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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Caro Direttore,

è stato interessante nelle ultime settimane osservare come intorno a noi tutti milioni di persone hanno perso la testa per il caso di Eluana. Ed è utile chiamare, come ha fatto Lei, le cose con il loro nome.

La vicenda ha suscitato reazioni viscerali, emotive e irrazionali per me incomprensibili. Non mi farò nuovi amici dicendo questo, ma penso di essere l’unica persona in Italia a non aver capito dov’era il dramma. Personalmente trovo particolarmente di cattivo gusto il sentimentalismo lacrimevole, la sensibilità ostentata, la perdita di controllo e di buon senso, l’estroflessione dell’emotività.

Gente “distrutta dal dolore” per la perdita di una sconosciuta, “la tragedia di un padre che piange da 17 anni”, “Eluana, Roma ti salverà!” e altre esagerazioni apocalittiche di questo tipo. Non so Lei, Direttore, ma a me si accappona la pelle per l’imbarazzo.

Chiunque abbia mai accudito un malato terminale sa benissimo che ci si abitua ben presto a qualsiasi cosa, anche a ciò che avresti prima considerato insopportabile, al di là dell’umana capacità di resistere. Subentra la rassegnazione alla quotidianità del dolore, un adattamento interiore che ti permette di andare avanti e di fare ciò che va fatto, di ridere e scherzare perfino, di dimenticarti per ore intere la situazione in cui sei. La natura saggiamente ci provvede di un meccanismo di rimozione che ci aiuta a passare indenni attraverso i momenti più bui. Non è possibile piangere un anno intero senza interruzioni, figuriamoci 17 anni. Quindi io a tutto questo pathos francamente non ci credo e mi infastidisce molto. Tutte queste mimose sensitive affrante per un’estranea mi fanno sospettare che qui nessuno sente più niente. Come quando tutti parlano di “valori” in una società che palesemente non ne ha. Una persona che soffre non ha voglia di conversarne e tanto meno di sbraitare in televisione, una società che ha valori non ha bisogno di parlarne in continuazione.

Io vorrei, un po’ cinicamente e senza alcun sentimentalismo, analizzare l’accaduto.

Eluana, quando hanno deciso di smettere di alimentarla, era viva. Mi sembra che la definizione di morte, in termini clinici e legali, sia la morte cerebrale, la cessazione dell'attività nel cervello, che si può facilmente rilevare. Il cervello di Eluana non aveva cessato di funzionare. Quindi era viva.

Ma bisogna anche dire che non stava soffrendo, come molti hanno affermato più e più volte: "Poniamo fine alle sue sofferenze!". Anch'io purtroppo ho avuto recentemente l'esperienza di una persona cara in coma in una sala di rianimazione. Chiedevo continuamente ai medici se stesse soffrendo e loro mi dicevano di no, che ci sono dei modi per stabilirlo, anche se la persona non lo può comunicare. La sofferenza fisica altera alcuni livelli che si possono misurare, se la persona “è in sofferenza” i medici possono intervenire somministrando, per esempio, la morfina. Quindi stabilito che Eluana era viva e non stava soffrendo, bensì era in uno stato di sonno profondo senza sogni, l'urgenza di porre termine alla sua vita non sembra essere stata poi così pressante.

Ma il padre afferma: "Questa era la volontà di Eluana, è stata lei stessa a dirmi che se mai si fosse verificata una situazione simile, avrebbe desiderato di essere lasciata morire." Posto che il padre di Eluana sia in perfetta buona fede (e non ho alcun motivo di dubitarne), il suo desiderio di far rispettare la volontà espressa dalla figlia, a fronte della baraonda mediatica alla quale si è esposto, è lodevole e testimonia una grande dedizione.

Ma è altrettanto chiaro che in casi simili non ci si può certo basare sul sentito dire.

Immaginiamo una zia di mezza età, proprietaria di cinque appartamenti, che va in coma e potrebbe rimanerci vent’anni. I nipoti si coalizzano, dicono che lei voleva essere lasciata morire, staccano la spina ed ereditano un patrimonio. E' chiaro il conflitto di interessi.

Il conflitto di interessi esiste anche quando è la sofferenza dei parenti ad essere troppo grande. In questo caso il desiderio di terminare la vita del parente è guidata da un’impazienza, più o meno conscia, di far cessare la propria di sofferenza. Appare quindi ovvio che a decidere non possano essere loro.

Altrettanto sbagliato è considerare l’alimentazione e l’idratazione una cura (accanimento terapeutico). Non lo sono, altrimenti non si potrebbe dare da mangiare a nessuno che non lo chieda espressamente, come diceva lei Direttore, neanche ai neonati, o ai malati di Alzheimer.

Il caso di Eluana è a mio avviso un pessimo esempio per dimostrare alcunché, se non che la scienza fa molti progressi utili, ma ci mette anche in situazioni un po’ assurde, e credo che si sia creato un precedente abbastanza grave: un parente testimonia la volontà di una persona che non può esprimersi e questo determina la morte della persona. Paradossalmente se fosse stata in vigore la legge sul testamento biologico, Eluana, non avendolo fatto il testamento, sarebbe ancora viva. E' grave che con argomentazioni così deboli e opinabili si sia deciso di far giungere la sua ora (erano di gran lunga più convincenti le tesi delle suore che si erano offerte di prendersi cura di lei e nel dubbio non vedo perché non astenersi da un interventismo che sa più che altro di anticlericalismo).

Ma Eluana è morta e, a differenza delle folle emotivamente esaltate che piangevano e si scalmanavano davanti all’ospedale, penso che non sia la fine del mondo, era in coma da 17 anni dopotutto. Ora è in pace, anche se forse lo era pure prima di morire. Chi non è in pace è il padre, che forse avrà a pentirsi di ciò che ha deciso di fare (ma forse anche no), e sicuramente non è in pace nessuno degli urlazzanti personaggi che pensano di sapere qual’era il sommo bene della ragazza.

Il caso Welby, al contrario, era più pertinente per un dibattito e molto più interessante. Lì il tema era più chiaro e anche molto, molto più difficile: è giusto, come affermava lui, che il singolo sia l’unico arbitro del proprio destino?

La nostra vita a chi appartiene? A noi stessi? Alla società di cui facciamo parte? A Dio? Per fare un esempio, credo che il suicidio in questo paese sia ancora un reato, o lo era fino a poco tempo fa.

Le convinzioni religiose di alcuni si applicano anche a quelli che non le condividono? E’ ovvio che applicare l’eutanasia per un credente è una colpa grave, ma se un cittadino italiano non è credente, fino a dove il credente si può spingere nel proporre i propri valori senza incorrere lui stesso in qualche peccato (per esempio il linciaggio morale di Beppino Englaro, le parole durissime e prive di carità rivoltegli da alcuni ferventi attivisti pro-vita, rientrano in almeno due o tre categorie di peccati gravi).

E’ mio dovere, come essere umano, salvare l’anima a qualcuno che non lo ritiene necessario?

Posto che nessuno mi può costringere a praticare l'Eutanasia se io non lo voglio (come nessuno può costringere un medico a praticare un aborto), fino a dove si spinge la mia responsabilità di individuo nei confronti di colui che invece decide di praticarla e nei confronti di colui l'ha richiesta nel testamento biologico?

Credo, ma mi rendo conto che non tutti la pensano così, che ognuno sia responsabile in primo luogo della propria anima e che ognuno davanti al Creatore pagherà il proprio “conto”. Diffido istintivamente di coloro che si occupano troppo del conto degli altri, le loro motivazioni sono spesso molto poco limpide. Non mi preoccupo troppo di convertire il mondo alle mie idee, cerco piuttosto di testimoniare con i fatti le mie convinzioni nella mia vita.

