata su incrollabili certezze, riguardo al tema del giorno. Nessuno, mai, risponde: “non so, non ci ho mai pensato, non ho un’opinione in proposito, non mi interessa”. (Oppure gli interventi degli incerti vengono censurati e non vengono messi in onda, cosa che confermerebbe il sospetto che il dubbio non và, è out, non fa audience?).

    L’atteggiamento giusto da avere, sembrerebbe, è quello di un cinico e superiore distacco, dall’alto del quale si emettono sentenze apodittiche. È ovvio inoltre, che l’opinione che si comunica al mondo deve essere originale, diversa, mai banale e sorprendente. Quindi se la maggior parte della gente, per esempio, ammira ingenuamente l’altruismo di Madre Teresa di Calcutta, qualcuno subito affermerà con l’aria saccente di chi la sa molto più lunga degli altri, che essa era in realtà una cialtrona, una ciarlatana, anzi, una criminale. “Ha, ha, ha, tu ancora credi a quello che ti dicono?” Dopodichè si farà riferimento a un qualche sito internet dove sono disponibili tutte le prove video/audio/documentarie del caso (corredata di foto della santa donna che strangola un lebbroso). Il Dalai Lama? Un losco figuro, un malfattore (prove nero su bianco di vaste corrispondenze di Tenzin Gyatso con Bush/Osama Bin Laden/Satana/Adolf Hitler “il più amato dai dietrologi”). Padre Pio? Un millantatore (video su YouTube in cui si disegna le stimmate col pennarello). L’importante è che l’opinione dell’altro sia dimostrata essere sorpassata, disinformata, priva di originalità. (Per quello che mi riguarda, se qualcuno avesse delle informazioni per screditare santi, persone famose per motivi umanitari e uomini e donne di chiara fama, è pregato di non dirmelo. Non lo voglio sapere.)

    E questo ci porta a uno dei problemi di questa epoca di Grandi Verità (Svelate Dal Profeta Internet). Esse sono tutte di seconda, terza e quarta mano. Nessuno si prende più la briga di andare di persona a controllare, a verificare, o almeno, per precauzione, di sospendere il giudizio. E passi che qualcuno creda fermamente che gli UFO hanno attaccato le torri gemelle (o è stata la CIA, o il Mossad, o un esercito di cloni di Adolf Hitler?), ma la cosa si fa davvero preoccupante quando si parla di percorsi spirituali. È diventato ormai impossibile parlare con chiunque di qualsiasi argomento, senza incappare dopo poche frasi nello sguardo vitreo di cui sopra. Siano essi Cattolici, Tradizionalisti, Buddisti di varia denominazione, Islamici, tutti sembrano aver ingoiato a colazione il Grande Libro Della Verità Rivelata Inappellabile, che, naturalmente, è del tutto incompatibile con ogni altra visione del mondo, religione, via, pratica, filosofia, tradizione, culto.

    Ho udito frasi del tipo: “La lettura di ogni altro libro, all’infuori della Bibbia, è del tutto inutile!”, pronunciate con lo sguardo feroce e la sicumera di un talebano, da una signora di settant’anni che ritenevo fino a quel momento un’innocua pia donna. Intendiamoci, non che ci sia niente di male, quel che preoccupa in questa frase è che non viene detto: “Io, personalmente, preferisco a questo punto della mia vita concentrarmi sulla lettura di un solo testo perché in esso trovo tutto quello che mi serve”. È l’atteggiamento difensivo/aggressivo che fa riflettere.

    Capita sempre più di frequente, quando chiedi qualcosa a qualcuno molto sicuro di sé su un dato argomento, che ti dica, con l’aria arcigna da Guardiano della Soglia Del Sacro Tempio Della Sophia: “queste sono Verità che si possono svelare solo ad Alcuni, Pochi, Prescelti (dei quali, modestamente, io faccio parte). Tu non sei pronta per questa rivelazione, un giorno, forse, chissà, capirai e allora la risposta/il maestro/la via, come per magia, si paleseranno a te…ma per ora, pussa via!”. Poi torni a casa, guardi sull’enciclopedia e trovi una risposta sintetica, semplice ed esaustiva alla tua domanda. E allora ti chiedi: che cos’era quel atteggiamento, da dove proveniva? Perché questa riluttanza condividere una semplice informazione? Una cosa pubblicata sull’enciclopedia non è evidentemente una verità segreta ed esoterica, incomunicabile ai profani. L’unica risposta che riesco a darmi è che la conoscenza comporti una gelosia, un attaccamento. “Se questa cosa la so io, ma la sa anche l’altro, non sarà più speciale e, soprattutto, non sarò più speciale io che la so.” (Come quando chiedi a un’amica dove ha comprato le scarpe e lei non te lo vuole dire perché vuole essere l’unica nel quartiere a indossare quel modello).

