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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Questo piccolo compendio di alcuni testi del XIII secolo ai quali viene ufficialmente attribuita la diffusione dei cosiddetti “cicli del Graal”, pur restando confinato quasi esclusivamente nella tematica narrativa può essere utile a tutti coloro che vogliono avere un primo orientamento su tale particolare ciclo della letteratura cavalleresca, partendo dai testi basilari.

Per chi volesse approfondire la tematica “cavalleresca” e, in particolare, quella dei simboli dei cicli arturiani come dei relativi prodromi sia “nordici” che mediterranei, rimandiamo specificamente ai seguenti testi: “La spada, la dama, i cavalieri e la croce”,  “Galgano e la Spada nella Roccia”, “La guerra, i Templari e gli altri cavalieri” (quest’ultimo verrà pubblicato entro Giugno 2008) tutti per le nostre edizioni.

In tali testi abbiamo cercato di entrare nel merito dei principali simboli del ciclo graalico (dal Vaso, al lapis exilis, al Re Pescatore, al Cavaliere Vermiglio, ai nomi particolari dei cavalieri, ai raffronti con il simbolismo alchimico e con la mistica trovadorica). 

Galaad (dello pseudo Map)

Il testo risale al 1220, circa, e sembra sia stato erroneamente attribuito a Mastro Gautier Map. Venne scritto in una età influenzata dalla mistica cistercense  nella quale c’era un pullulare di tematiche che si incentravano sul mistero del Santo Graal. Quanto alla “Cerca” della quale si parla nel poema, si concorda, generalmente, che possa essere assimilata, all’eroico viaggio dell’anima, tesa ad un conseguimento di perfezione e ad un ripristino dell’ordine celeste sulla terra. Questa è la missione dei Cavalieri che seguiranno le orme di Galaad. Nel romanzo di Gautier, il Graal è assimilato al piatto o “Vasello” in cui Gesù mangiò l’agnello nell’ultima cena e nel quale sono riposte e custodite, delle verità che devono restare celate ai non qualificati.

altLa storia, prende l’avvio il giorno della Pentecoste e protagonista non è Parzifal, come negli altri poemi, ma Galaad figlio ignoto di Lancillotto del Lago e nipote del Re Pescatore (personaggio enigmatico e ricorrente nelle vicende  relative al Graal). A differenza del Parzifal, celebrato da Chretien de Troye e da Wolfram von Eschembach, costui  non è stato allevato in una landa desolata, circondata da una foresta selvaggia, ma in un monastero, luogo di pace, di preghiera e raccoglimento.

Lancillotto che non sa che Galaad sia suo figlio e, incaricato di ordinarlo cavaliere, procura di sottoporlo alla notte di veglia nella cappella: gli da la collata, e infine gli dona la spada, circostanza importantissima nel rituale della ordinazione cavalleresca.  Cosicché la prima spada  che Galaad riceve, è quella donatagli dal padre.

Subito dopo, c’è la descrizione della tavola rotonda  a Camelot. L’autore del romanzo si sofferma sui seggi, sui quali prenderanno posto i  cavalieri, nel corso di una sorta di agape. Su ognuno di questi è scritto il nome di chi dovrà occuparlo, all’infuori di un grande scanno che tutti conoscono come il seggio periglioso. Su questo, è segnato il numero 454 che è quello degli anni  trascorsi dal giorno della Passione di Cristo. Degno di nota è il fatto che, secondo la profezia, nella Pentecoste che sta per essere celebrata, il seggio avrà finalmente il suo legittimo occupante. Facendo la somma dei numeri che compongono la cifra, si ottiene il numero 13, che è anche quello del seggio senza nome, perché solamente in 12 più uno, saranno quelli che potranno assidersi attorno al Graal ritrovato. C’è quindi un’allusione al passato e a ciò che dovrà essere nel futuro, come se, in quel giorno, dovesse chiudersi e completarsi, attorno alla tavola rotonda, un cerchio, rimasto per secoli incompiuto.

