TecnicheMeditazione

Chi ha letto il capolavoro di Cervantes (e chi non l’avesse ancora letto, cosa aspetta?) sa che prima di partire alla ventura per offrire i suoi servigi di cavaliere errante sia alla donna amata che a poveri, vedove, orfani e bisognosi, Don Chisciotte deve ricevere l’investitura e per esserne degno deve prima effettuare la "veglia d'armi".
Quale sorpresa scoprire, grazie a Introduzione alle tecniche di Meditazione Occidentale  (clicca qui per andare al libro nel catalogodi Claudio Lanzi, che la veglia darmi non si faceva semplicemente prima di essere ordinati, ma prima di essere iniziati. Si tratta, spiega l’autore, dell’inizio di una veglia perenne, dove subentra la discriminazione, la scelta. La veglia è attenzione spirituale.

Ed è di questo tipo di attenzione che occorre armarsi per affrontare la lettura di questo manuale apparentemente semplice, dal linguaggio facile, ma non piatto, anzi, profondissimo, e dal messaggio chiaro per chi ha occhi e orecchie per intendere, ma duro per chi non sa ancora, o non vuole attuare la scelta.
Scegliere, ci dice l’autore, vuol dire saper dire di no. E il no più importante è quello che diciamo all’abitudine. Nel momento in cui simpara a dire no allabitudine ci si affaccia realmente sulla via della virtù.

Ho l’onore e la fortuna di conoscere da qualche tempo l’estensore del breve eppur densissimo testo che qui presento, e la familiarità che mi è stata concessa mi ha permesso di capire un po’ di più la celebre massima iniziatica secondo la quale se non ami il tuo Maestro, che è una parte del sentiero, una porta, ma anche e soprattutto un ostacolo, non imparerai mai nulla.

Certi insegnamenti bypassano in toto l’intelligenza e transitano, per citare il titolo di un’altra opera dell’autore, solo grazie all’Intelletto dAmore. "Ciò che conta nel cammino interiore non è mai la risposta, ma la perfetta domanda. Finché nel cuore vibra la domanda, esiste un fuoco che alimenta le forze del viandante. […] Quando il cuore perde coscienza dell’unità, inizia a fare ciò che un cuore non dovrebbe fare: finge di essere una mente, e quindi discrimina. Il cuore puro non discrimina, il cuore non ragiona, il cuore sente nel profondo, unifica e sa ciò ch’è vero in assoluto".

Pare dunque che per inoltrarsi lungo il sentiero spirituale occorra in primo luogo tacitare la mente (il che implica la necessità di voltare le spalle alla superbia e di rendersi disponibili all’ascolto) e diventare umili. L’humus è quella terra nera degli alchimisti, che cela in sé l’oro, ma è anche la terra rossa di cui è fatto l’Adamo primitivo, l’Adam Kadmon maschio-femmina, che apprende direttamente dall’amore di Dio, finché non si lascia soggiogare dalla superbia. Occorre diventare come quel primo Adamo: Esseri completi, curiosi in modo sano, ma senza i pesi delle conoscenze pregresse: "quanto più si è vuoti tanto più si è pieni; per riempirci di ciò che siamo dobbiamo vuotarci di ciò che non siamo; e più cose ci  riempiono, più il rilassamento è difficile".

Una volta due monaci si stavano recando da un monastero all’altro e lungo il cammino s’imbatterono in una donna che, come loro, avrebbe dovuto attraversare un fiume. Uno dei due la aiutò prendendola sulle spalle e guadando il fiume. Poi i due proseguirono. Il volto di uno era sereno e concentrato sui propri passi e sugli ostacoli del cammino. Il volto dell’altro era teso e scuro, e stanco per lo sforzo.
Finalmente giunse la sera e i monaci si trovavano davanti alla porta del monastero. Quello col volto oscuro, sempre più stanco per lo sforzo mentale, proruppe:

  • - Devo assolutamente chiedertelo: sai bene che la nostra regola vieta di avere contatti con le donne. Come hai potuto prendere quella fanciulla sulle spalle?
  • - Le mie braccia l’hanno abbandonata sulla riva opposta del fiume. La tua mente la sta ancora portando.

