Appunti preliminari
 
Vi sono molte altre cose che Gesù fece e se si scrivessero
non basterebbe il mondo intero a contenere i libri.
(Gv XXI 24)
 
Robert de Boron vissuto tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, forse cavaliere e forse vassallo di Gautier de Montebeliard, città ora situata ai confini con l’attuale Germania e Svizzera (nel “Giuseppe” scrive “Mons Belyal”); il suo programma era di scrivere almeno tre opere in versi, il Giuseppe d’Arimatea, il Merlino e il Perceval, ma a noi sono arrivate solo il primo e parte del secondo, nonché le versioni in prosa di tutti e tre i lavori, che non si sa se siano o meno opera sua.
 
La trilogia doveva essere un grandioso affresco della salvazione dell’umanità che partendo dal peccato di Adamo e passando per la storia di Artù giungeva al ritrovamento del Graal per opera di Parsifal, ultimo dei tre detentori del sacro calice dopo Giuseppe e il Re Pescatore Hebron o Bron, suo cognato e nonno di Parsifal.
 
Giuseppe d’Arimatea
Chi era Giuseppe d’Arimatea e perché Robert lo scelse come personaggio centrale della sua opera?
Giuseppe d’Arimatea, Santo sia per la Chiesa di Roma, che lo celebra il 17 marzo, che per la Chiesa greco-ortodossa, in cui la data della ricorrenza è al 31 luglio, è presente in tutti e quattro i Vangeli, descritto come “un uomo ricco di Arimatea”, “un distinto membro del Sinedrio”, “discepolo di Gesù ma in segreto, per paura dei giudei[1]; è il padrone della “tomba nuova” in cui egli stesso, con l’aiuto di Nicodemo, seppellisce Gesù dopo averlo tolto dalla croce ed avvolto nella sindone. Nei testi evangelici non si fa parola del fatto che Giuseppe abbia raccolto il sangue delle ferite del Cristo e l’acqua uscita dal Suo costato dopo la ferita di lancia inferta da Longino: questi sono tutti elementi presenti nei testi apocrifi e in particolare nel Vangelo di Nicodemo, scritto risalente al II sec. d.C. e di cui esistevano diverse traduzioni in francese antico [2] .
 
Secondo i racconti della diaspora degli Apostoli e delle altre persone che avevano fatto parte della cerchia più vicina al Cristo, Giuseppe sarebbe venuto di persona in Occidente e proprio in Inghilterra a Glastonbury, l’Abbazia in cui sarebbero sepolti Artù e Ginevra (ma si tratta di una tarda affermazione dei monaci dell’Abbazia, ripresa dallo storico Baronio nel XVI secolo [3]): ma un elenco di reliquie presenti nella Cappella Imperiale di Costantinopoli segnala in Palestina la bara di Giuseppe nel 1190 [4] e la sua sepoltura era ancora mostrata ai pellegrini nel 1801.In Robert Giuseppe, dopo aver convertito l’Imperatore Vespasiano, si reca verso imprecisati “territori lontani” [5] e sarà Pietro, uno dei suoi seguaci, che si reca ad Occidente nella terra di Avalon [6] (identificata nel Medioevo con Glastonbury), dove deve attendere che lo raggiunga il figlio di Alain, nipote di Giuseppe e figlio di Hebron il Ricco Pescatore, al quale consegnare la misteriosa lettera ricevuta da un angelo che solo costui, ultimo dei tre possessori del Graal, potrà leggere.
 