In quella giornata, che è quella in cui Galaad entra nella cavalleria, a Camelot si verifica un prodigio: sullo specchio d’acqua del lago, si vede galleggiare una grande pietra, entro la quale è conficcata  una spada che, solamente il miglior cavaliere del mondo sarà capace di estrarre. Il significato potrebbe essere che, dalla stirpe di Lancillotto del Lago, nascerà il perfetto cavaliere che con la sua venuta, riporterà la giustizia e la pace (a parte tutti i collegamenti relativi all’axis mundi).

Mentre tutti sono assisi alla mensa, giunge un eremita che conduce con se Galaad, vale a dire il cavaliere vermiglio, il cavaliere desiderato, il discendente  di Giuseppe di Arimatea.

Nel poema si allude continuamente ad una tradizione iniziatica, che ha avuto la sua origine, nella cerchia costituitasi attorno a Giuseppe di Arimatea, cosi che Galaad viene ad essere contemplato come la personificazione stessa di una misteriosofia occulta che, partendo da Giuseppe, è in grado di far riapparire il legittimo signore sul seggio rimasto per secoli vuoto, quasi che vi fosse una tradizione cristologica, parallela  e alternativa  a  quella della Chiesa ufficiale.

Da questo giorno, dal momento in cui a Camelot appare Galaad, ha principio la cerca del Santo Graal, e dei suoi misteri. Sempre nello stesso  giorno, presso la tavola rotonda, si verifica  il primo prodigio  del Santo Vasello. Questo appare preceduto da un forte boato e da un sprazzo di luce che illumina di un chiarore abbagliante la sala. Quindi si manifesta il Graal che, sorretto da mani invisibili, prende a girare attorno ai seggi e, ognuno dei cavalieri, riceve da esso  il cibo che più desidera. Poi il Vasello scompare, non prima però di aver nutrito con la sua grazia i presenti. Non si tratta di cibi esclusivamente spirituali, ma che, anche se fatti di materia, possiedono in se la Grazia.    

Nonostante l’agape prodigiosa, i cavalieri però non prendono conoscenza dei Misteri di Nostro Signore  Gesù Cristo, perché questi dovranno essere cercati e poi trovati solamente dopo aver superato innumerevoli prove. Le avventure dei cavalieri partiti da Camelot, sono infatti il file rouge, che unificherà e darà valore alla storia.

AVVENTURE DI GALAAD

altGalaad raggiunge un’abbazia, dove “conquista” il suo scudo, altro momento importante per chi entra nella Cavalleria. Perché per il cavaliere è si importante la spada, ma lo è altrettanto lo scudo che deve possedere delle virtù arcane e speciali. Nel caso specifico, si tratta di quello che Giuseppe di Arimatea, donò ad un re pagano, affinché potesse sconfiggere un nemico. Si tratta di uno scudo tutto bianco, con sopra applicata una croce di seta vermiglia. Durante la battaglia, il re pagano avrebbe dovuto pronunciare le seguenti parole: Signore Iddio, per la morte di colui del quale porto il segno, salvatemi da questo pericolo e portatemi sano e salvo a ricevere la vostra  salvezza e il vostro credo. L’allusione all’episodio di Costantino  è lampante.

Dopo aver ricevuto lo scudo prodigioso, Galaad compie tutta una  serie di notevoli imprese.

AVVENTURE DI LANCILLOTTO

In questa versione della leggenda Lancillotto riveste una parte di notevole spicco. Ciò che lo contraddistingue, è il suo continuo vagare, senza saper scegliere un preciso sentiero, ma andando avanti a caso, a testimonianza della sua indole, che è preda delle circostanze e delle emozioni. Andando avanti in questo modo, viene a trovarsi davanti ad una cappella molto antica, dove vede giungere  una lettiga, sulla  quale giace un nobile cavaliere ammalato, che altri non è se non il celebre Re Vulnerato.