Proprio come il monaco dal volto oscuro, spesso trascorriamo le nostre giornate rimuginando, non necessariamente su quanto ci possa essere accaduto di male, ma, in generale, sui piccoli eventi della nostra esistenza. La mente è "un aeroporto di pensieri futili" che non tacciono mai e c’impediscono di accedere alla sfera del sacro. Le tecniche di meditazione esaminate in quest’opera servono proprio a tacitare quei pensieri e aprire la Via del Cuore.

Perché è importante che queste tecniche siano occidentali? Perché, come spiega il Lanzi, troppo spesso fuggiamo dalla cultura occidentale (Die Christenheit oder Europa, scriveva Novalis nell’800, ma è rimasto inascoltato) e ci affidiamo all’esotismo – e al falso esoterismo – che i presunti nuovi guru della New Age hanno importato dall’Oriente a nostro uso e consumo. Non certo a nostro beneficio, bensì affinché ne possiamo fruire. La fruizione della spiritualità, spiega l’autore, è forse il peggiore dei guai che poteva accadere all’ermetismo e alle Scuole Iniziatiche vere, in quanto alimenta la "catena bisogno - desiderio - soddisfacimento del desiderio e conseguente perdita dell’oggetto desiderato, fino alla ricerca di un nuovo oggetto da desiderare" rendendo i fruitori dei vari corsi per l’apertura dei centri sottili, il risveglio della kundalini, il controllo del prana e altre simili amenità degli alienati che rischiano di danneggiare sé stessi e che certamente non fanno un passo sul Sentiero.

1038 Meditazione1aDunque l’autore, nei limiti in cui è permesso svelare alcune parti dell’Operatività senza mettere a repentaglio né chi ascolta/legge né l’Opera stessa, presenta una serie di metodi pratici che si rifanno alla Scuola platonico-pitagorica, alla gnosi cristiana e agli insegnamenti dei Padri del Deserto, per arrivare all’esicasmo, ai mistici dell’Alto e Basso Medioevo, fino agli alchimisti rinascimentali. Senza rinnegare i propri trascorsi orientali, l’autore pone in rilievo l’importanza, per l’aspirante praticante occidentale, di restare nell’alveo della tradizione cristiana, giacché è da questa che abbiamo ricevuto l’imprimatur come Anime, ed è giusto quindi esplorare i nostri Sentieri Spirituali (per citare un’altra opera dell’autore) all’ombra della Croce.

Lungi dal proporre una via "facile e certa", come talvolta viene presentata l’Opera Esoterica dai falsi guru di cui sopra, l’autore avverte che tutto ci si può attendere dal Cammino, tranne che sia indolore. Al contrario, le "buie notti dell’anima" di cui parla San Giovanni della Croce non solo attendono il pellegrino a ogni crocicchio, ma devono essere salutate con gioia, proprio come il corvo nero che segnava il Principio della nigredo per gli alchimisti cristiani, perché sono il segnale che il primo passo sul Sentiero è stato compiuto. E questa è una Grazia.

"Inspirazione - Esalazione profondamente. Questo è il modo per inaugurare il nuovo cammino, che inizia con l’esalazione perché il respiro di cui parliamo è sempre un morire. Senza la Morte non c’è Resurrezione. Questa morte equivale a raggiungere la quiete vera. Quella dell’abbandono totale".

Benché l’intera sezione relativa agli otto incontri esperienziali (a cui viene data forma scritta in questo volume) sia introdotta dalla sapiente e gustosa metafora della pentola,[1] il testo che sto presentando con gioia e onore "non è un minestrone come oggi è normale proporre, ma una selezione elettiva per assonanze, per similitudini" che l’autore ha distillato da un’intera vita di esperienza pratica, oltre che intellettuale, e per la quale rende il giusto merito ai suoi Maestri, che gli hanno "insegnato generosamente, incuranti del fatto ch’io abbia imparato poco. […] La linea guida (quella che ne fornisce il senso, le origini arcane e le coordina in un solo insieme) è sempre di matrice pitagorica, senza però confliggere con l’exoterismo religioso e col cattolicesimo in particolare".

