(commento all'editoriale n° 16)
Riceviamo questa lettera da Riccardo Garbini e pubblichiamo con piacere:

Caro Direttore,
con l'apprezzamento dei lavori prodotti dalla tua 'officina culturale', voglio farti giungere anche alcune riflessioni che l'ultimo editoriale ha prodotto nella mia mente.
L'attività del "giudizio" (= "indicazione dello ius") è forse una delle attività mentali più appaganti interiormente, in quanto dona al giudicante la gioia dell'agire - sia pure molte volte transitoria e fallace - ossia del dinamismo prodotto dallo "ius", del quale chi giudica si sente attore.
Se così non fosse, non si capirebbe la capillarità riproduttiva di un tale processo, che arriva a coinvolgere le signore in fila dal parrucchiere coadiuvate dai relativi testi sacri del pettegolezzo o gli uomini nelle pause-caffé alle prese con complicati ragionamenti su tattiche pallonar-politiche (pur essendo questo composto oramai in Italia divenuto un pleonasmo).
Ad ogni modo, la capacità conativa della nostra mente risulta di per sé appagante, ed è questo piacer sottile che viene perseguito dagli esseri umani, molto simile (per alcuni aspetti) al comandare, la quale attività conosciamo da un adagio popolare essere molto meglio che ...
Ora, il trastullarsi nel paese dei balocchi di per sé riduce l'uomo alla sua componente animal-asinina (con il suo celebre raglio egotico: i-o, i-o), laddove per ottenere la conoscenza tutte le tradizioni e le religioni sempre e solo un'unica via ci hanno indicato: la sofferenza.
Non ci vuole certo un veggente per capire da quale polarità (trastullo o sofferenza?) l'umanità risulti più tentata; né d'altra parte è stato praticato alcuno sconto -la storia insegna- agli uomini che hanno scelto la strada della sofferenza.
Con l'avvento dei mass (=moltitudine) media, è oltremodo prevedibile la preponderanza assoluta dell'aspetto balocchistico su quello serio: miei cari pitagorici, è una semplice questione di numeri!
In un'èra dominata dalle chiacchiere, tutti parlano di tutto con la sicurezza che il raglio (egotico) più forte sia sinonimo di potenza, ergo, di Verità (divina, ultradivina, o come volete). Che dire? "Chi sa non parla, chi parla non sa".
Quindi, che fare? Stare zitti ... e fare comunque finta di essere dei sapientoni? A mio modesto avviso sarebbe come urlare a squarciagola la propria suprema sapienza.
Caro Direttore, non demoralizzarti, la pratica delle virtù è essenzialmente legata all'atteggiamento attivo dell'essere umano, all'agire del vir. Solo a questo si deve puntare. Impiegare la propria energia in giudizi su tutto e tutti può essere gratificante, ma rallenta il lavoro vero. "Non ti curar di lor ma guarda e passa", infatti la strada è lunga e faticosa (questo, in teoria, lo si sa benissimo). Passare ogni attimo di tempo che ci viene concesso a cercare di praticare le virtù, a procedere in questa impervia e dolorosa via, non è forse già di per sé attività alta e nobile? Non è forse una sfida che, oggi soprattutto, vale la pena di accettare? Non è, nel suo complesso, un "beau geste", degno della cavalleria di tutti i tempi?
Riguardo chi si vuol baloccare con la new-age e affini, come lo si può impedire? Si possono raddrizzare le banane? O le gambe alle papere? Ma tutto questo come può impedire un ascenso personale? Lo impedisce solo se "gli si presta orecchio" = si assume una postura interiore recettiva/passiva.
Presteresti mai casa tua a un irresponsabile? Allora perché gli devi prestare un orecchio?
Perdonami la franchezza, caro Direttore, e il tono informale, ma nel grande rispetto del tuo/vostro lavoro ho voluto solo darti una pacca gentile sulla spalla per incitarti a continuare.
Riccardo


Caro Riccardo.
Innanzitutto grazie per l'incoraggiamento, nel quale, come sai, riconosco un certo tipo di riferimenti spirituali che abbiamo avuto il modo e la fortuna di condividere nel passato. Ovviamente siamo d'accordo, e lo siamo ancor più se parliamo eminentemente d'ascenso personale, di sfida cavalleresca ad una massificazione imbarbarente. In tale ottica,... chi se ne frega del new age, dei soloni, dei giudici paludati o meno, della torre di babele in costruzione, dei dischi volanti, e di simili facezie.
Ma dovresti sapere bene anche tu, per esperienza diretta, come sia facile che, in mezzo al frastuono della massa, la tua voce si sommi e si confonda con altre, e come la sovrapposizione dei suoni possa dar luogo a dei messaggi totalmente diversi da quanto uno avrebbe voluto. Ne consegue che la società (ovvero il prossimo) ti costringe noiosamente a spiegare, difenderti, ad attaccare, a giustificare, a recriminare, insomma ad investire moltissime energie che potrebbero avere destinazioni spiritualmente più utili (ho cercato di chiarire meglio questo aspetto nell'editoriale n° 15 su "Sincerità e cattiva fede").
Per spiegarmi meglio con un esempio: Io non so quanto i nostri testi e le nostre attività associative riescano ad essere efficaci e generalmente comprensibili ma, ti assicuro, che, alternativamente, siamo stati considerati "massoni", "cattolici oltranzisti", "fascisti", "neo-gnostici", "sincretisti" e chi più ne ha più ne metta.
Ovviamente ognuno di tali "giudizi" è frutto di una prevenzione personale, di un pre-giudizio.
Non mi importa molto del fatto che si possa pensare una cosa o l'altra di noi (come "Simmetria") o del sottoscritto in particolare. Il fatto di essere nell'arena delle chiacchiere (e internet è un'arena folle) comporta fatalmente che si sia soggetti ad interpretazioni, quando non a manipolazioni o a stravolgimenti di ciò che si dice. Ma sarei assai dispiaciuto se tanta fatica servisse solo ad aggiungere rumore al rumore.
Questa era la ragione del "koan" basato sulla domanda se... sia meglio tacere o parlare che, a mio avviso, resta ancora irrisolto.
Comunque ben vengano incitamenti come i tuoi. In questo grigiume, l'intelligenza è una sferzata di colori e, al momento, mette un peso sul piatto del "proseguire".
C.L
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