Questa è una figura che scandisce le apparizioni del Graal nel corso di tutti gli eventi della “Cerca”. Lancillotto vede anche avvicinarsi  un candelabro d’argento, sorretto da mani invisibili. Poi scorge il Santo Vasello, posato su di una tavola, anche questa d’argento. Dal Vasello il Re  trae forza e sollievo, dopo di che, sia il Graal che il candelabro spariscono all’interno della cappella.

Lancillotto anche se desidera ardentemente seguire l’oggetto divino, non può farlo, perché ha il corpo in preda a una sorta di  paralisi e non riesce a muovere nessuna delle sue membra. Nel personaggio Lancillotto, possiamo riconoscere  la personificazione di chi, pur desiderando di trovare il Graal, non lo può raggiungere, perché bloccato dalle proprie passioni e sentimenti. Questa almeno ,è l’interpretazione che ci fornisce Gautier Map

AVVENTURE DI PARZIFAL

In esse è narrata la storia delle tre tavole, delle quali la prima fu quella di Gesù e dei suoi Apostoli e, questa fu la tavola su cui era presente un  cibo che proveniva dal cielo e che sosteneva i corpi e le anime. A questa si assisero coloro che, seppero agire con una sola volontà e una sola opera.

La seconda fu quella del Santo Graal, istituita da Giuseppe di Arimatea.

Si racconta che costui venne in Bretagna accompagnato da quattromila seguaci. Ben presto però si trovarono privi di qualsiasi sostentamento.  Nel momento di maggior disperazione si imbatterono in una vecchia che, fornì loro dodici pani. Allora Giuseppe fece approntare la tavola, vi pose sopra il Graal e subito accadde che i pani si moltiplicassero a tal punto da riuscire a sfamare tutti i quattromila seguaci. Ovviamente qui, ci si trova davanti ad un dato numerologico che, può riferirsi sia alle dodici tribù di Israele, sia alle dodici gemme del pettorale del capo dei sacerdoti, come ai dodici Apostoli che sedettero col Cristo  alla prima tavola e  infine ai dodici cavalieri che siederanno nell’ultima. Inoltre, fra le altre infinite immagini d’ordine simbolico-ermetico, va osservato che,  congiungendo il numero quattro con il tre, si ottiene una cifra che è simbolo dell’incontro del mondo materiale con quello spirituale.

A questo punto del racconto viene reiterata l’importanza del seggio  di Giuseppe di Arimatea che, a quel che dicono, era simile a quello sul quale si era seduto Gesù Cristo.

Dopo questa seconda tavola, vi fu la “Tavola Rotonda” istituita da Merlino, a cui fu data quella particolare forma, per alludere alla rotondità del mondo e al corso dei pianeti. Rotonda quindi, in quanto espressione del mondo e della sua interezza “ Vedete bene che, da tutte le terre dove esiste la cavalleria, sia Cristiana che Pagana, i cavalieri che vi appartengono, vengono alla tavola rotonda” è proclamato nel romanzo. Questo ci fa capire che nella Tavola Rotonda di Artù, si allude all’idea di un qualcosa di soprannazionale e sovraterritoriale che comprende ogni religione e che raduna in se ogni razza e tutte le fedi.

Su tutto regna il Santo Graal, simbolo forse dello Spirito Divino, per cui il Cavaliere Perfetto, veste una cotta d’armi color del fuoco e la ricerca ha inizio proprio nel giorno della Pentecoste. Tutto ciò ricorda  le profezie di Gioacchino da Fiore, monaco calabrese vissuto circa nel periodo in cui veniva scritto il romanzo. Secondo Gioacchino vi sarebbero state tre età: quella del Padre,quella del Figlio e quella dello Spirito.