Quelli sollevati dai progressi della scienza sono temi complessi e difficili, per i quali si richiede una riflessione profonda, una meditazione sulle conseguenze a corto, medio, lungo termine, per i singoli e per la collettività. E' tutto molto più complicato di quanto sia emerso in questi giorni dalle facce arrossate dall’ira, dalle vene pulsanti sul collo delle masse imbizzarrite dalla manipolazione mediatica…

Certamente la cosa più sensata da fare nell'immediato è che ognuno di noi, se lo desidera, esprima per iscritto le proprie volontà in materia di rianimazione, accanimento terapeutico etc.. La società deve darsi delle regole, mettere paletti, stabilire dei protocolli, per evitare che ognuno faccia come gli pare, specialmente in tempi dove la scienza crea queste situazioni paradossali, dove decidere non è solo difficile, a volte è impossibile.

Ma la questione così è lungi dall'essere risolta. Demandare alla volontà del singolo ogni decisione è, come ha giustamente detto Lei, Direttore, un po’ pilatesco e ci rende tutti complici, a livello collettivo, di decisioni che possono essere sbagliate, immorali e cariche di conseguenze nefaste per l'anima dei singoli e per la società stessa, risultando autodistruttive a lungo termine.

Ma d'altronde non abbiamo molta scelta al punto in cui siamo. Il vaso di Pandora della scienza moderna è stato scoperchiato e le questioni morali che pone sono infinite, alcune irrisolvibili.

Si naviga a vista.

Distinti saluti, S.V.

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É VITTIMA D’ADELPHI ANCHE LA SACRALITÀ DELLA VITA?
 
la società non è atea perché non ama Dio; è atea perché non ama l’uomo
 
L’EUTANASIA E IL CASO ENGLARO
 
           Non potendo eliminare la malattia, eliminiamo il malato; questa è la filosofia imperante!
Ho sentito Giobbe Covatta in T.V. fare questa affermazione che condivido ma che in bocca sua mi ha …meravigliato.  Non credo che si sia reso conto che questa filosofia imperante è la posizione che i radical- chic e una certa lobby scientifico-politica-ideologica stanno pubblicizzando su giornali e Tv. militanti per il caso Englaro e per le future forme di eutanasia: introdurre nella nostra legislazione il “diritto di morire” e di non curare né alimentare i malati in “stato vegetativo persistente”, il diritto di eliminare il malato anziché eliminare la malattia, o come dicono i Vescovi eliminare il sofferente per eliminare la sofferenza. Il tutto con ostinazione e con una tattica luciferina basata sul “gesto pietoso” di un infermiere che “libera dalla vita” una persona sofferente. Inoltre il tutto sarebbe anche una questione di giustizia, di “pari opportunità”. Si tratterebbe di garantire anche ai malati gli stessi diritti di una persona sana. Non si possono fare discriminazioni visto che a una persona sana è possibile togliersi la vita senza dover ricorrere all’aiuto di nessuno!
 
          Questi assurdi e pazzeschi ragionamenti mi colpiscono personalmente dato che ho accompagnato per anni la lenta disgregazione di mio cognato colpito dalla SLA quando ancora non era di moda fra i calciatori. Disgregazione che ha ucciso di stenti e di cancro anche mia cognata ancor prima di lui e che ha pesantemente segnato i suoi figli. Nessuno, e tanto meno loro, si è mai augurato una morte prematura anche quando la stanchezza e l’incidenza economica per attrezzature, infermieri, aiuti e medicine diveniva estremamente pesante. Il dover sobbarcarsi in prima persona pesi enormi senza adeguata assistenza pubblica e nonostante il volontariato già faccia tanto è un problema reale ma ha e deve avere altre soluzioni.  Anche nel caso di Eluana Englaro su SAT 2000 è risultato che nessuno degli interessati alla sua cura e custodia ha detto di essere stanco di accudirla e di voler porre termine alla sua esistenza. Eluana viene alimentata attraverso un sondino con cibi normali (e non con medicine), non è attaccata a nessuna macchina (mentre mio cognato per anni ha dovuto dormire con un respiratore con mia cognata in perenne allerta, muoversi con varie tipologie di carrozzine ed essere spostato di peso per ogni necessità…), dorme e si sveglia, è visitata, è curata nelle cose di cui ha bisogno, nelle belle giornate è accompagnata in giardino… Alberto Migone si chiede: Chi decide che una vita è degna di essere vissuta? Può essere un medico, un infermiere, un magistrato, lo Stato stesso? Se rispondiamo di sì, contribuiamo all’instaurarsi di un tipo di società dove c’è spazio solo per i forti, i sani, i realizzati.
          Mi sembra però che già si stia vivendo una società schizoide che sembra perseguire opposti obiettivi. Da una parte si producono leggi (contro l’alcol, la droga e coi limiti di velocità) che intendono proteggere dalle stragi del sabato sera; dall’altra si vuole sospendere l’alimentazione all’Englaro. Si tratta di garantire la vita a chi è giovane, pieno di salute e di forza perché è la sola vita degna di essere vissuta (anche se spesso hanno interessi solo da sballo, come morti-viventi), e di toglierla a chi è malato ed anziano e rappresenta un peso per le Istituzioni sanitarie e previdenziali.
Ma a ben guardare l’obiettivo è unico: rimpinguare le casse sindacali dell’INPS dissanguate dall’assurda pretesa degli italiani che vorrebbero riscuotere le pensioni a suo tempo versate.
          In quest’ottica di pianificazione economica vanno viste anche le prime scelte di “imperialismo culturale” di Obama col rifinanziamento delle ong abortiste per realizzare nel mondo più aborti possibili con un rilancio della “strage degli innocenti”. Ma forse anche il concetto di pianificazione familiare che ebbe i suoi fasti in Cina all’inizio degli anni ’80 dove vennero commesse delle inaudite atrocità con la politica del figlio unico e con le sterilizzazioni forzate delle donne, aveva una sua logica di semplice sopravvivenza il cui successo è dimostrato dall’attuale espansionismo economico cinese.
           Già da allora, parafrasando Giobbe Covatta, si pensava così: non sapendo eliminare la fame, eliminiamo gli affamati. Se non riusciamo a ripartire le risorse per tutte le bocche…. diminuiamo le bocche!
 
     
     Mentre si avvia drammaticamente alla conclusione nella clinica La Quiete d’Udine l’omicidio legale per fame e per sete di Eluana Englaro sottratta alle suore che l’hanno accudita per 17 anni a Lecco, il “laicismo bigotto” trionfa nei telegiornali con dottori prezzolati che inneggiano alla fine dei suoi tormenti.
Macché omicidio. Eluana è morta 17 anni fa’!
Dovendo curare con scienza e coscienza, cos’è che gli manca? Forse entrambe! Che ne pensa l’Ordine dei medici d’Udine?
Nel contempo passa la notizia scientifica che per morire così (di fame e di sete) si prospetta un’atroce agonia di due, tre o quattro settimane! Tant’è che la uccideranno con le droghe fingendo che si tratti di sedativi antidolorifici. Era più clemente la “buona morte”, l’eutanasia di nazisti e bolscevichi con il classico colpo sparato alla nuca!
           Pur rispettando la stanchezza ed ogni mistero di dolore, non posso non chiedermi cosa frulli nel capo di un padre (e di una madre il cui silenzio “urla”) che ha richiesto con tanta pertinacia questa sentenza, anche perché stanno emergendo dubbi pesantissimi sulle vere motivazioni! E che legge è quella che l’ha emessa? E con tanta “urgenza” dopo un’attesa di 17 anni!
            Sono poi scandalizzato dal solito giochino cinico di tanti politici che tentano di trasformare uno scontro etico in uno scontro religioso contro l’ingerenza ecclesiastica e dall’opportunismo (?) di alcuni che richiedono in T.V., con fare compunto da monsignore, il silenzio su quanto sta accadendo, per rispetto, …. perché, anche se cattolici, nutrono dubbi sia scientifici che morali. Chi ha mai chiesto le loro opinioni religiose, scientifiche o morali?
          Non bisogna avere oscurantisti preconcetti religiosi per difendere la vita! Basta essere serenamente e responsabilmente laici e non faziosi. Riporto alcuni appunti che presi il 24 gennaio 2008 alla Calza dove Giuliano Ferrara sostenendo il diritto alla vita dei "non-nati" fece "laiche considerazioni" che possono ben valere anche per i "non-morti".
 