Giuseppe nell’esegesi e nella liturgia
La storia di Giuseppe entrò a far parte della esegesi e della liturgia fin dai primi secoli del cristianesimo, come testimoniano i numerosi scritti raccolti da Insolera nel suo lavoro sui rapporti tra la Chiesa e il Graal [7] : Gregorio di Nazianzo [8] , Giovanni Crisostomo [9] , Beda il Venerabile [10] si oppongono a quella “paura dei giudei” di cui parla Giovanni, perché solo un uomo coraggioso avrebbe avuto la capacità di recarsi da Pilato a chiedere il corpo di un delinquente morto col supplizio infamante della croce, ed anzi Amalario di Metz, uno dei maggiori esegeti di liturgia dell’Alto Medioevo, vede proprio nell’atto del togliere il Cristo dalla croce il segno della supremazia di Giuseppe sugli altri discepoli [11] , aprendo così la via per quella particolare significazione della figura di Giuseppe che è alla base dell’opera di Robert.
Il rapporto tra Giuseppe e il sepolcro del Cristo e tra il sepolcro e il Calice viene più volte esplicitato nella esegesi della liturgia della Messa a partire almeno dalla fine dell’VIII secolo con Alcuino [12] , proseguendo nei secoli successivi con lo pseudo Germano di Costantinopoli [13] , il quale fa esplicito riferimento non soltanto al Cristo come Sole (e la luce accompagna gli incontri del Cristo con Giuseppe riportati nell’opera di Robert) ma soprattutto fa il primo accenno al sangue del Cristo raccolto nel Calice, Amalario di Metz, il quale identifica il sacerdote a Giuseppe stesso [14] ,  così come nel Liber pontificalis romano–germanicus [15] .
La famosa incisione di Albrecht Dürer della Messa di san Gregorio Magno esemplifica in modo splendido l’identità dell’altare e del sepolcro del Cristo .
La coincidenza tra corporale e sindone e tra vasi della Messa (calice e patena) e sepolcro viene affermata da Rabano Mauro secondo gli insegnamenti di Papa Silvestro II [16] e in seguito confermata da Onorio di Autun [17] e dallo stesso pontefice Innocenzo III [18] ; successiva all’opera di Robert de Boron è l’affermazione che fa Durand de Mende circa l’introduzione nel sepolcro del corpo e del sangue del Cristo da parte di Giuseppe [19] .
 
Alcuino [20] e Onorio di Autun [21] vanno ancora oltre, affermando la completa identità tra il Calice dell’Ultima Cena e ogni calice con cui si officia nella Messa il rito della Transustanziazione per virtù del sangue del Cristo che esso ha contenuto, identità in cui la diversa materia di cui sono fatti i calici è solo apparenza. Lo pseudo Germano di Costantinopoli si lancia in un’affermazione [22] ancora più forte, dicendo che il Calice, contenendo il sangue del Figlio di Dio, è simbolo della Sapienza che è il Verbo: parole che ritroviamo nella XIX Ode di Salomone attribuita allo gnostico Valentino nel II secolo [23] e nel Corpus Hermeticum [24] .
 
Quanto scrivono gli esegeti sul significato degli elementi della Messa è riportato quasi letteralmente in ciò che dice il Cristo a Giuseppe quando gli rivela il senso esoterico dei riti della Messa: “Essa [cioè la coppa del Graal] sarà strumento di salvezza per i peccatori… Non vi verrà mai celebrato il rito senza che tu venga ricordato… il fatto che tu mi abbia staccato dalla croce sarà ricordato nell’altare… Il lenzuolo in cui mi hai avvolto sarà chiamato corporale. Questa coppa ove tu mettesti il mio Sangue sarà chiamata calice. La patena che lo ricoprirà ricorderà la pietra che mi sigillò quando mi desti sepoltura: tutto ciò sta ad indicare che anche tu verrai ricordato[25] .
 
Il “Giuseppe d’Arimatea” e il “segreto del Graal”
Robert è il primo a trattare del Graal, del suo significato e dei suoi poteri: Chretien de Troyes aveva usato prima di lui la parola solo per indicare il piatto sul quale viene portata l’Ostia al Re Pescatore infermo, giocando sul significato dei due elementi: “graal” è accertato come nome di un piatto da portata usato in particolare per servire il pesce [26] e l’Ostia si identifica con il simbolo cristiano del Cristo come “iktys”.
In Robert il significato è completamente diverso: il Graal è la coppa dell’Ultima Cena in cui il Cristo ha operato la prima Transustanziazione del vino nel sangue, una “coppa di pregevole fattura[27] che un giudeo aveva trovato in casa di Simone (ove si era tenuta la Cena) e aveva donato a Pilato, il quale a sua volta l’aveva consegnata a Giuseppe d’Arimatea in ricordo dell’uomo che “egli aveva amato molto”.
 