Più avanti si parla di un ulteriore prodigio del Santo Vasello. Il figlio di Giuseppe di Arimatea viene fatto imprigionare e lasciato completamente senza cibo, per quaranta giorni, da un re che vuole, in questo modo, verificare le virtù del Santo Graal.  Si racconta che per tutti i quaranta  giorni, il figlio di Giuseppe, si sia  nutrito solamente della “Grazia” che si sprigionava dal misterioso Vasello. Il sovrano, colpevole di questa crudeltà, diverrà poi quel Re Vulnerato, che per essersi troppo avvicinato al Graal senza esserne degno, restò privo della vista e della  forza del corpo.  Tuttavia pur nella sua disgrazia, unica sua speranza è il sapere che, un giorno, sarebbe giunto un  cavaliere meraviglioso, discendente di Giuseppe,  in grado di  risanarlo. 

In questa parte del romanzo, talvolta il Cristo viene assimilato al Sole Spirituale, che con la sua luce disperde il buio della notte, simbolo del peccato e che con il suo ardore può anche bruciare chi non è degno di riceverlo; perché solamente colui che  sarà riuscito a purificarsi completamente potrà avvicinarsi al Graal senza esserne danneggiato. Inoltre viene sottolineato il fatto che le prove a cui i cavalieri saranno sottoposti, servono a far loro conoscere ciò che è divino, ma chi non ne sarà degno, non troverà mai il Graal e i misteri che esso contiene.

ALTRE AVVENTURE DI GALAAD

Qui si narra della nuova spada dell’eroe che dovrà sostituire quella che lui ha avuto da Lancillotto. Questa si trova a bordo di un battello enigmatico che, a quel che spiega l’autore, simboleggia la Fede. In questo battello Galaad rinviene  quella che dovrà essere la sua vera spada. Si tratta di un’ arma meravigliosa,con il pomello dell’impugnatura ricavato da un’ unica gemma che accoglie in se tutti i colori del mondo. Ciò vuol dire che nell’impugnatura della spada sono raccolte  tutte le virtù che ogni vero cavaliere deve possedere. Quella è però un’arma che ha in se un grande difetto: la sua lama è spezzata in due tronconi, perché fu indebitamente usata da chi non ne era degno e il fatto provocò morte e distruzione nel Regno di Logres che è poi quello del Re Vulnerato. E’ possibile che la lama spezzata, sia la metafora della separazione tra mondo dello spirito e mondo della materia, avvenuta per colpa di Adamo.

IL COMPIMENTO DELL’OPERA

Galaad è il cavaliere in cui arde il fuoco dello Spirito Divino e solamente lui, alla fine, riuscirà a riunire i due tronconi della lama spezzata. La storia si conclude con l’apparizione di Giuseppe di Arimatea, seguito da una processione di quattro Angeli, due dei quali recano dei ceri accesi, il terzo una seta vermiglia e il quarto una lancia che sanguina  e le cui   gocce  vengono raccolte in un recipiente,che l’Angelo tiene nell’altra mano.

A questo punto si verificano vari avvenimenti prodigiosi: Giuseppe estrae dal Santo Calice un’Ostia, fatta a forma di pane e, quando la solleva, viene giù dal cielo un fanciullo che ha il volto colore del fuoco. Al suo apparire il pane si trasmuta eucaristicamente in un uomo di carne.

Poi i cavalieri vedono uscire dal Calice un uomo nudo, con le mani e il corpo sanguinanti. In quel momento alla tavola sono seduti dodici cavalieri, dodici quanti un tempo furono gli Apostoli, più uno: il tredicesimo, personificazione della parusia del Cristo. L’uomo nudo e sanguinante, ordina a Galaad di ungere con il sangue  che gocciola dalla lancia il Re Vulnerato che, finalmente guarisce.  Chiaro riferimento  al risanamento della stirpe di Adamo. Terminate queste opere, Galaad diviene il Re di Sarraz, la città della quale Giuseppe di Arimatea fu il primo vescovo e si insedia nel Palazzo Spirituale. Trascorso un anno da questi avvenimenti, Galaad, durante una liturgia dedicata alla Madre di Dio, può finalmente guardare entro il Santo Vasello e conoscere così i Misteri del Graal che sono:”all’origine dei grandi ardimenti, e la ragione delle prodezze della Cavalleria”                                           

