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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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1023 Recensione

Teuchasio Iapav 
L’arte del fuoco
ragionamenti e poesie di Teuchasio Iapav dedicate agli investigatori della Pietra filosofica.
A cura di Massimo Marra e Michela Brindisi.
Edizioni Mediterranee Roma
IBAN 88827227237 - pp156 - € 14,50

L’arte del fuoco è uno dei libri sul tema dell’alchimia più interessanti tra quelli pervenutici in questo periodo e curati da Massimo Marra per la Nuova Biblioteca Ermetica delle Edizioni Mediterranee.

Non conoscevo il misterioso Teuchasio Iapav che è sicuramente uno pseudonimo.
Ma “L’arte del fuoco”, a mio avviso, è un piccolo gioiello.
Oltretutto, ma il caso non esiste, mi è pervenuto proprio poco prima che pubblicassi sul nostro sito il piccolo articolo sul fabbro di Manduria.
Si vede che fuoco… chiama fuoco.
La prefazione e poi l’amplissimo corredo di note e commenti di Massimo Marra e Michela  Brindisi cita minuziosamente le fonti coeve nelle quali si trovano notizie di tale volumetto; ma forse il suggerimento più brillante, derivato da un possibile anagramma del nome ci rimanderebbe ad un ipotetico Eustachio di Pavia (di cui ovviamente non si ha alcuna notizia).  
Tra i tanti meriti dei due curatori, c’è quello di aver messo in evidenza il vezzo  di proporre l’alchimia in versi, ricordando da vicino il Palombara e il Santinelli, con i quali, tuttavia, sembra improbabile che ci siano stati contatti. Tale abitudine, assai frequente nell’epoca, oltre a proporre guizzi sapienti proprio nella ricerca delle assonanze e delle rime, si impelaga a volte in una ripetizione di concetti identici, spesso trattati con le stesse parole da più autori attraverso un noioso copia e incolla che dilagava, a quanto pare, anche secoli fa. 
Però il nostro Teuchasio non cade spesso in questa abitudine, anche perché nella stessa prefazione dichiara il suo assoluto distacco nei confronti di ermetisti celebrati, che anche oggi sono considerati “mostri sacri” come Ficino, Flamel e Pietralba, tacciandoli di approssimazione e fumosità, mentre rende onore al grande Lullo che rievoca per le famose 129 “Propositiones” che, a loro volta, rimandano ai dialoghi del Braccesco e alla Espositione di Geber filosofo. Questo piccolo incrocio di rimandi, però, mette in luce la sicura preparazione di Teuchasio nel linguaggio e nella dottrina ermetica e l’influenza che un altro ermetista, meno noto ma assai preciso quale fu Alessandro Farra, da cui il nostro autore trae ispirazione per la definizione dell’Oro filosofico.
L’Arte del fuoco, o Pirotechnia viene splendidamente richiamata in queste parole: “il fuoco, che ha il suo lume come le sue tenebre e gode involgersi nel fumo per non esser conosciuto”; in poche parole imposta tutto il lavoro sottile, preparatorio dell’alchimista nel suo laboratorio.
Nel capitolo dedicato alla “materia prima” Teuchasio entra in modo diretto nella spagiria metallica e dichiara che “dal minerale si cava e non da altra cosa”; ma sia chiaro, prosegue, che tale materia si trova soltanto in un minerale “figlio della terra quale i poeti rimanderebbero Anteo” anzi, proviene dal “fiato” che esce dalla bocca del gigante stretto nella lotta tra le braccia di Ercole.
Ora ci sia consentito un breve inciso: Anteo, infatti, ci fa venire in mente la colossale statua di Bomarzo voluta da Vicino Orsini che, secondo alcuni autori, pone, come principio dell’opera proprio il conflitto tra Ercole e Anteo e ciò mostra come l'utilizzo di tale mito ritorni presso coloro che s'occupavano del lavoro sulle pietre e sui metalli. 
Saltando a piè pari l’analisi di tutte le proposizioni che propone Teuchasio mi vorrei soffermare su alcune strofe della poesia dedicata alla proposizione 27:
Del servo fugitivo a tarpar l’ali
s’accinge invano il chimico ignorante.
Senza i solfi metallici reali
Egli privo d’agente ed incostante
Sembra nato bambino che sostentarsi
Per se non puote, e sol non è bastante….
Ora, nell'inseguimento di questo “servo fuggitivo” si impegnano molti alchimisti, tra i quali lo stesso Frate Elia, ultimamente celebrato in una bellissima pubblicazione di Anna Martia Partini per le Mediterranee e in un’altrettanto interessante testo di Paolo Galiano, per le Edizioni Simmetria. Questo “servo” è in realtà il Mercurio che in molte descrizioni e in varie minature, si cerca di catturare, e poi di fissare. Nelle preposizioni a seguire, sempre commentando Geber e Lullo, Teuchasio cercherà di esporre con completezza l’Opera per la cattura di questo servo impertinente, ponendo sempre al centro della medesima la complessa natura del fuoco e spargendo suggerimenti con una certa dose di… furbizia alchemica.
Dice ad esempio nel capitolo che riguarda la quinta essenza:”Riduciamoci quindi alla contemplazione di quell’unico e sincero principio, fuoco occulto di natura che, dopo Dio, opera tutto” . E citando il Trevisano aggiunge: “”s’ingannano tutti coloro che pensano di cavar altro mercurio che dal servo rosso, cioè il fuoco”.
Ma per raggiungere un risultato reale e produrre l’elixir, è necessario operare con il giusto regime del fuoco perché ogni fretta è amica del diavolo. Infatti: “Elixir primo fit negrum, secundo dealbatur, postea colore citrinum inducit, ultimo vero rubrum” senza cioè più alcuna oscurità.
Perché spiega Teuchasio: "il fuoco è il materiale, e fuoco lo strumento di quest’arte”
 C.L.

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