Nel Giuseppe d’Arimatea la sacra Coppa produce “pienezza di cuore”, “gioia e grazia”, e dice il Cristo:  “coloro i quali vedranno la tua coppa saranno sempre in mia compagnia… non potranno essere giudicati davanti ad un tribunale, né ingannati, né vinti in battaglia”, e coloro che erano in sua presenza “conobbero subito la vera e totale pienezza dello spirito[28] , ma questi sono gli effetti del Graal e non il segreto del Graal, né il suo segreto è nella spiegazione che dà il Cristo sui simboli della Messa, poiché in realtà si tratta, come si è visto, di argomenti ben conosciuti dagli autori ecclesiastici e da almeno trecento anni prima di Robert de Boron.
Allora, in cosa consiste il “segreto del Graal” a cui più volte Robert de Boron come gli altri scrittori della saga del Graal fanno riferimento?
Certo il segreto è stato sempre ben conservato, tanto che ancora oggi i ricercatori ne discutono presentando le più varie teorie, che vanno dalla non-esistenza di alcun segreto a collegamenti più o meno sotterranei tra il Graal e le più diverse eresie, dai Bogomili ai Catari facendo risalire il “segreto del Graal” ai sistemi gnostici del proto cristianesimo.
Ciò che segue è solo una proposta preliminare che necessita di un approfondimento ma che ritengo in ogni caso utile presentare.
 
a)      Le “sante parole”
Come scrive Zambon, nel Giuseppe d’Arimatea sono distinti due aspetti del Graal: il Graal in sé, il Calice che deve essere trasmesso da Giuseppe ad Hebron e da questi al misterioso “terzo uomo” che Robert non nomina (ma possiamo supporre sia il Perceval cui doveva essere dedicato l’ultimo libro che egli aveva in mente), e “le sante parole, che sono dolci e preziose, che sono giustamente designate come i segreti del Graal” [1].
Quali siano queste “sante parole” non sappiamo, anche se forse alcune di esse potrebbero essere racchiuse nella “orazione dei potenti Nomi di Dio” che Trevrizent comunica a Parzival nel testo di Chretien [2] e di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo [3], a meno che esse non siano quelle contenute in un inno molto noto all’epoca di Robert de Boron (il Deus Pater piissime), ed in tal caso sarebbe difficile parlare di “segreto”.

b)     Il momento della Transustanziazione
Il “segreto” potrebbe essere in una particolare spiegazione esoterica del rito della Messa, la quale rientrava nelle dispute teologiche che si erano aperte alla fine del XII secolo con l’opposizione tra le tesi di Lotario di Segni, poi papa Innocenzo III, e il teologo e predicatore Pietro Cantore, morto nel 1197 (cioè all’epoca della stesura dei due primi romanzi graalici) circa il momento preciso della Transustanziazione: secondo papa Innocenzo III il momento della Transustanziazione coincide con la benedizione del pane [4], mentre Pietro Cantore riteneva che ciò coincidesse con la benedizione del vino. La disputa, apparentemente sottile e “bizantina”, aveva in realtà un significato ben preciso: in pratica Innocenzo III portava all’eliminazione della Comunione sotto le due specie del pane e del vino, cioè eliminava proprio il Calice dal rito della Messa, che Pietro Cantore intendeva invece mantenere.
Invece gli scritti graalici, a volte sotto l’apparenza di accettare la proposizione ufficiale, dimostrano di prendere parte per la tesi di Pietro Cantore [5], né poteva essere altrimenti visto che il Calice del Graal era al centro di questi scritti e “il rituale del Graal non offre una semplice immagine del sacramento che si celebra sull’altare, ma ne è il prototipo o l’idea platonica” [6] ; ancora ne La storia del santo Graal, di autore anonimo e che si ritiene risalga al 1230-1235 [7], nel Mordrain prosegue l’opposizione all’interpretazione del papa Innocenzo III circa il momento della Transustanziazione a favore invece della tesi di Pietro Cantore: “Pronunziate queste parole [cioè le due formule della Consacrazione] il pane che stava sulla patena divenne carne e il vino nel calice sangue” [8].
 
c)      La Chiesa del Graal
Una proposta davvero interessante sul significato dei “segreti del Graal” è quella avanzata da diversi autori di rilievo: per diverse ragioni i “segreti del Graal” potrebbero identificarsi con una forma di Gnosi cristiana derivante dagli gnostici del proto cristianesimo; mentre alcuni, come ad esempio Insolera, ritengono che si tratti di una Gnosi non al di fuori della ortodossia exoterica del cristianesimo ma parallela ad essa sul piano esoterico [9], per altri invece si tratterebbe di una forma in modo più o meno chiaro legata alle principali eresie gnostiche del tempo, i Bogomili e gli Albigesi.
In effetti vi sono nella saga del Graal presa nel suo insieme elementi che sono tipici di una Gnosi, di cui i principali sono:
  • La figura del Cristo come salvatore che dà istruzioni dopo la sua morte e resurrezione, come si ritrova nella gran parte dei testi gnostici del II e III secolo
  •  Insegnamenti riservati a pochi eletti, da cui sono esclusi quelli definiti nel Giuseppe d’Arimatea “i peccatori”
  • La presenza di “parole segrete” o di riti affini ma non eguali a quelli della Chiesa ufficiale, come il rito della Messa celebrata da Giuseppe nella Queste du Graal, in cui al posto dell’ostia consacrata compare prima un bambino e poi lo stesso Cristo sanguinante che esce dalla Coppa
  • Gli effetti di vita e di “pienezza” (anche sotto forma fisica di alimenti) che dà la presenza del Graal agli astanti.
 