Parzifal (Di Wolfram Von Escembach)

Fu scritto tra il 1200 e il 1210 e vi è narrata  quella che è forse la versione più avvincente e nota delle leggende del Graal. Protagonista in assoluto della storia ,è Parzifal figlio di Herzeloyde. La sua nascita è avvolta in un alone prodigioso, in quanto preceduta da un sogno angosciante  che la madre fece poco prima che il bambino nascesse. Ad Herzeloyde parve di essere sollevata verso l’alto da una folgore di stella che le fece raggiungere un cielo tempestoso, dove bagliori infuocati la colpivano incessantemente. Poi le sembrò di avere partorito un serpente che, dopo averle succhiato il latte, fuggì via e scomparve. Queste immagini sconvolgenti prefigurano quella che sarà la vicenda e la natura del figlio di Herzeloyde e in che modo si confronterà col Graal. Come se l’essenza del nascituro fosse il prodotto della sconcertante mescolanza tra il fuoco delle stelle e le radici della terra.

Quanto a Herzeloyde, si tratta di una figura enigmatica di regina vedova e mater dolorosa, non esente da colpe, perché tentò, senza riuscirci, di allontanare Parzifal dal destino che gli astri avevano a lui assegnato. Il che fa capire fra l’altro come, nel poema di Wolfram, esiste un’antica impronta astrologica.

altIl ragazzo è allevato nella foresta di Soltane, che corrisponde alla foresta desolata della storia di Galaad. Qui però, c’è una madre che lo fa crescere nella più completa ignoranza, nascondendogli l’esistenza della Cavalleria.

Ciò che infatti caratterizza Parzifal, sarà proprio il fatto di ignorare del tutto, quel che deve contraddistinguere il Cavaliere dell’età cortese.

Il destino però lo attende nel folto della foresta e gli si mostra sotto la forma di tre cavalieri di re Artù che lui scambia per tre Dèi o tre Angeli. Dopo questo incontro, un irrefrenabile impulso lo spinge ad abbandonare la madre e andarsene per il mondo alla ricerca della “Cavalleria”.  Vestito di abiti rozzi, si presenta alla corte di Re Artù e pretende di essere ordinato cavaliere. Naturalmente tutti ridono, compresa Connewore sorella della regina Ginevra. Il fatto produce in ognuno un grande sbalordimento perché la giovane donna non aveva mai riso in vita sua e una profezia sosteneva che Connewore avrebbe riso solamente quando, davanti a lei, sarebbe comparso il cavaliere più valoroso del mondo.

L’episodio  introduce nel racconto delle connotazioni magico profetiche, poiché l’impossibilità di gioire da parte della sorella di Ginevra, allude alla tristezza in cui versa  l’umanità  a motivo del peccato.

Partito dalla corte di Artù, il giovane ha la sua prima avventura che consiste nel vincere e uccidere un valoroso cavaliere dalle armi vermiglie che, poco prima, aveva offeso la regina  e che si era impossessato di una coppa preziosa appartenente al Re.

Indossate le armi vermiglie di colui che ha vinto, Parzifal diviene un cavaliere errante, conosciuto  nella cavalleria come il terribile cavaliere rosso.  Nel suo vagare incontra  una sua cugina che piange e si dispera sul corpo di un giovane uomo che è stato ucciso da poco. Da lei Parzifal apprende qualcosa che aveva sempre ignorato: ”il proprio nome”. In effetti Parzifal, in questo suo peregrinare, è come se facesse nascere se stesso, cosa questa che la madre aveva sempre cercato di contrastare.