Nel "poco" che il Lanzi umilmente afferma di aver appreso sono inclusi gli esercizi relativi all’ascolto del corpo, al controllo del respiro, all’apertura del Cuore a livelli di comprensione superiore, quelli in cui "molte parole sigillate alla sapienza umana diventano chiare con laiuto della Fede".[2] Apprendiamo infatti come una parola sigillata possa diventare chiara grazie all’esperienza della Fede, che non è creduloneria, ma Scienza del Cuore, Scienza d’Amore. Attraverso la meditazione e la contemplazione – quindi non col ragionamento su quella parola – "ne riceviamo la comprensione mediante quella contemplazione che segue lopera della purificazione. Le parole che hanno un sigillo sono parole-suono, come alcuni mantra. Esistono parole formate dal suono specifico e da una successione sillabica particolare che danno a queste parole un imprimatur, un sigillo operativo. Parole la cui conoscenza è specificamente iniziatica".

Una di queste formule è Ite missa est.

Sempre dal "poco" che l’autore ha fatto suo e generosamente ci dona, apprendiamo, per esempio, che il canto è mediatore tra i cieli e la terra e che lavorare sulla ritmica geometrica e sulle proporzioni aiuta il praticante a stabilizzare la propria postura ascetica. Infatti senza una spina dorsale dritta come una corda non c’è vera meditazione.
Scopriamo che "l’ombelico abita nel punto aureo, per cui se si pongono le mani su di esso se ne possono ascoltare le tensioni e attuare una tecnica di equilibrio (non di rilassamento) straordinaria. Prima di nascere, è l’unico punto di nutrizione e resta sempre un punto di "primigenia" alimentazione di cui conserva il ricordo. Poniamo il pollice sopra l’ombelico, spingiamo leggermente e dondoliamoci. Ci aiuterà a trovare l’allineamento del nostro baricentro".
1038 Meditazione2aPersonalmente la "riscoperta" e il ri-cor-do di questo stoma prenatale attraverso il quale nostra madre ci ha dato se stessa tramite il cordone ombelicale è stata fonte di intensa commozione. E di questo ringrazio l’autore dal più profondo.

Anche nella seconda parte dell’opera, in cui siamo introdotti alle Virtù, all’essenza della meditazione e all’esichia pitagorica, l’autore non trascura di consigliare agli aspiranti praticanti molti esercizi semplici e sicuri (ma non facili e non banali) che permettono di contattare il proprio mondo interiore, per iniziare un’indagine che durerà tutta la vita, e che può portare a vette altissime, passo dopo passo.

Le Virtù sono infatti una scala di sette gradini eminentemente esperienziale. "Quattro gradini stabiliscono l’ordine e trovano una direzione, tre riguardano le modalità dello stato realizzativo. La radice di Virtus è la stessa di virgo, vir, viriditas, virginitas". Quindi una virago, in realtà, è un Vir-agens, una donna potente.[3]

"Praticare le virtù non è uno sforzo, è un impegno aspro ma gioioso. Profondità è una parola magica che riguarda tutte le Virtù e tutte le direzioni. […] Andare in profondità vuol dire attraversare il terzo asse della croce. [e così apprendiamo che la Croce ha tre assi. N.d.R.] Nella croce trovo le Virtù cardinali, individuate dai chiodi e dalla corona di Cristo. La Lancia di Longino indica invece con la trafittura del costato la terza Via, la Via del Cuore".

Potrei proseguire fino a riscrivere l’intero libro a forza di citazioni, ed effettivamente la mia copia è costellata di sottolineature e punti esclamativi… ma preferisco concludere tornando alle prime pagine e accennando a cos’è veramente la meditazione. "La meditazione, prima di tutto, è umiltà. Non serve per raggiungere un particolare obiettivo o per avere una supremazia. Invece di cercare di essere qualcuno, la prima e unica cosa importante per chi medita è diventare sé stessi! Solo nel silenzio possiamo trovare noi stessi perché scopriamo chi siamo e cosa valiamo. Possiamo trovare ciò solo quando perdiamo ogni appiglio. È terribile stare realmente senza appigli. […] Per questo, al fine di perseguire autenticamente un cammino spirituale occorre la disciplina, che è un Opus filosofico, marziale, cardiaco e ascetico. Ciò non è facilmente comprensibile finché non se ne faccia autentica esperienza". I due eventi fondamentali attraverso il cui battesimo iniziatico dobbiamo passare per approdare alla vera meditazione sono il silenzio e la concentrazione esercitati nella disciplina di una pratica millenaria e sotto la guida di un Maestro (... uno vero, ovviamente).