Da questo punto di vista giustamente Zambon parla di una “Chiesa del Graal” che si oppone alla Chiesa ortodossa: “Alla Chiesa fondata su Pietro si sostituisce una sorta di comunità occulta che si trasmette un insegnamento ricevuto direttamente da Gesù, superiore a quello pubblico e taciuto dalle Scritture canoniche” [10].
 
d)     Una Gnosi guerriera?
Anche se condividiamo la possibilità di vedere negli scritti del Graal una forma di Gnosi che può essere ritrovata ed interpretata sulla base degli schemi di quella che abbiamo altrove chiamato, seguendo lo Jonas [11], la Gnosi siro alessandrina, abbiamo però un carattere tutto particolare peculiare di questa (qualora esista) “Gnosi del Graal”: nessuno degli scrittori gnostici cristiani o eterodossi fin dal I – II secolo ha mai collegato la Gnosi ad una “via guerriera”, e non si può negare che tutta la saga del Graal abbia il suo svolgimento nell’ambito della Cavalleria e quindi si rivolga ad una classe ben specifica di persone, la classe dei milites di cui nel tempo a cui ci rifacciamo i Templari erano certamente la massima espressione.
 
Ed infatti nel Giuseppe d’Arimatea Giuseppe è presentato come un nobile Cavaliere al comando di altri cinque milites al servizio di Pilato.
Rimane dunque un interrogativo a cui rispondere: se il Graal e le sue storie nascondono una via di conoscenza e di realizzazione esoterica, per noi parallela e non estranea alle vie exoteriche proprie alla religione cristiana, in che modo tutto ciò appartiene esclusivamente alla Cavalleria?
D’altra parte, se questo è il “segreto del Graal”, come possiamo svelare un segreto?


[1] I  testi dei Vangeli in cui si parla di Giuseppe d’Arimatea nella versione della Bibbia Tabor:

Matteo XXVII 57 – 60: “Quando fu sera venne un uomo ricco di Arimatea di nome Giuseppe, il quale era anch’egli discepolo di Gesù; egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Pilato ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe quindi preso il corpo lo avvolse in una sindone pulita e lo depose nel proprio sepolcro, che da poco aveva scavato nella roccia. Rotolò una grossa pietra all’entrata del sepolcro e se ne andò”.

Marco XV 43 – 46: “Giuseppe d’Arimatea, distinto membro del consiglio, il quale aspettava anch’egli il regno di Dio, venne, si fece coraggio, entrò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto… Concesse il cadavere a Giuseppe, il quale, comprato un panno di lino, fece deporre Gesù, lo avvolse col panno di lino e lo pose in un sepolcro che era stato tagliato nella roccia,quindi sulla porta del sepolcro fece rotolare una pietra.”

Luca XXIII 50 – 53: “C’era un uomo di nome Giuseppe, membro del Sinedrio, uomo giusto e buono che non si era associato alla loro deliberazione e alla loro azione. Era nativo di Arimatea, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo mise in un sepolcro dove non era stato posto ancora nessuno”.

Giovanni in XIX 38 – 42 “Giuseppe d’Arimatea, che era discepolo di Gesù ma segreto per paura dei Giudei, chiese a Pilato di togliere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Venne anche Nicodemo, il quale già prima era andato da lui di notte, portando una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre. Presero dunque il corpo di Gesù e lo avvolsero con bende insieme agli aromi, secondo l’usanza di seppellire dei Giudei. Nel luogo in cui fu crocifisso c'era un orto e nell’orto un sepolcro nuovo, in cui ancora non era stato deposto nessuno. Là, dato che il sepolcro era vicino, deposero Gesù”.