PARZIFAL DINANZI AL GRAAL

Frattanto mentre Re Artù festeggia la Pentecoste, Parzifal ha il suo primo incontro con il Re Pescatore, altra figura enigmatica che ricorre in tutte le leggende del Graal.

Costui gli indica il castello, dimora del Re Vulnerato, nel quale è custodito il Santo Graal. Parzifal vi è accolto con cortesia e letizia, quindi è condotto in una sala vastissima nella quale sono approntati cento sfarzosi divani. Qui egli fa la conoscenza con il Re del luogo che giace perennemente malato su di un giaciglio sontuoso e assiste alla liturgia del Santo Graal. Il giovane è conquistato da ciò che gli si mostra, ma non ne comprende il significato.

Vede entrare un paggio che reca una lancia, dalla cui punta stillano gocce di sangue. Vede i presenti battersi il petto e piangere, poi una porta si apre ed appaiono due fanciulle che reggono un candelabro d’oro con le luci accese, altre dame, dopo queste, avanzano e depongono ai piedi del Re dei piedistalli.  A queste ne seguono altre che recano, sopra una tovaglia, due coltelli d’argento.  Affianco a loro, altre fanciulle portano dei lumi accesi. In tutto le donne sono diciotto. Poi appare la Regina che incede sorreggendo un cuscino di velluto, sul quale è posata la Gemma del Paradiso, cioè il Santo Graal che essa depone davanti al Re. Accade allora un fatto meraviglioso: chiunque tenda la mano verso la gemma, riceve da questa il cibo che più desidera, perché il Graal è il frutto di ogni bene. Parzifal è frastornato e intimorito da ciò che scorge, e anche se pieno di desiderio di conoscerne il significato, non osa porre alcuna domanda. Non lo fa neppure quando un paggio gli si avvicina e gli consegna una spada bellissima. La mattina seguente, svegliandosi, trova il castello deserto e quando ne esce,sul prato antistante al maniero, non trova nessun altro se non un garzone che lo maledice per non aver rivolto al Re “la domanda”. Dopo di che, Parzifal avverte il cigolio del ponte levatoio che  viene irrevocabilmente alzato alle sue spalle.

Cercare di comprendere tutta la simbologia della processione che precede l’entrata del Graal, è cosa complessa e difficile. Per alcuni, ad esempio, il candelabro d’oro e i due coltelli d’argento, potrebbero alludere al fatto che, a custodire il Graal, sono chiamati sia uomini che donne. Più evidente potrebbe essere il rapporto fra i due pesci e la moltiplicazione del cibo, avvenuta per opera di Gesù di Nazareth . Nella processione è presente anche un'altra gemma che ha la proprietà  di accendersi di ogni luce che sgorga dal sole. E questa, ricorda l’altra pietra preziosa, quella descritta nella “Cerca” di Gautier Map, e che forma il pomello dell’impugnatura della spada trovata da Galaad nella nave e che, fra l’altro è simbolo della “Fede”.

Assai rattristato il giovane si allontana e riprende a vagare di terra in terra. A un dato momento si imbatte nuovamente in Sigune, la cugina dolente  che, stando sotto un tiglio, piange sul corpo imbalsamato di un cavaliere. Da lei apprende che il castello nel quale ha trascorso la notte si chiama Munsalvaesche e che Amfortas, suo signore vive in perenne afflizione. Lo avverte anche che la spada che lui porta al fianco è un’ arma portentosa ma che la sua lama ha il difetto di resistere a un solo colpo e solamente con l’acqua di una certa sorgente e con una formula magica questa potrà essere  ricomposta.

Il tema della spada, la cui lama è spezzata e che solamente l’eroe predestinato può ricostituire, la si trova di frequente nei poemi nordici (e non solo). Questo accade anche nella saga dei Nibelunghi e nella “Ricerca”  del Graal narrata da Gautier Map. In questo caso a ripristinare la spada è Galaad che, alla fine delle sue avventure, riunisce i tronconi che, a causa delle manchevolezze di coloro che l’avevano usata, si era spezzata. E’ probabile che ciò voglia anche alludere allo spirito della Cavalleria che viene a ricomporsi, nel momento in cui appare chi, con il suo valore e la purezza di cuore, le ridona l’originaria integrità.