Chi è il Maestro? Si chiede e ci chiede l’autore: "questa domanda dev’esser sempre presente nell’animo di un praticante che aspira a risolversi attraverso la meditazione". Il Maestro è qualcuno che non si proclama tale e che non lo vorrebbe essere, perché prendersi la responsabilità della direzione spirituale di un’altra anima è faticosissimo, per cui chi riuscisse a incontrarne uno vero, lo ami profondamente, anche se il più delle volte, nella pratica quotidiana, lo odierà ardentemente e cordialmente.
Il Maestro, inoltre, è chi ci mette di fronte ai nostri limiti e all’insulso di cui è fatta la vita di tutti i giorni.  "Chi non sente prepotentemente questo disagio difficilmente decide di provare a capire come si fa a meditare per cercare sé stessi. La scoperta del disagio dovrebbe portare verso un’esigenza di completezza; medito proprio perché non so chi sono, che faccio, e dove vado; quindi decido di partire, come un cavaliere errante,[4] per andare a cercare un senso al mio esistere, o per capire chi è che "esiste". E cammina cammina perderò tutto: non solo i libri,ma anche i vestiti".

1038 Meditazione3aUna volta che siamo rimasti nudi di fronte al Maestro – e a Maestro del Cuore, ossia noi stessi, possiamo iniziare a meditare veramente. "Meditare deriva dalla mederi che vuol dire anche curare. Curare chi? Ovviamente curare (e se possibile guarire) prima di tutto sé stessi e poi anche il prossimo. Si guarisce solo se si conosce l’oggetto della cura" e lo strumento di quella conoscenza, ancora una volta, non è la mente, ma il cuore, la via del Cristo, che, non a caso, è anche un meraviglioso Guaritore.

"Questo semplice corso" e qui termino, riprendendo le parole iniziali del Lanzi, "troverebbe la sua giusta e completa conclusione solo se inserito in una trasmissione tradizionale che duri tutta una vita. Si parte sempre da una percezione soggettiva in quanto, finché non avremo drasticamente amplificato la nostra dimensione coscienziale, non possiamo fare ed essere diversamente da ciò che sentiamo.[5] […] Se un’esperienza spirituale è "fatta bene" ed è completa, si estende a ogni parte della persona e a tutta la sua vita. Ma la velocità nell’esperienza è il contrario della profondità, e lo spirito vive solo negli abissi profondi, mai sulla superficie. […] La vera scoperta "spirituale" avviene attraverso l’attenzione sull’esperienza  presente: ciò significa contemplare l’esperienza senza giudicarla o classificarla. L’ansia di sapere uccide l’anima; bisogna impegnarsi a trasformarla in amore di Sapienza. Il contatto con la terra, in seguito a una serie di metanoie, assicura un beneficio inenarrabile".

Metanoia: un profondo inchino, ma anche un profondo mutamento nel modo di pensare e di sentire, che è quanto auguro ai lettori che vorranno lasciarsi sorprendere e comprendere dalla Sapienza di quest’Opera.

La verità non simpara, si comprende, o meglio è Lei che comprende noi.

 

                         Stella Picarò
Dottoressa in Scienze Linguistiche per la Comunicazione Internazionale con specializzazione in germanistica e letteratura tedesca, appassionata da sempre di quei misteriosi testi che sono le narrazioni mitologiche e le fiabe popolari, a cui ha dedicato due tesi alchemiche. Dopo una breve indagine nell’Oriente tibetano, si è occupata, e le studia attualmente, delle Tradizioni occidentali, in particolare nelle loro ultime propaggini, rappresentate dall’Iniziato Dante, dagli alchimisti arabi e cristiani, dalla Kabbalah e dal Romanticismo esoterico tedesco, con speciale riguardo all’opera di Goethe e dei Fratelli Grimm.
Ha pubblicato inoltre racconti brevi e poesie, sia in italiano che in tedesco, in raccolte antologiche.