[Giuliano Ferrara sottolinea che non è giusto che solo l’eroico volontariato cattolico si faccia carico di aiutare migliaia di madri in difficoltà salvando la vita di tanti bambini, né demandare alla Chiesa la difesa della vita anche se già nella Lettera a Diogneto i cristiani si segnalavano perché non uccidevano i feti, né gettavano i figli deformi dalla rupe Tarpea. Già nel 1981 Norberto Bobbio (questo papa dei laici italiani) sosteneva che la vita è una cosa troppo importante per lasciarla in mano ai soli preti: esiste un diritto essenziale a nascere e questo io lo penso in base allo stesso principio per cui sono contrario alla pena di morte.
Per Ferrara, quando si parla di diritto alla vita s’intende una vita che vada dal concepimento naturale alla morte naturale. Un paese in cui si può dire che l’aborto è un male, quello è davvero un paese laico e responsabile.]
 
             I politici sono lautamente pagati per garantire con giuste scelte il principio di “massima cautela”, mentre qui sta passando un messaggio devastante, la perdita della sacralità della vita. Quella “Sacralità” che il cristianesimo (come ha riconosciuto il “laico” Ferrara), superando secoli di barbarie e di rupi Tarpee, aveva introdotto anche a Roma e che è sopravissuta finora anche nelle legislazioni post-illuministe come ha notato CIRYLL I nuovo (eletto in questo periodo), giovane (62 anni), preparato, Patriarca di Mosca e della Russia in una intervista che ho sentito il 2 febbraio in T.V.
 
[L’unica vera discriminante attuale tra le 2 chiese è una discriminante “pratica” più che “religiosa” ma non per questo facilmente superabile in quanto si scontrano il “proselitismo” cattolico e la concezione episcopale ortodossa (“autocefala”?) che prevede che il Patriarca sia l’unico responsabile della propria chiesa. Muovendosi però sia la Chiesa ortodossa che quella cattolica all’interno di un unico sistema di valori, l’ut unum sint è condiviso molto di più di quello che si racconta sui mass media. Anzi dov’è finito sui media il richiamo alle comuni radici cristiane nella Costituzione Europea?
In particolare Ciryll I è rimasto colpito dall’affabilità personale di Benedetto XVI che lo ricevette senza alcuna formalità nel suo vecchio alloggio da cardinale quando era stato già eletto Papa da pochissimo e che s’intrattenne a parlare con lui con molta apertura. Finalmente anche la Chiesa Russa si è potuta dare una propria Dottrina sociale simile a quella che la Chiesa cattolica si è data fin dalla Rerum Novarum dell’’800. Col regime comunista questo non era stato chiaramente possibile.
Su problemi più vasti e sulle prospettive delle religioni nel mondo moderno, Ciryll sottolinea come il vero problema non sia uno scontro tra religioni ma uno scontro di sistemi di valori.  C’è in atto il tentativo del sistema dei valori post-illuministi occidentali di sopraffare e rendere tutto “uniforme”….Anche il sistema dei valori tradizionali fortunatamente sopravissuti finora in maniera “diversa”.
 
 Anch’io cerco di intuire su quali sbocchi ci si sta avviando e m’interrogo inutilmente su quali prospettive siano più augurabili. Dobbiamo promuovere l’uniformità in una società multietnica?  O è ancora possibile rispettare la ricchezza dell’unione delle diversità in una società multiculturale? Anche per la Palestina ci si deve augurare una Stato multietnico o multiculturale? O sarà possibile un codice comune condiviso in uno Stato multiculturale proprio perché multietnico?
 
Ma il Patriarca Ciryll I è ottimista perché più cresceranno le conquiste tecniche e scientifiche…. più sarà necessario accettare la presenza di Dio. Infatti anche tutta la legislazione internazionale post-illuminista dei Diritti dell’Uomo è basata sulla dignità assoluta dell’uomo. Se Dio sparisce, se viene a mancare la Sua “imago” assoluta nell’uomo… viene a mancare lo stesso concetto di dignità assoluta e l’uomo diviene semplice materiale biologico, un segmento temporaneo nell’attuale processo evolutivo della materia dal caos primordiale al….? finale.]
 
VALORI NON NEGOZIABILI
       
         Se davvero riuscirà a passare il messaggio devastante della perdita della sacralità della vita che ne sarà delle tante Eluane e delle tante vite considerate da alcuni arrogantemente “deboli”? Che ne sarà delle loro famiglie, spesso formate da anziani, che assistono terrorizzate a quanto sta avvenendo e che pensano con terrore al destino dei loro cari quando dovranno lasciarli per motivi anagrafici?     
        Quale magistratura si arrogherà il potere di attribuirci il bollino di qualità, di classificarci e stabilire qual è la vita degna di essere vissuta, o di considerarci invece semplice materiale biologico?

[Da sempre si invoca il diritto ad avere una morte dignitosa quando non possiamo più avere dignità nella vita (anche Puccini lo sosteneva nella Madama Butterfly!) e tanta sofferenza non validamente sedata spesso la invoca! Forse anche nel caso Englaro si può ravvisare un iniziale "accanimento terapeutico". Ma anche se potesse esistere una teorica legittimità personale a scegliersi la morte e, anche se depenalizzassimo il medico che compie l’omicidio del non-morto con un suicidio assistito (non sono d’accordo ma già questo è in atto nelle nostre norme giuridiche che non considerano reato l’uccisione di un non-nato), non sarà mai legittimo scegliere ope legis una buona morte sostituendosi alla volontà inespressa di un altro, facendone per di più gravare gli oneri economici sulla comunità! Infatti quello che colpisce particolarmente nel caso Eluana (al di là del fatto che uno sia cattolico o meno) è l’aver considerato lecito che terzi le togliessero la vita sulla base di loro considerazioni personali sorrette da un pronunciamento legale! Io non lo condivido né lo capisco ma ancor meno riesco a capire  il perché si offendano coloro hanno remato in favore della Costituzione e del rispetto delle sentenze. Invece di  parlare di offese al Capo dello Stato dovrebbero vantarsi del loro successo ed essere orgogliosi che finalmente GIUSTIZIA È FATTA! Che la morte di Eluana sia risultata compatibile col protocollo non è quello che hanno voluto?]
 
Contro l’incombere di devastanti barbarie preghiamo e facciamo pubbliche “rogazioni”. È il momento di gridare dai tetti e rifiutare la congiura del silenzio. Invocata da tanti o dai più rumorosi?
 
LA FEDE COME VALORE PRIVATO O COME TESTIMONIANZA PUBBLICA?
 
