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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Schneider

Tutti conoscono le opere più famose di Marius Schneider (La musica primitiva, Gli animali simbolici, Pietre che cantano e Il significato della musica), ma probabilmente non tutti hanno gli strumenti più adatti per interpretarne correttamente il linguaggio, col risultato che a volte il fascino subìto dagli argomenti trattati può condurci lungo i binari di un irrazionalismo sospetto, soprattutto agli occhi di quegli studiosi che più di altri ricercano una base scientifica solida per le loro affermazioni in materia.

Senza ripetere dunque ancora una volta come la visione di Schneider sia profondamente in antitesi con quella seguita dall'etnomusicologia storicista nell'Occidente moderno, essa ricorda tuttavia da vicino l'impostazione di Artaud quando descrive la natura archetipica del teatro balinese, che tanto vide sbracciarsi i suoi critici quando misero in luce i suoi errori nella lettura simbolica di tale fenomeno: ma dei secondi non resta più traccia, mentre di Artaud siamo orfani tutti, e debitori profondi.

Possa dunque un'analoga sorte essere riservata anche al Nostro, e possa presto rinascere accanto a lui una medesima visione mitica di riferimento, che sappia scrollarsi di dosso una volta per tutte i condizionamenti mentali del razionalismo moderno: solo così rinascerà la speranza, diversamente la nebbia pesante di un materialismo asfissiante si stenderà su ogni cosa.

Un breve sguardo sugli interventi in esame

 Gli Atti del Convegno, tenutosi nell’Aprile di questo anno, si aprono con una presentazione iniziale di Antonello Colimberti[1] sul controverso rapporto della cultura italiana con Marius Schneider, in cui sono evidenziati con dovizia di particolari luci ed ombre di questo confronto: l'incomprensione e il gelo, quando non addirittura il vero e proprio ostracismo dimostrato nel tempo - e a vari livelli - verso il pensiero e l'opera dello studioso tedesco (anche accanto ad attestazioni di stima e di interesse profondi, è bene tuttavia ricordarlo), ci inducono infatti a una riflessione accurata intorno al valore e al ruolo degli studi tradizionali nel nostro Paese, specie alla luce del crescente interesse di critica e di pubblico verso tali argomenti e in particolare verso la figura e l'opera di questo autore.

Il secondo intervento di Grazia Marchianò[2] è invece rivolto in maniera specifica alla "Parola creatrice" e al "Sacrificio sonoro" nel pensiero di Schneider: preceduto da una riflessione sul tema delle "affinità elettive" presenti fra questi ed Elémire Zolla, e sul fecondo lavoro derivato negli anni dal loro rapporto, esso passa poi a soffermarsi sul simbolismo connesso con la sillaba Om nella metafisica indiana, riassumendo e presentando così brevemente le diverse tematiche trattate nel tempo dallo studioso alsaziano, per concludersi infine con una riflessione finale sul carattere "animico" dell'approccio rituale tradizionale al suono e alla musica.

Anche negli interventi di Nuccio D'Anna[3] e Leopoldo Siano[4] sono evidenziati peraltro – e in modo decisamente accurato e approfondito - gli aspetti mitici e cosmogonici presenti nell'opera del nostro autore, specificamente incentrati sull'analisi della tradizione vedica, da lui particolarmente frequentata e amata: non è usuale trovare infatti in campo accademico una profondità di pensiero come quella di Schneider, messa in evidenza e spiegata da entrambi i relatori con grande competenza e attenzione. E nella breve ma lapidaria affermazione di Siano "Marius Schneider è un autore esoterico" ritroviamo riassunta, con le dovute precisazioni del caso, la vera essenza del suo pensiero.

Interessante e condivisibile è poi l'intervento di Pierpaolo De Giorgi[5] sulla ricerca di Schneider sul tarantismo, in cui si parte da un superamento dell'ipotesi riduzionista di De Martino (che già si era spinto, peraltro, parecchio più in là rispetto ai limiti impostigli dalla propria appartenenza ideologica) per approdare successivamente a un'analisi di mythos e logos, pensiero analogico e pensiero simbolico, come propedeutici allo studio del ritmo e della struttura armonica della realtà, compiuto attraverso uno sguardo ad ampio raggio anche su altre discipline ed altri autori.

Breve ma nello stesso tempo efficace (grazie anche alle schede riassuntive finali) è poi l'intervento di Giangiuseppe Bonardi[6] sul rapporto fra Schneider e la musicoterapia, che nel suo carattere didattico e divulgativo presenta un taglio conciso e scorrevole, particolarmente adatto a una conoscenza iniziale e ad una comprensione introduttiva della materia.

Una sintesi conclusiva dell'intero percorso è contenuta infine, in modo indiretto ma suggestivo, nell'ultimo intervento di Claudio Lanzi[7], che nel collegare fra loro le forme rituali della musica sacra come espressione tradizionale dell'Ars armonica pitagorica con gli assetti spaziali, geometrici e architettonici dell'Ars muratoria, compie una riflessione ulteriore sul legame inscindibile fra suono e spazio, cui già in passato lo stesso Schneider si era ispirato nel suo famoso lavoro sui chiostri spagnoli di Ripoll, San Cugat e Gerona.

  1. Gallo Ziffer

 "Atti del Convegno: 'Schneider - Musica arte e conoscenza'"

[1] Un incontro mancato. Marius Schneider e la cultura italiana.

[2] La Parola creatrice e il Sacrificio negli scritti di Marius Schneider pubblicati sulla rivista zolliana "Conoscenza Religiosa" (1969-1983).

[3] Musica e lingua sacre nella tradizione vedica.

[4] La 'Kosmogonie' di Marius Schneider.

[5] Marius Schneider e il ritmo come via verso la conoscenza della struttura armonica della realtà.

[6] Gli apporti di Marius Schneider sulla musicoterapia.

[7] La ritmica sacra della geometria tradizionale e la musica.

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