    E qui siamo al nocciolo del problema: l’incapacità dell’homus opinionatus di confrontarsi con l’altro, con altre idee e modi di vedere, ma anche con l’ignoranza propria e altrui, in modo rilassato. Perché, se uno trova tutte le risposte nella Bibbia, dovrebbe essere inutile dare un’occhiata, che so, alla Bhagavad Gita? Perché potrebbe ingenerare domande? Incertezze? Oppure, non sia mai, dubbi? E anche ammesso che qualcuno abbia trovato la Fonte Della Sapienza, che sia “più avanti”, che sappia realmente di più, che abbia capito cose che gli altri non capiranno mai, questo dovrebbe essere vissuto come un dono di cui rendere grazie, non un merito per il quale pretendere una gratificazione. È come se un ragazzo del liceo disprezzasse come essere inferiore un bambino della prima elementare che gli fa una domanda, dando per scontato che non può crescere, evolversi, imparare.

    Naturalmente tutto ciò non denota né erudizione né tantomeno saggezza (che casomai si manifesterebbe in un aiuto discreto, adatto alle capacità, ammettiamo pure modeste, della persona in questione, per indirizzarla nella giusta direzione), bensì presunzione e superbia, due caratteristiche che in nessuna tradizione spirituale sono mai stati i prerequisiti per l’ottenimento di alti gradi di avanzamento interiore.

    Io percepisco dietro a tutta questa inflessibilità e irremovibilità una grande paura dell’altro, un rifiuto dell’altro. A volte addirittura disprezzo e odio per l’altro. E non ci vuole un genio per vedere che l’unico frutto di tutte queste presunte verità, nemiche fra loro e inconciliabili con il resto del mondo, è il fanatismo e la riduzione di chi non la pensa come noi a un essere inferiore che deve essere educato, centellinando pillole di saggezza, portato sulla retta via e, se si dimostrasse troppo refrattario, tolto dai piedi (in alcuni casi poco drammatici ma emblematici, per esempio, si viene cancellati dalla lista delle persone da frequentare. In altre parti del mondo finisci in obitorio).

    Riflettendo su queste cose è nato in me, ultimamente, un nuovo, inaspettato amore per quella razza in estinzione che sono i dubbiosi, gli incerti, gli indecisi, i ricercatori disordinati e i curiosi incoerenti. I professatori di verità invece mi stancano. Li riconosci perché non fanno mai domande. Quando non sono loro a parlare si annoiano un po’. Al massimo annuiscono un paio di volte. Sanno già tutto, non hanno voglia di ascoltare e ti tolgono la parola perché già sanno dove vuoi arrivare.

    Guardando le masse intruppate, le folle imbizzarrite dalle ideologie e dalle religioni, le bombe nei mercati, nelle moschee e nelle chiese, le manganellate ai monaci, ho percepito più forte che mai qual’è la vera eredità umana della civiltà che sta andando perduta. Non è la religione, vittima e al contempo strumento del disfacimento nella Kali Yuga. (“Non c’è più religione!” Sentenziano i novelli Catoni Censori. A me pare che ce ne sia fin troppa.)

    Ciò che sparisce ogni giorno di più è la sfumatura, la sottigliezza, il chiaroscuro con i toni del grigio, la percezione intuitiva del bisogno, sempre, di fare dei distinguo, l’eleganza dei ragionamenti e la grazia nel saperli porgere, lo spazio intermedio fra una cosa e l’altra dove spesso si annidano le verità più profonde, lo sguardo coraggioso e attonito nei vuoti incolmabili fra visioni contrapposte dove si accende improvviso un barlume, il fascino dell’avventurarsi, a tentoni ma pieni di curiosità, senza mappa, privi di certezze precostituite, in una  terra incognita. Chiuso per sempre “quel luogo di interazione, detto vuoto intermedio, che raggiungiamo con l'ascolto, l'attesa, la condivisione. Il vero incontro è, per rifarsi alla terminologia Tao, quello animato dal soffio, che ci porta al di là di noi stessi, nel luogo dove l'altro può raggiungerci (François Cheng).”