         Mi colpisce la presenza di tante persone che pregano attorno alla clinica La Quiete (a cui di quieto è rimasto solo il nome) non solo per Eluana ma anche per suo babbo. Beppino Englaro, questo eroe civile secondo Stefano Rodotà, potrà mai perdonarsi per quello che ora ha “voluto”? In un lampo intravedo la povera mamma di Signa (?) che ha travolto il proprio bimbo all’asilo: saprà mai perdonarsi per quello che non ha “voluto”? 
         La mia generazione cresciuta nella libertà di poter esprimere anche le proprie convinzioni religiose in pubblico con processioni, canti, feste, rogazioni, missioni ecc. ha visto via via restringersi nel tempo questa dimensione di libertà. Anche nel caso di Eluana assistiamo a manifestazioni di crescente insofferenza
-         contro le manifestazioni di solidarietà che intendono dare voce a soluzioni di vita anche solo vegetativa;
-         contro chi promuove preghiere per inter-cedere, per compiere un passo tra le situazioni in opposizione che la stanno portando ad una morte dolorosa. Davvero  non stiamo parlando di eutanasia!
Anche in questo è in atto il tentativo di renderci vittime della violenza del silenzio che vorrebbe ridurre la manifestazione della nostra Fede nel recinto del “privato”, attribuendo finalità politiche anche alla preghiera cristiana. Viene ventilato un ricatto capzioso: se consideriamo un nostro diritto di libertà il pregare in strada per Eluana, dobbiamo riconoscerlo per reciprocità anche a quei mussulmani oranti davanti al Duomo di Milano e a San Petronio a Bologna?
          Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, ha ricordato di recente come nulla può essere estraneo alla preghiera e che essa è “efficace” anche per affrontare i problemi della polis. Ma ha anche evidenziato come la preghiera cristiana sia preghiera che ignora Cesare e si rivolge a Dio. Mentre per i mussulmani non esiste scissione tra Cesare e Dio ed ogni loro azione diviene un gesto politico, un intreccio di preghiera e protesta.
         Che fare?
Penso che una volta che si sia estratto doverosamente la spada della nostra profonda indignazione, ….. si debba saperla riporre al momento giusto per continuare (come ci ricorda don Divo Barsotti) la nostra Fuga immobile nella fiducia che anche oggi il bene cresce, ma nell’umiltà, nel silenzio. Tanto più il bene è grande, tanto più assomiglia a Dio che è invisibile.
 
ECCE LABIA MEA NON COHIBUI
Mio Dio questo io desidero: - di fare la tua volontà; - la tua legge è nel mio intimo….. Vedi: non tengo chiuse le labbra (Sl. 39, 8-10)
 
        Vi ho scritto per un “adempimento morale” perché penso che la vita non ci appartenga in esclusiva avendo da tempo trasformato il cogito di Cartesio in cogitor ergo sum sulla base di Paolo in Gal. 4,9: da lui siamo stati conosciuti. Se agli universi innumeri manca intempestivamente il nostro ”bosone”, la nostra tessera unica ed irripetibile, il puzzle della vita universale viene impoverito nella sua esplodente teofania. Inoltre mi auguro reazioni perché siano svelati, anche tra noi, i segreti di molti cuori.

Franco Zappi

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Siamo lieti di pubblicare questi interventi che non riguardano esplicitamente "Eluana" così come spiegato all'inizio dell'editoriale. Concordo in pieno con Stella Vordemann. Anche a me, il caso "Englaro" non commuove particolarmente (nel senso che non mi commuove più di quanto mi commuovano milioni di persone che, ogni giorno, soffrono orribilmente, per strazi ben peggiori di quello su cui hanno sguazzato i giornalisti di tutte le TV, montandolo a caso nazionale, politico). La commozione mediatica mi infastidisce profondamente, come una telenovela. Un fatto privato che diventa "pubblico" non diventa per questo anche più grave, ma soltanto più proiettivo, più illusorio e cinematografico.
Se il mondo non stesse precipitando verso la "laicizzazione totale" (così come mette bene in evidenza l'intervento di Franco Zappi) della vita e della morte, non me ne sarei affatto interessato. Infatti il vero "scandalo" è nelle "ragioni" per cui si è scatenato questo po' po' di casino. Il problema non è l'eutanasia. Il problema è che, improvvisamente ci siamo accorti che la morte può essere un fatto assai imbarazzante, perché non basta nasconderla dietro un paravento. E qualsiasi giurisdizione saremo in grado d'inventarci, tale evento resterà ineluttabile, imprescindibile e imperscrutabile. La morte è l'unico evento certo... della vita, e gli abissi di tale passaggio richiedono tanto silenzio e tanto rispetto.
Ah, a proposito di rispetto, vorrei dare evidenza, a tutti i lettori che non ne fossero a conoscenza che, dopo la morte, i nostri corpi sono gestiti dall'AMA. Si, dalla nettezza urbana. Così tanto per creare una scala di valori.

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Caro Claudio,

ti ringrazio per il tuo ultimo editoriale, ho apprezzato molto le tue parole. Mi è giunto a proposito quando con la penna in mano e un foglio bianco davanti provavo, presa dall'angoscia di questi ultimi fatti, a buttare giù le mie riflessioni per poi usarle come traccia delle mie "volontà dell'ultimo", ultimo anno, ultimo mese o ultimo giorno di vita. Il fatto che uno oggi non possa morire e basta ha dell'allucinante; rifiuto l'idea di morire per sentenza senza essere stata io, o il Padreterno, a dettarne le.... linee guida. Eppure non dire come la penso ora  per il mio momento del trapasso, che mi auguro ben lontano, sembra essere un atto di irresponsabilità verso i miei congiunti che si troverebbero alle prese con carte bollate e testamenti vari per paura che valga il ....silenzio assenso. La morte istantanea nel pieno delle forze, ma a tardissima età non è un'opzione che ci è stato concesso scegliere.Nè posso fare come il capo indiano che all'alba di una battaglia dice: "Oggi è un buon giorno per morire!".  Vivere attaccata a tubi ora mi sconvolge, magari nel frangente, invece, proprio come scrivi tu, mi ci aggrapperei come un naufrago a un'alga che galleggia. Per cui sono qui ad arrovellarmi e ad accusare me stessa di infiniti "ma" e "se" cercando di studiare i possibili  scenari  della mia pre-dipartita, sperando che sia il meno fastidiosa e dispendiosa  possibile per chi avrà  la (s)ventura di assistermi. Mentre mi cimento in questo "jettatorio" compito di cosa fare di questo  mio ingombrantissimo corpo nel caso questi sopravviva alla mia testa confesso di essere angosciata da mille dubbi...che poi si riassumono nel  DUBBIO a lettere maiuscole! Un enorme dubbio che si insinua in un confine così sottile (pare) come quello tra la vita e la morte. In me prende forma come  pernicioso interrogativo sulla scienza e sulla medicina,che si professano detentrici di verità, ma che ogni giorno vengono sconfessate da nuove scoperte e vecchie sconfitte . Quell'umanissimo, ragionevole dubbio che, come abbiamo visto, purtroppo, in questi giorni, sembra non aver sfiorato neanche lontanamente chi doveva decidere su una donna in coma: padre, giudici e compagnia cantante il requiem. Questa medicina e questa scienza senz'anima, che vanno a braccetto come baluardo ateo contro ogni "superstizione" di origine religiosa-spirituale, hanno, in questo momento, l'ultima parola nelle coscienze di tanti che, se vivono "laicamente", vogliono "laicamente morire" quasi a voler far dispetto al buon Dio (te lo ricordi il ritornello stupido "..quando lo dirò io" del mago Casella?). Sembra che altro non ci sia. Una persona che non comunica e non è autosufficiente non è più una persona umana quindi...basta, finito tutto, staccate la spina, togliete i tubi, chiamate il magistrato Gran Sacerdote che dia il nulla osta per la libertà. Purtroppo è capitato anche a me di assistere una persona cara in coma profondo. E' stata un'esperienza angosciosa, divisa tra il pragmatismo distratto dei medici da una parte e un essere umano che ancora respirava dall'altra. Lì per la prima volta certe finte sicurezze, figlie di questo tempo, hanno lasciato spazio al dubbio che affidarsi solo ed esclusivamente a questa scienza senz'anima è un buon modo per ficcare la testa in un soffice strato di sabbia, perchè è comodo delegare responsabilità ed evitare confronti con il cuore e gli affetti, perchè la mente si aggrappa a qualsiasi cosa per cancellare l'idea della morte e tutto ciò che si avvicina a tale confine; allora dire a se stessi che dietro a un coma  c'è il nulla ci dispensa da tanti strazi, umanamente insopportabili, e ci pulisce la coscienza. Anche io,  quella volta, mi chiesi...e l'anima? E decisi che non mi sarei fatta derubare dell'anima da chi vuol spodestare un Dio per assurgere a sua volta a Onnipotente. Ringrazio ancora quel benedetto  dubbio, che, come vedi, mi porto ancora dentro e mi ha fatto vedere con occhi nuovi la vita, perchè non potrò mai dire: "E'  tutto qui e il resto è superstizione". Perchè sono convinta che un essere è vivo fino all'ultimo battito del suo cuore, perchè avere il dubbio ti fa aprire gli occhi, cosa  che non auguro a chi, figlio legittimo di un'arida scienza, ha, in questi giorni, preso decisioni con conseguenze irreversibili.