[2] F. ZAMBON Robert de Boron e i segreti del Graal, ed. Olschki, Firenze 1984 pag. 19. .
[3]Così troviamo nelle cronache di Guglielmo di Malmesbury storico dell’Abbazia di Glastonbury (1135), nel resoconto della XXXI sessione del Concilio ecumenico di Costanza del 1417 e Cesare Baronio negli Annales ecclesiastici da lui scritti alla fine del 1500 (in Insolera cit. pagg. 33 ss.).
[4] M. INSOLERA La Chiesa e il Graal, ed. Arkeios, Roma 1998 pag. 39.
[5] Giuseppe d’Arimatea cit. pag. 118. .
[6] Idem pag. 128..
[7] Da INSOLERA cit. sono tratte le citazioni dei testi di esegesi e di liturgia che sono proposte qui e in seguito.
[8] GREGORIO DI NAZIANZO (m. circa 390) Oratio XL in sanctum Baptisma: “Considera il coraggio di Giuseppe: infatti non solo osò richiedere il corpo del Cristo, ma perfino dargli sepoltura”.
[9] GIOVANNI CRISOSTOMO (m. 407) Hom LXXXV in Joannem: “Giuseppe anche se spaventato si presentò a Pilato. Perfino Giovanni non fece nulla di simile. A me sembra che egli appartenesse al gruppo di persone più autorevoli, visto che si assunse le spese del funerale e che era ben conosciuto da Pilato”..
[10]BEDA IL VENERABILE (n. 672 – m. 735) In Lucae Evangelium expositio: “Grande è il valore di questo Giuseppe nei confronti del mondo, ma più grande ancora il suo merito presso Dio, sia perché fu ritenuto degno di seppellire il corpo del Signore per la sua probità, sia perché gli fu possibile prendere in consegna tale corpo grazie all’eccellenza del suo potere secolare”.
[11] AMALARIO DI METZ (n. circa 770 - m. circa 850) Liber officialis (ed. Hanssens, 1950, pagg. 345 - 346): “Sebbene appartenente alla schiera dei discepoli nascosti, Giuseppe superò manifestamente per ardimento tutti quanti, tra i discepoli come tra gli Apostoli… Come tra i diaconi detiene la preminenza quello che eleva il calice con il sacerdote, così fu proprio Giuseppe a detenerla tra gli altri discepoli, perché fu ritenuto degno di deporre il Signore dalla croce e di seppellirlo nel proprio sepolcro”.
[12] ALCUINO (n. 735 – m. 804) Liber de divinis officiis: “Il corporale sul quale viene posto il corpo del Signore dovrebbe sempre essere di lino, perché Giuseppe comprò un lenzuolo di candido lino con cui avvolse il corpo del Signore”.
[13]PSEUDO GERMANO DI COSTANTINOPOLI (circa 820) Historia ecclesiastica et mystica contemplatio (circa 820): “ Il ‘disco’ [che sostituisce la patena presso i greco-ortodossi] rappresenta le mani di Giuseppe e di Nicodemo che celebrarono la sepoltura del Cristo. Il disco rappresenta ermeneuticamente il luogo dove Cristo fu posto: un disco celeste che simboleggia il Sole spirituale, il Cristo rappresentato dal pane. Il calice rappresenta il vaso che ricevette il sangue”.
[14]AMALARIO DI METZ De ecclesiasticis officiis: “L’arcidiacono che leva il calice dall’altare ha nella sua memoria Giuseppe, [il quale] comprò la sindone per avvolgere il corpo di Gesù deposto dalla croce”.
[15]Liber pontificalis romano–germanicus (X secolo; ed. Vogel – Elze, 1963, I pag. 339): “Il diacono che eleva il calice davanti al Pontefice e poi lo pone sull’altare rappresenta Giuseppe, che depone il corpo di Cristo dalla croce e lo pone nel proprio sepolcro”.
[16]RABANO MAURO (n. circa 784 – m. 856) De clericorum insititutione: “Sopra l’altare viene posto il corporale che simboleggia il lenzuolo che avvolse il corpo del Salvatore: questo accostamento è stato stabilito da papa Silvestro II, perché si legge nel Vangelo che il corpo del Salvatore fu avvolto da Giuseppe in una candida sindone. Vengono poi posti sull’altare i santi vasi, ovvero il calice e la patena, che rappresentano in certo qual modo il sepolcro del Signore”.