Note

[1] Ma non sarà, per caso, che questa pentola vada svuotata, invece di seguitare a riempirla? Imparare le basi della meditazione occidentale, proprio perché fondata sul ternario, sul quaternario e sul settenario, può aiutare efficacemente a pulire la pentola, a vuotarla di una parte o, se ci si riesce, di tutte le sostanze nocive; può insegnare ad accettare e a trattare quelle che proprio non si possono assolutamente buttare; e infine può orientare per cercare sostanze nuove da cucinare, e valutare bene quanta acqua, quanto sale e quanto fuoco siano necessari per ricavarne un cibo decente. Ma prima la pentola va lavata, utilizzando determinate tecniche che agiscano sulle tre parti con cui si fa la minestra umana: il fisico, lo psichico e lo spirituale.
- lo psico-soma è la terracotta della pentola stessa;
- le sostanze che immettiamo nella pentola sono sia i nostri pensieri metallici che le nostre azioni presenti, passate e future;
- la cottura dura quanto la nostra vita terrena e dipende dal fuoco, dall’aria, dall’acqua e dalla pentola stessa;
- il risultato della cottura è la conoscenza della verità di noi stessi e la nostra trasformazione: noi stessi avremo preparato il cibo che consumeremo;
- ma senza lo spirito quintessenziale, che è la comprensione dell’essenza del fuoco, dell’aria, dell’acqua e della terra e il perfetto dosaggio delle sostanze che consentono la preparazione del cibo, non è possibile alcun processo. La base della meditazione consiste nel conciliare efficacemente i tre elementi indispensabili per meditare: il Corpo, la Mente, il Suono. Il primo strumento per avvicinarsi a un processo meditativo è l’ascolto del corpo, del cuore, del respiro. Questa triade realizza il preliminare suono della meditazione. Per suono intendiamo l’energia, la vibrazione di cui siamo composti.

[2] Isacco da Ninive, citato nell’opera.

[3] L’autore spiega infatti: "le lingue moderne hanno perso il ritmo e il tono delle lingue classiche; l’abbinamento dei suoni, delle consonanti e vocali secondo le lingue sacre, crea la magia del fare nel suono. All’italiano mancano le consonanti finali, come la S che lascia veleggiare il soffio, lo Spirito, e mancano anche i cambi di tonalità all’interno delle singole parole. In una Via Autentica si usa il suono in tutta la sua vastità per pulire, ordinare, aggiustare, evocare". Ho trovato incantevole la chiosa sull’ora pro nobis, per la cui lettura integrale rimando al volume che sto commendando.

[4] Don Chisciotte, d’altra parte, non è semplicemente "loco". Molto più sottilmente è colui che sa vedere, come i ciechi veggenti dell’antichità, ciò che agli occhi dei profani è celato sotto uno o più sigilli. Trovo meraviglioso che l’alito di Dulcinea, che, quando le si avvicina Sancho puzza di aglio, all’olfatto sottile del nostro Cavaliere Errante appaia come profumo fiorito.

[5] Come ricorda l’autore infatti, tutte le Scuole affermano che senza il corpo nessuna pratica spirituale è possibile. "Nel nostro percorso elementare ci faremo guidare dalla geometria e dal suono. Iniziamo a cantare la A. Emettere il suono della A o della O al termine di una lunga o breve pratica meditativa è come aprire o chiudere una porta sul giardino della coscienza. […] Saper cantare la A con la quale dobbiamo vibrare è uno studio che può occupare tutta la vita: più il suono ci riempie, più ci pulisce in modo potente; s’inizia dalla A perché qualsiasi canto parte dalla A e la A è la base di tutte le più importanti preghiere oltre che l’inizio di quasi tutti gli alfabeti. Essa provvede a innestare il livello di primo orientamento in tutte le fasi successive in quanto ogni passaggio necessita sempre di un orientamento e di una purificazione".

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