Elisabetta Moroni

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Cara Elisabetta,
Hai sollevato un bel problema: Quello della terapia è un problema grandissimo, che creava angoscia a Ippocrate, ne creava a Galeno e forse perfino a Esculapio; figurati a noi!
Il fatto è che oggi la nostra "vita media" si è allungata di tre volte rispetto al recente passato. Il 90% della umanità (occidentale) vive per il fatto che alcune medicine la fanno vivere (ad esempio evitando setticemie, malaria, forme epidemiche, vaiolo, ecc. ecc.). Ognuno di noi ha subito qualche piccolo intervento, ha preso antibiotici, ha evitato polmoniti e un sacco di altri malanni e infezioni, che ci avrebbero portato all'altro mondo chissà quante volte. Se avessimo lasciato fare alla "natura" saremmo quasi tutti morti (e non è affatto detto che non sarebbe stato meglio).
Il problema si fa difficile. Da circa 100 anni una serie di marchingegni ha allungato la quantità di giorni che possiamo passare su questa terra. Quali sono quelli che sarebbe lecito considerare naturali, o quanto meno legittimi, e quali no? Dove è che la terapia diventa aggressiva? Perché fare una flebo, fare una trasfusione, mettere un sondino, aprire una pancia, eliminare un cancro? Quale è il confine fra la medicina invasiva e quella non invasiva?
E dopo tre giorni in rianimazione che facciamo: staccare tutto? beh, no, facciamo un mese, anzi due. E quanta deve essere la sofferenza che ognuno può sopportare al fine di guarire? con che la misuro? Col "sofferenzometro"? Mi pare che non l'abbiano inventato. Così come non hanno inventato il piacerometro o il "contentometro"
Un bel problema ma vedrai che Odifreddi ci si applicherà e troverà la soluzione.

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Ci è gradito riportare il comunicato stampa della:

LEGA NAZIONALE CONTRO LA PREDAZIONE DI ORGANI
E LA MORTE A CUORE BATTENTE
24121 BERGAMO Pass. Canonici Lateranensi, 22
Tel. 035-219255 - Telefax 035-235660
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.antipredazione.org
nata nel 1985

segnalatoci dal nostro amico Massimiliano Polichetti

ADESSO BASTA
LASCIAMO ELUANA RIPOSARE IN PACE

COMUNICATO STAMPA
ANNO XXV - n. 1
10 Febbraio 2009
 
 
Adesso basta su Eluana. La sua non è stata eutanasia, ma sacrosanto diritto a rifiutare l'alimentazione e l'idratazione forzata, come qualsiasi altro trattamento/tortura imposto ad oltranza e non richiesto.

Ora va portata l'attenzione alle migliaia di giovani che dopo incidente o malattia vengono messi a morte nelle rianimazioni con una falsa dichiarazione di “morte cerebrale”, imposta contro la volontà delle famiglie, in 6 ore, da medici obbedienti ai criminali protocolli di Stato. Artificio adottato per procedere all'espianto degli organi impunemente su persone vive che hanno perso la coscienza.
Perché per costoro non c'è la dovuta indignazione? Questa sì è eutanasia/distanasia di Stato.

I parlamentari che tanto si sono dannati per iniziative e decreti “salva-Eluana”, sono gli stessi che senza scrupoli hanno votato la legge 578/93 che impone la “morte cerebrale” a cuore battente, per soddisfare la richiesta d'organi e la sperimentazione in vivo.

Questi “eserciti ideologizzati” che si sono mossi a favore o contro Eluana non si capisce dove sono stati per oltre 30 anni, e tuttora, mentre si taceva la verità e si promuoveva l'orrore dei tanti omicidi di persone in coma ventilato, indifese, macellate da vive.

Lo Stato, la Scienza, la Chiesa non sono padroni della nostra vita e della nostra morte, va abrogata la cinica legge della “morte cerebrale”.

Attenzione al disegno di legge n. 10 del Sen. Ignazio Marino “sulle dichiarazioni anticipate nei trattamenti sanitari” (testamento biologico), testo ingannevole e pericoloso che verrà spinto sull'onda emotiva del caso Englaro.

Nerina Negrello
Presidente

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Gentile Direttore

Non più socio di Simmetria per ragioni contingenti, ricevo periodicamente informazioni circa l’inserimento di nuovi articoli e editoriali sulle attività del sito che, evidentemente, a volte dimentica di essere espressione delle “tradizioni spirituali” e non di una tradizione spirituale specifica e cioè quella cristiana cattolica contemporanea, la tradizione che accetta i trapianti degli organi a “cuore battente” di sedati e si adagia quindi sulla formula mercantile di morte come “morte cerebrale” coniata, guarda caso, quando si aprirono le possibilità del grande mercato di trapianti di pezzi di ricambio organici, ma si indigna e freme per una scelta di vita, sia pure mediata dalla volontà di un terzo. .  .

Questo fatto di voler rappresentare “impossibilmente”, a mio modo di vedere, l’universo mondo delle tradizioni coagulandole attraverso la preferenziale visione cattolica renderebbe, sommamente utile non intervenire sui problemi del contingente (anche perché forse per gli esponenti della tradizione cristiano-cattolica non siamo al termine del kali yuga, quanto piuttosto nel pieno di chissà quale epoca di meravigliosa efflorescenza spirituale) perché si rischia di far del male ad altre tradizioni almeno altrettanto sapienziali.

Mi irrita assai (ma è sicuramente un mio limite) questa difesa della vita umana nella sua sacralità tirata fuori per l’occasione, questa evocazione del “poliziotto patriarcale” che attende nell’aldilà l’anima reproba del sig Weby e del sig. Englaro per fargli vedere che con lui non si scherza!

Tutta questa litania non mi pare che poi trovi poi una precisa corrispondenza nelle vicende bibliche, né in quelle evangeliche (Atti degli apostoli, episodio di Anania), né in quelle storiche recenti della chiesa in cui bastò sostituire al termine omicidio quello di malicidio perché tutto tornasse in ordine e si potesse procedere a cuor leggero a una robusta contrazione demografica della popolazione mondiale con relativa santificazione dei malicidi. Del resto anche Malthus, pastore anglicano, consigliava di far soggiornare i poveri in aree malsane per ridurre convenientemente il loro numero in perenne crescita. Come del resto, per andare ancora più prossimi ai nostri tempi, la condanna a morte per reati comuni è stata praticata nello Stato del Vaticano (e comunque non espunta che in tempi recenti dal codice penale dello Stato) con grande generosità e per motivo del tutto politici, ben dopo che Beccaria aveva scritto dei “Delitti e delle pene”, e infine in qualche documentario Luce si possono osservare legioni di cappellani militari salutare romanamente alle sfilate imperiali il duce, prima di partire a benedire cristianamente i soldati che si recavano su qualche fronte, (da aggressori e non da aggrediti) invitando questo “Dio”, elasticissimo nella mente degli uomini che lo creano a loro immagine e somiglianza, a benedire i “propri” e a dannare i “loro”.   ..

Scusate ma dove era di casa la sacralità della vita umana nella circostanze predette, visto che il paradiso è pieno di santi malicidi?

