Un aspetto della complessa personalità di Merlino tocca le stesse modalità medievali di raffigurarsi il Sovrano Universale e concerne il suo rapporto con il re Uther Pendragon e il di lui figlio Arthur. Secondo il Roman de Merlin Uther si era innamorato della bella Ygraine, moglie del duca Gorlois di Tintagel, e poiché il suo matrimonio la rendeva irraggiungibile chiese al suo consigliere mago e veggente di aiutarlo. Grazie ai poteri di Merlino Uther assunse le sembianze del marito e una notte potè finalmente congiungersi, ingannandola, con la bella Ygraine. Da questo amore così estraneo ad ogni canone etico, ma che presenta aspetti simili a quelli di contesti leggendari diffusi presso molti popoli di religiosità arcaica, nascerà Arthur, lo straordinario fanciullo che Merlino pretese di educare come compenso dei suoi servigi. 

 altLa madre di Arthur è dunque Ygraine o Yg(u)erne, un nome formato sullo stesso tema dell’irlandese gigren/giugrann e del bretone goirann col significato di “oca”, più esattamente l’”oca selvatica” che nella mitologia celtica, come d’altronde presso molti popoli indoeuropei e siberiani selvatica, era usuale assimilare al cigno e assumeva la sua medesima valenza simbolica di epifania della luce celeste. Ricordiamo che il conosciutissimo simbolo indù del cigno-hamsa (= ”oca selvatica”) rappresentato mentre cova il Brahmanda (= l’”uovo cosmico”) sulle Acque primordiali, sembra dare significato fin nei particolari alla leggenda medievale dell’”Oca-cigno” che dà alla luce Arthur.

   Il nome del re Uther Pendragon ha un significato molto complesso. Secondo Léon Fleuriot *uther può essere ricondotto al gallese aruthr, “terribile”, e all’irlandese uath, “”spavento”. Pen trova il suo esatto equivalente nel bretone penn e nel gallese pen col significato di “testa”, “estremità”, mentre -dragon è chiaramente connesso al latino draco, “dragone”. Uther Pendragon è perciò il “Dragone dalla testa terribile”, un’attribuzione che dà significato alla tradizione secondo la quale lo stendardo a forma di dragone che il profeta Merlino in quanto draconarius portava in combattimento per favorire le vittorie prima del re Uther e poi quelle di suo figlio Arthur, era stato disegnato proprio dallo stesso Merlino. Il simbolo del drago è molto diffuso nell’Inghilterra medievale. Il Mabinogi gallese di Lludd e Llewelys racconta la lotta del drago rosso e del drago bianco sepolti al centro della Bretagna che assicurano l’inviolabilità dell’isola. Lo stesso vessillo del Wales fu proprio un drago rosso almeno fino al XVI secolo, quando venne assunto fra i simboli araldici di Enrico Tudor e della sua dinastia. D’altronde, nella storia di Merlino i draghi sono frequenti ed assumono una funzione creativa che avvicina questo simbolo a quello indù che assimila il drago con Prajapâti, ”il signore degli esseri prodotti”, il principio divino dal cui sacrificio “iniziale” scaturisce l’intera manifestazione cosmica.

    I nomi della madre e del padre di Arthur non sono, dunque, semplici riferimenti concettuali, astrazioni nominali, ma designano una funzione cosmica, delineano il significato di un aspetto della saga nella quale il protagonista resta Arthur, il figlio del principio divino che feconda la luce spirituale e dà origine ad ogni forma di manifestazione. Secondo un insuperato studio di C.-J Guyonvarc’h, il termine *arthur può farsi risalire con certezza ad una forma *arto- che si ritrova in tutte le lingue celtiche con il significato di “orso”. L’irlandese art, il gallese arth, il bretone arz e il gallico artos hanno conservato il loro arcaico significato di “orso”. Arthur è dunque l’Orso, l’animale che presso gli indoeuropei e nelle tradizioni dei popoli siberiani di cultura sciamanica ha un’importante funzione rituale e molto spesso è il simbolo della casta guerriera. Il fatto che la saga indichi nel druida Merlino l’educatore del giovane Arthur risponde ad una precisa realtà simbolica e dottrinale che intende armonizzare il druida e il re, il cinghiale (=Sapienza divina) e l’orso, l’autorità spirituale e il potere temporale. Non solo, ma così come la leggenda articola l’elezione regale di Arthur secondo una continuità che dal padre-dragone sfocia nel figlio-orso entrambi guidati dalla Sapienza divina custodita dal veggente primordiale, risponde ad un archetipo della funzione regale non limitabile al mito arthuriano, ma può essere ricondotta sotto tutti i punti di vista alla cosiddetta “ideologia regale” degli indoeuropei e alle forme rituali che presso le loro diverse civiltà determinavano la centralità del re e la sua assunzione, in principio, dei valori sui quali erano strutturate le diverse classi sociali. 