[17]ONORIO DI AUGUSTODUNUM (Autun: 1080 – 1154) Gemma animae (scritto in più revisioni tra 1110 e 1140): “Quando il sacerdote dice ‘Per tutti i secoli dei secoli’ viene il diacono ed eleva il calice davanti a lui, lo ricopre parzialmente, lo pone sull’altare e lo ricopre con il corporale, rappresentando così Giuseppe d’Arimatea… Il corporale ricopre il calice perché rappresenta la sindone candida in cui Giuseppe avvolse il corpo di Cristo, il calice rappresenta il sepolcro, la patena rappresenta la pietra che chiudeva il sepolcro”.
[18]INNOCENZO III (Papa 1198 – 1216) De sacro altaris mysterio: “Il diacono eleva l’offerta sopra l’altare e poi sia lui sia il sacerdote la ripongono, e questo avviene perché sopraggiunsero Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo e ottenuto da Pilato il corpo di Gesù lo deposero e lo seppellirono. E come egli fece rotolare una grande pietra sulla porta del sepolcro, così il diacono ripone il corporale sull’imboccatura del calice”.
[19]DURAND DE MENDE (1237 – 1296) Rationale divinorum officiorum (circa 1250): “Il sangue (= vino) consacrato nel calice coperto rappresenta il corpo di Cristo nel sepolcro chiuso e sigillato. Il corpo e il sangue (= ostia e vino) già consacrati vengono elevati insieme, perché Giuseppe, come dicono alcuni, pose nel sepolcro insieme il corpo e il sangue”.
[20]ALCUINO De divinis officiis: “Il calice con cui il sacerdote cattolico celebra il sacrificio è assolutamente lo stesso calice che il Signore diede agli Apostoli: perché, come la divinità del Verbo di Dio è una, così non possono esistere diversi corpi del Cristo né diversi calici, bensì un solo corpo di Cristo e un solo sangue”.
[21]ONORIO DI AUGUSTODUNUM Gemma animae: “È lo stesso identico calice che Cristo tenne tra le mani, benché possa apparire di materia metallica”.
[22]PSEUDO GERMANO DI COSTANTINOPOLI Historia ecclesiastica: “Il calice rappresenta il vaso che ricevette il sangue [del Cristo]. Il calice rappresenta anche quel cratere che propriamente simboleggia la sapienza, ovvero il Figlio di Dio”.
[23]"Una coppa di latte mi fu porta e l' ho bevuta per la dolce cortesia del Signore. Il Figlio è la Coppa, e chi fu munto il Padre e chi lo munse lo Spirito Santo” (in M. ERBETTA Gli apocrifi del Nuovo Testamento, ed. Marietti Torino 1975, I/1 pag. 636).
[24]Nel testo, intitolato proprio La Coppa, si dice come Dio volle offrire agli uomini il Nous come premio per chi ad esso sapesse pervenire; perciò ne riempì una grande coppa e un messaggero celeste la consegnò all’uomo dicendo: “Immergiti, o anima che ne sei capace, che credi di poter salire verso Colui che ha inviato giù la Coppa, tu che sai per che cosa sei nata” (CH IV, 3 ss.).
[25]Giuseppe d’Arimatea cit. pagg. 99 – 100.
[26]F. ZAMBON Robert de Boron e i segreti del Graal, ed. Olschki, Firenze 1984 pag. 29.
[27]Giuseppe d’Arimatea sono tratte dall’opera in prosa in Merlino il profeta (a cura di V. Molle), ed. ECIG, Genova 1996.
[28]Idem pag. 100, pag. 127 e pag. 120 rispettivamente.
[29]Idem. pag. 130.
[30] CHRETIEN DE TROYES Perceval o il racconto del Graal, ed. Guanda, Milano 1979, pag. 119.
[31] P. GALIANO I Templari e Goffredo di San Vittore - Il recupero del laicato nel pensiero templare, pubblicato nel 2009 su www.simmetria.org.
[32] INNOCENZO III De sacro altaris mysterio: “È sufficiente pronunciare le parole di consacrazione del pane perché esso si muti in Corpo e con esse il vino si muti in Sangue, Infatti in nessun modo può esistere un corpo senza sangue oppure un sangue senza corpo”.
[33] INSOLERA cit. pag. 72.
[34] ZAMBON Robert de Boron cit. pag.71.
[35] F : ZAMBON Romanzo e allegoria nel Medioevo, ed. La Finestra, Trento 2000, pag. 139.
[36] La storia del Santo Graal (a cura di A. Terenzoni), ed. Alkaest, Genova1981, pag. 73.
[37] Per un maggiore approfondimento dell’argomento rimandiamo a PAOLO GALIANO Le vie della Gnosi, ed. Simmetria, Roma 2001.
[38] ZAMBON Robert de Boron cit. pag. 71.
[39] HANS JONAS Lo gnosticismo, ed. SEI, Torino 1973.

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