Premesso ciò e posto che non intendo “dire la mia” in merito al caso Eluana, mi limito a osservare che a seguire i “progressi della scienza” è facilmente ipotizzabile che, tempo una generazione, potremo attaccare delle teste mozzate a una macchina garantendo una vita cosciente a qualche povero disgraziato, forti del fatto che così facendo stiamo facendo la “volontà di Dio” e questo è tanto più stupefacente dal momento che proviene dallo stesso ordine di pensiero che per poco non metteva al rogo Galilei..

E’ spaventevole la sicumera con la quale qualcuno ritiene di capire quale sia la “volontà di Dio” da applicare al caso, osservando i fatti che accadono quotidianamente intorno a noi, e cercando di tirare panini con la mortadella al primo piano della ormai celebre clinica, sperando così di commuovere qualche infermiere dal cuore di pietra a imboccare finalmente la povera donna..

 Tuttavia, non voglio gettarmi in un confronto con tanti illustri docenti della “volontà di Dio” (tra cui sono presenti alcuni marpioni politici che intrattengono rapporti d’affari con vaie organizzazioni criminali) permettendomi sommessamente di osservare con un certo disincanto che a volte, cambiando aria, cioè latitudine, tutte queste filastrocche universalistiche cozzano con le diverse abitudini dei popoli di questo vasto mondo che, ahimè, non sanno che farsene del concetto tanto caro agli etnocentrici occidentali della “morale naturale”, della legge di “Dio incisa nel cuore di ogni uomo”.. Purtroppo non funziona così, non funziona come farebbe piacere a noi occidentali che ci siamo (ma non solo noi intendiamoci) sempre considerati più alti di una spanna degli altri, come ci ricorda tragicamente il motto-simbolo nazista del “Dio è con noi”, uscito dalle labbra del “popolo eletto”, onde passare ai fil di spada senza remore e “finché non ne rimase nessuno” i legittimi abitanti della terra promessa e poi, per tragica nemesi, alla “razza eletta” per allargare i confini della “patria”, senza l’inciampo della presenza del disturbante “popolo eletto”. Ne consegue che atti che a noi paiono riprovevoli, altrove sono considerati conformi al diritto divino (o, a quanto è stato insegnato dagli antenati), atti che a noi paiono conformi al medesimo diritto ad altri paiono riprovevoli.

Così un commentatore evocava la barbarie romana di gettare dalla rupe Tarpea i “malnati”  dimenticando, nella fretta della sua esposizione, che anche nella Bibbia è scritto, non so citare il passo, la raccomandazione  “guardati dai segnati da Dio” (espressione di cui mio padre ben conobbe amaramente la portata, essendo purtroppo poliomielitico) e allo stesso modo non è da dimenticare che, almeno per quanto ci narra Eliade, nei rituali di fondazione di chiese e conventi, come di mura di città dell’orbe cristiano, si sono rinvenuti gli scheletri di bimbi sepolti vivi per le ragioni rituali che erano crudelmente accostabili a quelle che spingevano i Romani a comportarsi in quel modo con i figli imperfetti.

Quindi prima di parlare conviene ben guardare cosa è rimasto sotto il tappeto della nostra casa, oppure, a proposito di scheletri, nel nostro armadio..

Uno degli atti che a “noi” pare riprovevole è il suicidio (al punto da reinvocarne fascisticamente l’introduzione nel diritto penale), un atto estremo ovviamente che si compie quando viene meno il proprio “onore”, che naturalmente può essere inteso in un senso molto vasto, anche riferendolo alla dignità della propria persona (intesa come autonomia) e questo, come ben potranno argomentare persone più preparate di me, anche in culture fortemente influenzate dal buddismo come quella giapponese. Non vorrei però dimenticare che anche i Catari che si qualificano, “veri cristiani”, praticavano il distacco dalla zattera del corpo quando esso aveva esaurito le sue potenzialità salvifiche (poi ci pensò la solerte opera dei malicidi ad eliminare radicitus la “peste eretica “ come ha felicemente affermato qualcuno). Inoltre se proprio non ricordo male fu proprio lei gentile Direttore, nonostante sembra indugiare nella circostanza su posizioni filo-clericali (non è un’offesa ma un fatto, anche se mi permetto di osservare che nella chiesa non esiste un’opinione condivisa in materia di sofferenza e morte, basta guardarsi intorno perché all’ombra del cupolone suonano anche altre campane) che scelse come pellicola privilegiata “La storia di un maestro da te”, che a null’altra conclusione portava che a quella dell’eticità del suicidio.

Forse sarebbe il caso di fare pace con il cervello, come si dice alla Garbatella, perché così si farà anche pace col cuore e forse varrebbe la pena non dimenticare che trent’anni fa la povera Eluana sarebbe morta di suo, in maniera naturale, si sarebbe fatta forse così quella volontà di Dio che, rimettendo le cose a una natura insieme matrigna e misericordiosa, non l’avrebbe costretta a subire l’umiliazione di uno strumento di tortura per tutti questi anni, inflitto a lei e a tutti gli altri che non lo vogliono..

Ripeto si andrà “avanti” e sono certo che mio figlio potrà assistere allo spettacolo di corpi senza più membra mantenuti in vita per mezzo di una macchina, a mio modo di pensare in quest’ottica “evolutiva” che a me apre assolutamente demoniaca, prima di pronunciare sentenze vale la pena di pensarci, perché è vero che l’uomo si è sempre “curato”, anche l’animale se può, ma lo ha fatto per ristabilirsi, non per diventare un “morto vivente” come condizione teleologica: è la medicina che lo ha spinto in questo tragico baratro.. In questa cornice io credo che un qualcosa che possa somigliare al “testamento biologico” sia nella perfetta logica delle cose, dal momento che la sofferenza che s’impone eventualmente all’individuo, non mi pare risieda in una onnipervadente volontà di Dio, che vuole saggiare la fede di ciascuno, ma nell’occasionale ricaduta dell’ipertecnologica attività umana che, a volte, o sempre che dir si voglia, genera mostri, allo stesso modo per cui l’inquinamento, tanto per dire una banalità, è l’effetto non voluto della nostra volontà di trasformare la naturale locomozione bipede, (al massimo, in tempi saggi, fummo capaci di domare cavalli), in locomozione seduta e non dipende quindi certo dalla volontà di Dio.   

Per quanto mi riguarda e per quello che posso dire adesso, da parte mia penso di voler poter scegliere il mio destino, con buona pace di un certo trombone televisivo di professione filosofo parlamentare che, legge alla mano, ha sentenziato che dev’essere la volontà della “comunità” (ovvero maggioranza parlamentare di mafiosi e ladri) a prevalere sulla mia volontà. Siccome vale il principio “nomen omen” penso che, mai come in questo caso, si è di fronte a un’ubriacatura di potere, potere di ius vita necisque (mi par si scriva così) che naturalmente questa Grande Bottiglia di vuoto a rendere, trae direttamente, dopo essersi attaccato alle poppe del Padre e averne sunto alcool anziché saggezza, dalle sfere superne delle quali lui, come molti altri, si ritiene interprete sovrano.

