«Tanto il linguaggio quanto il pensiero razionale si fondano sull’ineffabile». Così si esprime Mordini nel suo "Verità del linguaggio" (ed. Volpe, Roma, 1974, p. 43)[1] quando parla del rapporto che intercorre tra soggetto e predicato.


[1] Si consiglia vivamente la lettura dell’intera produzione di Mordini, un cattolico vero con un’«apertura» senza pregiudizi nei confronti dell’opera di Guénon. La figura di questo terziario francescano che è venuto a mancare così prematuramente, addolora, anche perché neppure a distanza di tempo si è avuto modo di constatare il riconoscimento del suo spessore.

 

Per Mordini, infatti, tale rapporto non coincide mai con l’identità bensì unicamente con la «predicabilità»: e se il primo [si riferisce al soggetto] di per sé è tanto evidente da non dover essere nemmeno espresso in una proposizione, il secondo, e cioè il rapporto di predicabilità, costituisce un dato ineffabile (Ivi). L’autore, che è stato un terziario francescano di spessore intellettuale di primissimo piano nell’Italia del secondo dopo guerra, quando si esprime in questo modo, ha in mente l’affermazione di «ciò che esiste». È innegabile, infatti, che al fondo di qualsiasi pensiero dell’uomo ci sia il tentativo di affermare «come-sia-una-cosa»? Oppure su cosa si basi quest’ultima affermazione Mordini a queste domande risponde che è la copula a determinare il cosa e il come, ma in una maniera ineffabile, indicibile, talmente aldilà delle nostre possibilità che non è razionalmente concettualizzabile e che nemmeno linguisticamente si è in grado di spiegare. Di fronte a ciò il silenzio, il myein, il mistero, la contemplazione priva di iati dovuti alla parola. Il libro di Mordini, caratterizzato da una narrazione incalzante e senza respiro, continua e parla del fatto che da Babele muove l’unico linguaggio a diramarsi nelle lingue dei popoli, e muove l’unica Tradizione nelle religioni come causa indispensabile al tramandarsi delle lingue nazionali e delle istituzioni (p. 113). È questo, allora, uno dei tanti riferimenti che il cattolico Mordini fa all’esistenza della Tradizione Una. Ma dice anche di più: la Tradizione scritta si presenta sempre, più o meno, sotto la simbologia del tessuto di sillabe o fonemi nella parola, tessuto ben coerente nell’apparente contraddizione dell’ordito e della trama che nella croce si mostrano complementari. L’ordito si stende longitudinalmente sul telaio fermato al liccio, mentre la trama viene via via distesa dalla spola rapida tra i fili dell’ordito medesimo. I fili dell’ordito sono ben tesi, solo si allontanano in modo alterno nell’alzarsi e nell’abbassarsi, mentre il filo della trama scorre e si svolge via via serrandosi alla pezza appena tessuta (p. 159). È uno stupendo passo, questo appena riportato, che andrebbe spesso riletto per scorgervi la profondità di un lavoro semplice come quello della tessitura, da sempre al centro di vari simbolismi tradizionali. Ma dietro la semplicità risiede la complessità dell’ineffabilità, così come dietro alla scorza si trova il nocciolo. Molto simile all’idea, che questa immagine di Mordini ispira, è la spiegazione che Ibn‘Arabî diede della differenza tra le religioni: le religioni differiscono solo a causa della differenza tra le Relazioni divine [i Nomi divini quindi]. Le Relazioni divine differiscono solo per la differenza negli stati. Gli stati differiscono solamente a causa della differenza dei tempi. I tempi differiscono solamente a causa della differenza dei movimenti. I movimenti differiscono solamente a causa della differenza nelle attenzioni. Le attenzioni differiscono solamente a causa della differenza nei fini. I fini differiscono solamente a causa delle differenze nelle teofanie. Le teofanie differiscono solamente a causa della differenza nelle religioni (Ibn‘Arabî, Fut. I, 126; 4, 185). Dallo scritto del terziario francescano si evince dunque che l’ordito è la manifestazione della volontà divina, che ha già predisposto le trame per il futuro. Ecco perché queste ultime sono solo le azioni dell’uomo che tesse la sua storia col filo della parca (p. 159). La lettura del libro Verità del linguaggio può far dunque derivare, in chi sia a ciò ricettivo, l’esistenza - ma queste non sono parole di Mordini - di un grande quadro e di un grande pittore che lo dipinge: «il quadro è», solo perché «è» essenzialmente il pittore stesso, mentre i colori su di esso sono proprio quelle trame, che l’uomo tesse col filo della parca. Ecco perché dinnanzi a simile quadro - dove il pittore è il quadro, perché il quadro è il pittore - tanto il linguaggio quanto il pensiero razionale si fondano sull’ineffabile.

 Alberto De Luca

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