No, all’idea di vuoto intermedio, i professatori di certezze rispondono con una colata di cemento dogmatico a colmare l’horror vacui.

    Soprattutto quella che sta estinguendosi è l’idea della differenza percepita come valore, non come irregolarità, come asperità da scartavetrare e riportare al piano livellato dei massimi sistemi. In poche parole viene meno ogni giorno di più lapercezione intima di quale grande ricchezza sia rappresentata dall’altro, che ci dovrebbe riempire di meraviglia per l’immensa varietà del Creato e non fare innervosire perché fa vacillare i nostri sistemi di pensiero calcificati.

    Gli effetti collaterali più vistosi ed eclatanti della Vera Sapienza, la cartina di tornasole,  sono la presenza, in chi ne è illuminato, di umiltà, bontà, gentilezza e della capacità di amare in modo equanime il prossimo. La ricerca della conoscenza e della verità dovrebbero portare gli esseri umani ad avvicinarsi di più, non di meno. A considerarsi fratelli, non a stabilire gerarchie. Altrimenti a che cosa dovrebbero servire lo studio e la ricerca interiore? A vincere una puntata del “Chi vuol essere Milionario” metafisico?

    Quindi, visto che di bontà, fratellanza e amore per il prossimo in giro se ne vedono pochini, cosa si deve dedurre dal fatto che, nonostante la dichiarazione a gran voce di fanatiche certezze e di incrollabili convinzioni, ma che dico, Verità, suffragate da millenni di Tradizione in Occidente, nel vicino e nel lontano Oriente, nel Bacino del Mediterraneo e sulle sponde dei grandi fiumi, di su e di giù per le carte geografiche e per i libri di storia, rivelate da Dio, Yahweh, Allah, Dei Indù assortiti, Avatar o Profeti, scritte , tradotte e commentate da Santi, Guru, Lama, Pandit, Padri della Chiesa, Rabbini, Iman ed eruditi di varia denominazione, nonostante questa valanga di certezze granitiche, scarseggi nell’umanità ogni forma di più elementare saggezza, ma che dico, buon senso?

    Non è una domanda retorica. Lo vorrei sapere veramente. A me sembra che le certezze, messe in mano a chi non le sa maneggiare, sono come un AK47 messo in mano a un bambino di cinque anni. Se non gli dai le caramelle ti spara. Molto meglio sarebbe allora un’umanità dubbiosa, possibilista, incerta. Pensate che meraviglia. “Lei, signora, mi dica, che ne pensa della crisi in Medio Oriente/l’eutanasia/il crollo dei mercati azionari?” “Non ne ho idea, prima di rispondere a questa domanda dovrei informarmi meglio, forse per replicare a questa domanda con una qualche approssimazione di sensatezza dovrei vivere a Tel Aviv o a Ghaza/ avere una madre in coma terminale che soffre terribilmente/ possedere 100.000 azioni della Vattelapesca Inc. e forse, sa che le dico, forse, una risposta certa e valevole per tutti non esiste!”

Oppure:”Scusa Ahmed, ti dispiace metterti al volo questo gilet imbottito di tritolo per andare al bazaar per uccidere una trentina di persone?” “Ma che sei scemo? E se poi Allah invece di premiarmi si arrabbiasse e mi mandasse all’inferno? E se quelli che uccido fossero delle brave persone? E se stessimo sbagliando tutto con questa faccenda della Guerra Santa, se stessimo uccidendo inutilmente migliaia di innocenti?” “???!!!!”

Cordialmente,

Stella Vordemann

Cara Stella
La tua lettera non ha bisogno di commenti. Posso solo dire che la situazione che tu descrivi rappresenta un male divenuto ormai incurabile.
In un mondo pieno di "ricchi di spirito" i poveri di spirito si fanno sempre più rari, le crune dell'ago sempre più piccole, e i cammelli sempre più grandi.

C. L.

 

 

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