Con franchezza e grazie per l’attenzione   

Antonio Bonifacio 

Rigrazio il dott. Antonio Bonifacio per il suo cortese intervento.
Eh, mannaggia alla miseria, quanto è difficile comprendersi senza acrimonia, e senza suscitare reazioni fumine; e quanti equivoci sorgono a volte dalle prevenzioni!
Ospitare una posizione cattolica e una acattolica non vuol dire parteggiare per una o per l'altra.
Mi era sembrato (ed ho trovato ampio riscontro nelle risposte di amici e conoscenti, che non ho pubblicato), che il mio editoriale non prendesse alcuna posizione "politica" pro o contro le eutanasie.
Sono stato troppo vicino a tante situazioni ai confini della vita (sia per esperienza personale come per aver accompagnato altri in questo difficile percorso) per non avere maturato idee personali molto precise. Ma in questo contesto, così difficile e delicato, non sto esponendo le mie idee personali: sarebbe presuntuoso e coinvolgerebbe le mie emozioni.
Ho semplicemente usato delle parole brutali ("uccidere", "ammazzare") e non "buoniste" per definire cosa è la soppressione della vita, e per definire come sia difficile e dolorosissimo determinare il quando, il come, il dove, il perché, si possa decidere che una vita vada spenta (o da soli o con l'aiuto di altri).
Essendo un tradizionalista per "esperienza" e non per fideismo, credo alla eternità dell'anima e dello spirito; e non alla eternità della mente. Per tale ragione una volte fuori uso la mente e fuori uso il corpo sono convinto che non sia... fuori uso... anche l'anima.
Per questa ragione, in questo specifico contesto, e solo in questo, ovviamente, dichiaro che non me ne importa nulla delle infinite malefatte, attuali o pregresse, compiute dai cattolici, dai protestanti, dagli ebrei, dai musulmani, dagli indiani, ecc., e, ancor meno sono entrato nel merito della loro posizione filosofica o religiosa.
Dico semplicemente che E' ASSAI DIFFICILE decidere come "trattare l'anima" se è vero che il corpo ne è il "contenitore".
Non sto facendo un discorso d'ordine etico. Se Antonio Bonifacio o il sottoscritto, o chiunque altro, volessero suicidarsi che si suicidino pure. Purché non mettano un annuncio sul giornale per manifestare a tutti il loro eroico intento, e non chiedano una legge apposta per loro, e non ne facciano un evento sociale. Ma vale anche il contrario. Se uno vuole restare appeso a duemila tubicini che lo lascino appeso e, se invece li vuole staccare, basta che rifiuti una terapia invasiva, e chieda di andarsene a casa o che, per lui, lo facciano i parenti preposti.
Nessun medico può curare "per forza" un paziente che non accetta una cura. E ognuno può decidere di andarsene a casa se firma, sotto sua responsabilità, un foglio di dismissione.
La degenza "coatta" non mi sembra che esista. Oppure mi sbaglio? Se sbaglio ditemelo. In questo caso sarò il primo a firmare per una legge che ci dia il diritto di morire a casa... e non prigionieri di un ospedale.
Ma non si possono "costringere " la Chiesa o lo Stato ad assumere una posizione "liberatoria" nei confronti della coscienza individuale.
Quello che ho cercato di dire nel mio editoriale è che, anche nel caso in cui esistesse una legge, la medesima legge non può scavalcare né il dolore, né il dubbio, né la RESPONSBILITA' terribile di fronte ad un atto ai confini tra vita e morte. C. L.


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Riceviamo queste gradite parole da Don Sergio Marcanzin (Russia Ecumenica) che ci suggerisce un articolo di Nino Cirillo apparso sul Messaggero che pubblichiamo di seguito:

Simpatico, intelligente, spiritoso e puntuale amico, ho divorato tutto: editoriale (complimenti!), lettere e commenti.
Vorrei dire anch'io una parola, una sola e direttamente a Eluana: grazie!
Perché ci ha costretti a parlare di
cose serie, importanti anzi "ultime".
"Novissima" in latino.
Interessante!
Invece che ... ultimissima, novissima.
Più sono ultime più sono nuove.
Giusto!
Ne sappiamo così poco e poi chi le vive le vive sempre per la prima volta: più nuove di così...
Grazie anche a te.
Ciao.
Sergio


PS. Ti allego un articolo sul
prete che ha celebrato il funerale di Eluana.
Mi è piaciuto sia il prete che
l'articolo.
"Mandi, Eluana, mandi":

da: IL MESSAGGERO.IT   

 Venerdì 13 Febbraio 2009

Don Tarcisio: «Addio stella alpina Io sono la Chiesa, non ho mai detto che Beppino è un assassino» 

Dal nostro inviato

NINO CIRILLO

PALUZZA (Udine) - «Eh sì, ho camminato sui vetri». Ma bravo don Tarcisio, ci hai camminato bene. Meriteresti perfino di poterti asciugare una goccia di sudore sulla fronte dopo una fatica così, se solo questo sole non fosse così debole e gelato, se questa Paluzza alla fine non fosse il Nord del Nord dei cuori che oggi pomeriggio tutti noi un po’ ci abbiamo messo.

Ma bravo davvero, perché un parroco così al giorno d’oggi non lo si trova più, uno che ha stravinto, che ha celebrato messa e contromessa e non una cremazione, che al suo vescovo potrà ben dire di aver meritato sul campo l’aspirata promozione a monsignore, e che pure, davanti a microfoni e taccuini, non ha trovato di meglio da dire: «La Fede è una Proposta, la Chiesa è sempre aperta».

Più carnico che parroco, verrebbe da dire, altrimenti non si spiegano questi canti in ladino che abbiamo ascoltato, questo suo orgoglioso e insistito dialetto, questo disperato e struggente saluto che alla fine ha voluto lanciare: «Mandi, Eluana, mandi». C’ è voluto un bel po’ per capire che significa resta in Dio, che è una contrazione, nei secoli molto ben riuscita, di Mane in Deo. Ma ne è valsa la pena.

Come vale la pena di vederlo qui, don Tarcisio, con i suoi 61 anni intabarrati in un cappottaccio nero e gli occhi lucenti, l’eloquio insostenibilmente forbito, il sorriso a prova di provocazione. Verrebbe da dirgli: vieni a farci compagnia anche a noi, laggiù in pianura, vieni a consolare le nostre sere davanti alla tv, a dirci la parola giusta che aspettiamo. Ma il dovere è dovere e la domanda è d’obbligo: «Per lei Beppino Elglaro è un assassino?».

Gelo, più gelo del gelo che fa qui. Ma ci vuole ben altro per spostarlo: «L’ho mai detto io? Ho mai detto che Beppino è un assassino?». La Chiesa l’ha detto, don Tarcisio. «E chi è la Chiesa? Tutti noi siamo la Chiesa, la gente, le suore che hanno badato a Eluana, io stesso sono la Chiesa. Anzi, io sono Chiesa».

Il tipo è questo, provare per credere. E’ lo stesso don Tarcisio che un bel giorno, davanti al solito Beppino e ai suoi soliti dubbi, gli sparò la verità: «Tu dici, Beppino, io non credo, io non credo, io non credo. Ma sappi che alla fine io don Tarcisio, non ti credo». L’ha raccontato ieri pomeriggio dopo il funerale, e aveva un sorriso triste ma convinto.

Non è uomo da pietose bugie. Gli è stato chiesto a brutto muso: «Lo andrà a trovare stasera Beppino, lui che è rimasto in casa durante i funerali della figlia, lui che non ha visto calare la bara in terra?». «No, non sono preparato». Capite, don Tarcisio non è preparato, che pure, almeno lui, sembra davvero preparato a tutto. Ma ci andrà, c’è da star sicuri che ci andrà, e si parleranno, almeno si guarderanno negli occhi.

Se questo, paradossalmente, non è il più bel giorno della sua della sua vita, poco ci manca. Pensa alla sua mamma: «Le ho detto che Eluana era morta e lei è scoppiata a piangere a piangere così forte che la sentivo dal piano di sotto». Pensa al giorno in cui incontrò Dio: «Avevo duecento bare davanti, bare del terremoto del Friuli, i miei chierichetti morti. E gli dissi: andiamo avanti, ti prego, fammi compagnia».