Nel momento in cui Sigune viene a sapere che, lui non ha posto “la domanda” al Re Amfortas, lo scaccia maledicendolo.

Assai strana è l’avventura che, subito dopo, coinvolge Parzifal, quando, dopo lungo peregrinare, si ritrova nei pressi della corte di Artù.

Qui accade che uno stormo di anitre selvatiche si levi in volo, perché inseguito dal falcone del Re. Si è in maggio e ciò nonostante la terra è coperta da uno strato di neve. Una delle anatre, non riuscendo a sottrarsi al predatore, viene ferita dai suoi artigli e tre gocce di sangue cominciano a rosseggiare sul biancore della nave.  Scorgendole Parzifal si ricorda della sua dama e cade in una sorta di rapimento che lo porta a rispondere, combattendo, a tutti coloro che gli si avvicinano per interpellarlo.  Nel racconto si dice che ciò avviene perché Parzifal, scorgendo le tre gocce di sangue sulla neve, si rammenta all’improvviso del volto di Condwiramurs che è la donna che ama.

Non ci si deve dimenticare che il racconto appartiene all’età feudale, contraddistinta  dal culto dell’amor cortese, culto che si sviluppa su ideologie e tratti caratteristici, oggi per noi molto difficili da comprendere, dove la dama, nel suo aspetto ideale, rappresenta l’inconoscibile arcano della passione d’amore, o la Sapienza,  equiparata all’attrazione che prova il puro di cuore, verso il mistero di ciò che è sovrumano. Perché il  cavaliere riconosce in lei la propria essenza, il proprio destino, la propria anima.

Nel nostro caso, il suolo  su cui Parzifal cammina è candido come lo è il suo cuore, ma è anche per propria natura, predisposto ad accogliere l’immagine delle tre gocce purpuree che  disegnano su quel biancore, il volto ed il mistero dell’”amore”. Non per niente l’autore definisce Parzifal Un angelo senza ali fiorito  dalla terra”            

IL CASTELLO DI MUNSALVAESCHE .

A differenza della precedente, questa epopea non parla di “Cerca del Graal” ma di sua “conquista. Quanto al castello di Munsalvaesche  è chiaramente detto che a difenderlo sono i “templari”. I cavalieri di Munsalvaesche, dove regna Amfortas, sono proprio templari.

Raggiunta la dimora di un pio eremita, Parzifal apprende da lui il segreto del Graal e la sua storia.  Costui gli racconta che, in un tempo lontano, un sapiente pagano, mentre osservava di notte il cielo, scorse tra le stelle alcuni prodigi e trovò che tra questi appariva un oggetto straordinario, il cui nome era Graal. Una schiera di Angeli, lo aveva lasciato sulla terra, e da allora dei cavalieri eletti, sono addetti alla sua custodia.

Tuttavia solamente un predestinato è in grado di “conquistarlo”. I cavalieri templari suoi guardiani, vivono nel Munsalvaesche, nutrendosi esclusivamente di quel che elargisce una particolare pietra: il “Lapis Exilis” (o “Erilis”, come è definita in altre varianti). Questa è la pietra, mediante la quale la Fenice incenerisce se stessa e poi torna a vivere, quasi fosse l’essenza della Resurrezione e dell’Immortalità. A motivo di ciò, possiede la virtù di risanare e di conservare per sempre giovani (è ovvio che, nel tempo, siano sorti moltissimi commenti e confronti con la pietra filosofale).