   alt È rimasta celebre l’immagine, immortalata nel Roman de Merlin, della “spada nella roccia” che aspetta il predestinato capace di estrarla. Come indica la scritta apparsa sulla lama della spada nel giorno di Natale, sarà questa strana forma di ordalia a designare il re che dovrà governare il regno di Logres: “Colui che sarà capace di estrarre questa spada e gli apparterrà sarà il Re prescelto da Gesù Cristo”. Secondo la leggenda , tutti i cavalieri del regno e i vari signori riuniti nella pianura dove sorge il “Cerchio dei Giganti” si susseguono nel tentativo, ma nessuno riesce nell’impresa. Consigliato da Merlino, solo il giovane Arthur può estrarla con facilità dalla roccia che la imprigiona e perciò diventa il legittimo re.

   La leggenda della “spada nella roccia” ci porta lontano, emerge non solo dal passato mitologico della Celtide, ma anche da quello della Scandinavia, della Persia, dell’Italia medievale. La Völsunga Saga, 3, narra l’episodio della spada del dio Odhinn infissa in una quercia (=axis mundi) che solo il giovane Sigmundr, il figlio del re, riuscirà ad estrarre qualificandosi come il solo, degno successore del padre. Nella Hrolfs Saga Kraka, 20, sarà Elgfrodi, figlio di Björn (=l’”orso”), ad estrarre la spada che affiora da una roccia e con ciò potrà affermare il suo diritto ereditario alla regalità. È noto poi il racconto, conservato nel Libro dei Re, dell’eroe persiano Gustasp chiamato a spaccare l’incudine di ferro fuso del fabbro Burab che lo consacrerà eroe invincibile. Gustasp afferra un martello e frantuma la massa incandescente che gli è stata sottoposta, ne libera la “potenza creatrice”. Sono frammenti di un antichissimo rituale di regalità che sembrano scaturire da una dimensione arcana, nella quale l’atto dell’estrazione della spada non solo costituisce una prova che gli altri candidati non riusciranno mai a superare, ma mostra una qualificazione, l’attitudine regale che fa dell’eroe un eletto.

   In Italia è conosciutissima la storia di San Galgano che a Montesiepi, vicino Siena, costruì il suo eremo dopo aver abbandonato la vita di cavaliere. Per dare significato concreto alla sua vocazione eremitica Galgano afferra la sua spada e la conficca in una roccia ancora oggi visibile per stupire il visitatore curioso. Ben presto i signori del luogo affidano il territorio all’Ordine di Citeaux e sul luogo dell’eremo verrà edificata un’abbazia cistercense. L’episodio realmente accaduto di San Galgano è senz’altro contemporaneo alla cristallizzazione in romanzi scritti delle leggende arthuriane e alla loro diffusione sul continente. Quello che è considerato il suo unico miracolo, la spada infissa nella roccia per trasformare l’elsa della spada in una croce sulla quale meditare, si colloca nell’anno 1180, in un tempo molto prossimo alle stesse immagini dei personaggi arthuriani incisi sull’archivolto della cattedrale di Modena databili fra il 1120 e il 1140. I due episodi possono apparire diametralmente opposti. Arthur estrae la spada e, liberandola, afferma la sua elezione a sovrano universale. Galgano imprigiona la spada e con ciò rinuncia al suo stato di cavaliere diventando un eremita. Anche le due ambientazioni dell’impresa differiscono. Secondo la tradizione Arthur libera la spada nella Chorea Gigantum, l’imago mundi all’interno della quale egli è consacrato sovrano universale, ne personifica il vero “cuore” e dovrà sostenere la battaglia finale contro le forze del male, mentre Galgano imprigiona la sua spada nella roccia di un umile eremo sperduto fra i monti della Toscana chiamato a contemplare la croce formata dall’elsa e ad essere assorbito totalmente, come la spada nella croce, nella grazia elargita dal Sovrano di tutti i re. Peraltro, pur nelle due diverse prospettive che si è cercato di evidenziare, le due “spade nella roccia” sembrano dipendere da un unico archetipo mitico, appaiono come le due possibilità, la guerriera e la contemplativa, scaturite da un identico, arcaico rituale di sovranità.                      

                                          Bibliografia 

  • N. D’Anna, Il Segreto dei Trovatori, Il Cerchio, Rimini 2005
  • N. D’Anna, La Sapienza nascosta. I Libri del Graal, Roma 2001
  • N. D’Anna, Il Santo Graal. Fra mito e storia, (in prep.)
  • N. D’Anna, Il Graal e i Trovatori, in Aa.Vv., La spada, la Dama i cavalieri e la croce, “Atti del Convegno”, Simmetria Roma 2005

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