Era prete già da quattro anni, nel 1976, ma ammette di aver incontrato Dio proprio quella notte. Come ammette di aver rivolto lo sguardo al Crocifisso che ha nella sua stanza la sera che doveva buttar giù il discorso del funerale di Eluana. Due notti fa, mica un secolo. Il Crocifisso lo ha consigliato bene: gli ha innanzitutto detto che i discorsi veri non si fanno a braccio, tant’è che lui s’è presentato con dei bei foglietti già accuratamente vergati. Quale altro parroco d’Italia l’avrebbe fatto? Chi non avrebbe preferito affidarsi alle solite, rassicuranti formulette?

E’ molto contento, don Tarcisio, della sua stella alpina, Eluana come una stella alpina che rinasce sulle rocce dopo un lungo inverno. «Vedrete, sarà il titolo di domani». Maestro di comunicazione, perfino questo.

Grazie a te, don Sergio. Le cose "ultime" possono essere trattate con parole semplici ma efficacissime come le tue, e come quelle del breve commento apparso sul Messaggero, oppure con tanti dialoghi sui massimi sistemi. In genere sugli ultimi si litiga quasi sempre in quanto passano per il cervello (che, dopo... lo stomaco, è la massima fonte d'ogni litigio). Le prime, invece, grazie a Dio, passano per il cuore e puoi solo dire: "vabbè". C. L.

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Caro Claudio,
Su tuo impulso ti offro queste brevi riflessioni sul caso Eluana.

Ritengo che la drammaticità del caso umano sia stata abbondantemente sfruttata, prima che dalla politica, dagli organi di comunicazione: televisioni e giornali in pari misura. Poco spazio è stato lasciato alla libertà di sopportare lo strazio della vicenda da parte dei parenti ed amici della ragazza. Al suo opposto un'invadenza voyeur si contendeva le ultimi immagini di essere umano prossimo alla morte. Tutti però al contempo si cospargevano il capo di cenere e si riempivano la bocca di pietas. Più facile a dirsi che a farsi e lo si visto con le maratone in diretta e con le colonne giornalistiche riservata alla povera friulana. Si dirà che la "mass-mediaticità" del caso è stata in un certo qual senso determinata dalla scelta cocciuta del padre di portare alla luce questa dramma, che si è ripetuto innumerevoli volte nelle corsie degli ospedali sotto un tacito assenso. Può anche essere, anzi oggettivamente lo è stato. Questo, secondo alcuni, sarebbe un'ipocrisia. Opinione molto discutibile. Questo padre per taluni ormai è diventato un eroe. Al contrario, penso che egli non si senta assolutamente un eroe o peggio ancora un apri-strada. Forse, Beppino Englaro si sente più una vittima della situazione che un eroe e ritengo non avrebbe nemmeno gradito udire gli applausi di avvenenti radicali nel momento della notizia del decesso della propria figlia.
Dicevo, che certamente il caso l'ha sollevato lui, ma chi ci è andato dietro, proponendo disegni di legge e sproloquiando sulla possibilità procreatrice di Eluana, o non possiede tutte le carte in regola oppure pure lui attendeva di mettersi in luce. Che dire degli attivisti pro e contro vita? Questa sì che vera ipocrisia che si è spesa a piene mani. Facile è dispensare consigli agli altri, più difficile ascoltarli. L'incoerenza che deriva dalla ipocrisia è così grossolana da essere evidentissima. Cristiani che non si sono mai curati, ne mai ho sentito
parlare dell'anima di Eluana, e radicali che vogliono essere liberi e per esserlo attendono e pretendono una legge.

La vicenda di Eluana, a mio modesto avviso, non è mai coinciso con la drammatica tristezza di una vita troppo presto limitata. La vicenda Eluana è stato un caso mediatico, in cui forze politiche democratiche hanno voluto far vedere i propri muscoli e con assennato cinismo hanno rifiutato un decreto legge il venerdì, aspettando una conversione in legge nei primi due giorni lavorativi feriali. Nel frattempo era quasi
matematico che Eluana spirasse. In un paese che si bea di essere democratico, ogni legge è sottoposta
alla maggioranza dei voti e quindi ogni opinione minoritaria ha il privilegio di essere ascoltata, ma non per questo accettata.
Dietro alle sofferenze di Eluana non v'è teologia e nemmeno ateismo, solo il mistero, che qualche essere umano ha cercato di declinare verso i suoi personalissimi, e sanissimi, interessi.

Alberto De Luca

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Caro Claudio,

osservando i commenti che hanno fatto seguito al tuo "famigerato" ultimo editoriale e mi vengono in mente delle idee. La prima è che come si esce da un ambito puramente, per così dire, dottrinario, si entra rapidamente nel campo delle opinioni.
Cosa scontata e anche giusta. Ma a me sembra che il centro implicito ed esplicito del tuo discorso fosse sulla libertà e sulla responsabilità. Infatti una cosa è aprire un dibattito sul pro o contro la sospensione dell'alimentazione etc., un'altra è sottoporre il pro e il contro al vaglio della tradizione e/o ricerca spirituale, che come ogni attività umana deve poter armonizzare, se così si può dire, orientamenti iniziatici e pratica di vita. Negli interventi a commento del tuo editoriale, in realtà, mi sembra che il discorso libertà (agire o decidere e disporre di sè senza costrizione o controlli visto che l'etimologia sembrerebbe derivare da io voglio) e responsabilità (rispondo a chi? perchè?) che sta alla base del dibattito sul caso, sia stato sostanzialmente eluso (salvo un paio di interventi). E' come quando, parlando di educazione e maleducazione spirituale, tu riproponevi e riproponi una serie di "principia" tradizionali senza l'assunzione dei quali non si può neanche discutere correttamente di educazione o maleducazione dello spirito. Come spesso accade se si pone un problema di "verità" si finisce per parlare dei pro e dei contro ideologici.

 Nik.

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Gentili amici e cari lettori.
Prima di chiudere questo giro di interventi a commento dell'editoriale, ringrazio tutti, sentitamente, per i vostri importanti, profondi contributi.
Fatalmente, come osservato correttamente da Nicola Vox nell'ultimo intervento, si è finito per parlare più del "caso Englaro" e quindi degli ideologismi che lo hanno alimentato, piuttosto che del problema, squisitamente spirituale, che precede questo come qualsiasi "passaggio" da uno stato all'altro dell'essere.
E' un mistero l'ingresso nella "vita", ed è altrettanto un mistero l'ingresso nella "morte". Eppure, ogni minuto che passa, migliaia di persone muoiono, e migliaia nascono. Ad alcune viene impedito di morire naturalmente, ad altre viene impedito di nascere naturalmente, in modo più o meno cruento. Noi uomini affrontiamo queste situazioni, e il nostro orgoglio o la nostra paura ci fanno assumere posizioni apodittiche, per cui spesso cerchiamo, nell'ideologia, nelle fede, nella scienza, nel sentimento, qualcosa che ci aiuti ad affrontare con la dignità e la forza necessarie, le condizioni in cui, sia il nascere come il morire, possono essere difficili, dolorosi, a volte disperati.
Da migliaia di anni la "preparazione alla morte" in occidente come in oriente, è stata l'oggetto di complesse liturgie, di complessi esercizi spirituali e molto spesso, il centro di tutto un percorso dell'anima.
Molti pensano che tali strumenti, da sempre vivi nella religiosità di ogni popolo, abbiano avuto ed abbiano una loro applicabilità metafisica, non solo per l'uscita ma anche per l'ingresso nella vita.
In tale ambito cosa vuol dire "rispettare" la vita?
Come credo sia emerso dal nostro lungo dibattito, non è affatto semplice approdare ad una conclusione condivisibile, soprattutto in una società edonistico-materialista come la nostra.
Comunque lo si affronti credo che "introitum et exitum tuum" (come recita il salmo 120), rappresenti la quinta-essenza del "mistero". Per questo forse nei Vangeli è scritto che, per capirlo, è "necessario rinascere" e diventare bambini; per questo forse i mistici parlano della morte durante la vita e, gli ermetisti, della rinascita dalle proprie ceneri, come la Fenice.
C.L.

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