Il Venerdì Santo discende su di essa un divino messaggero, sotto forma di una colomba bianca e lascia sulla pietra una piccola ostia.  Il nome del puro di cuore che, dovrà divenire suo guardiano, apparirà inciso sul bordo della pietra. Questo può essere il nome di un giovane uomo, ma anche quello di una ragazza.

Gli Angeli, che al momento della ribellione di Lucifero, vollero restare neutrali, furono costretti a scendere sulla terra e a rimanervi per custodire la pietra sacra.  E’ necessario che il Graal resti sconosciuto a tutti salvo,  naturalmente, a quelli che dovranno essere suoi guardiani. Solamente un idiota, un giorno, non si sa come, raggiunse il castello del  Munsalvaesche e, fu a tal punto sciocco, da non chiedere ad Amfortas di quale male soffrisse.

Il male del Re ebbe inizio a causa di una ferita infertagli all’inguine da una lancia avvelenata, però la vista costante del Graal, lo mantiene in vita.  Da allora soffre in modo inenarrabile, tuttavia non può morire e neppure il ramoscello che Enea ebbe dalla Sibilla è in grado di guarirlo.

Questo è ciò che il pio eremita racconta a Parzifal che, si guarda bene  dal confessare di essere lui l” “idiota” che non fece la domanda. “ Disperati” continua l’eremita “ci prostrammo ai piedi del Graal e, su di esso apparve una scritta che diceva che sarebbe giunto al castello un cavaliere e che se costui avesse rivolto ad Amfortas la domanda, la nostra pena avrebbe avuto termine “ Dopo queste rivelazioni, Parzifal più sconfortato che mai, si allontana dall’eremo e fa ritorno alla corte di Artù. Mentre lui siede con il Re alla Tavola Rotonda, sopraggiunge Cundrie la Sorciere.

Questa è uno strano personaggio, originario dell’India che è legato al castello di Munsalvaesche ed ai suoi cavalieri in modo singolare. Lo si incontra continuamente nella storia, con le mansioni di inviata del Munsalvaesche. Infatti cavalca un palafreno marchiato con l’immagine della tortora, emblema dei templari del Munsalvaesche. Essa annunzia a tutti che, sul Lapis Exilis è apparso scritto  che sarà Parzifal il nuovo Re del Graal. Aggiunge che non solamente lui ma anche Condwiramurs e suo figlio Loherangrin vi sono chiamati. In sostanza Parzifal dovrà essere il capostipite di una stirpe sacra, la stirpe Reale del Graal.

Il fatto strano è che, Cundrie rivela che gli errori e gli affanni di Parzifal furono dovuti al corso degli astri a lui contrari, ma che ora le sette stelle che regolano l’universo lo hanno riconosciuto quale Signore del Graal. Accenno questo che ci riporta alla completa osmosi fra le tradizioni astrologiche di ascesa e discesa delle anime dal settenario celeste, precedenti al cristianesimo, e il cristianesimo stesso.

Da questo momento in poi tutti gli altri cavalieri della Tavola Rotonda, rinunziano alla ricerca e conquista del Graal che, da allora, resterà per sempre nascosto.  Ad ogni modo, nel Munsalvaesche sta oramai per tornare l’età  della letizia e della salute, generata dal suo nuovo Re.

Ritornato al castello da dove era stato scacciato, Parzifal per tre volte si prostra davanti al Santo Graal, tre volte in onore della Trinità. Immediatamente Amfortas risana e subito nella corte del Re Vulnerato, ora guarito, ricompaiono l’armonia e la pace. Il poema termina con le enigmatiche parole che profferisce l’ eremita Trevrizrent (lo stesso che aveva rivelato a Parzifal l’origine del Graal).  Le sue sono parole che gettano su Parzifal una luce che è allo stesso tempo radiosa e terribile: Voi avete forzato Dio con la vostra rabbia, si che l’Onnipotente Trinità, consentisse al voler vostro . E queste  parole non ricordano forse la vicenda  di  Giacobbe che lotta con l’Angelo e lo “costringe” a benedirlo?

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