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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Il silenzio è l’Unità al cospetto della Molteplicità che è il linguaggio. In questa direzione si muove l’interessantissimo libro "Quali parole vi aspettiate che aggiunga?" di Bai Yuchan, un maestro taoista del XIII secolo (tradotto da Alfredo Cadonna per Leo S. Olschki Editore, Firenze, 2001).

Esso è un Commentario della famosa opera di Lao-tze, il Daodejing. Ma è forse proprio qui, che si può rimanere maggiormente stupefatti dal fatto che, quello che dovrebbe essere una spiegazione e quindi per certi versi assimilabile nella sua lunghezza ad una prosa, risulti in definitiva essere estremamente sintetica con addirittura l’utilizzo di alcuni ideogrammi al suo interno. È il titolo del libro che indirizza verso questo stesso paradosso: al Maestro Yuchan il Daodejing, così come è, sembra già sufficientemente chiaro, «QUALI PAROLE VI ASPETTATE CHE AGGIUNGA?» interroga allora il suo uditorio. La risposta dovrebbe, allora, essere ricavata dall’applicazione della glossa [29] del verso 2: pratica un’insegnamento senza parole. Ne dovrebbe discendere quindi il silenzio di fronte all’ineffabile.

Così e nient’altro.

Questa è la glossa numero [1], che apre il Commentario del maestro taoista, e che costituisce uno dei numerosi punti di collegamento con l’esoterismo islamico.

Il richiamo al Tasawwuf (l’esoterismo islamico) è determinato dal fatto che l’avverbio così, dottrinalmente implica un senso di «prossimità» del Tao: nel Corano si trova allora la Sura L (versetto 16) in cui è scritto che Noi [Allâh] siamo a lui [all’uomo] più vicini della sua vena giugulare (²abl al-warîd). Al-Tustarî a tal proposito, come riporta giustamente Cadonna, sostiene che la «vicinanza» deve essere ascritta ad una vena situata in una profondità del Cuore (ºawf al-qalb), la qual cosa rappresenta il luogo della Sakina, la presenza divina nell’essere umano.

Si vede una volta di più ancora, come veramente i testi tradizionali abbiano all’interno di essi stessi dei punti in comune con testi di altre tradizioni. Si può quindi tranquillamente «osare» affermare che è proprio nella loro specifica natura, essenzialmente tradizionale, di testi sacri (gli «orditi» come prima visto), vale a dire di testi informati a dei principi metafisici, che le varie tradizioni possono scorgervi la loro propria radice comune, che è velata unicamente dai loro adattamenti temporali.

L’utilizzo già segnalato di ideogrammi da parte del maestro Yuchan, - 64 volte, essi sono dei cerchi vuoti - denota l’impossibilità da parte sua di trovare parole adatte a rendere il concetto nella glossa, ripiegando allora all’utilizzo di un supporto grafico come più esaudiente e chiarificatore. Per contro, a noi (non iniziati) l’uso dell’ideogramma pone la necessità di codificarne la semantica, visto anche il nostro linguaggio, che non è sicuramente abituato all’estrema sinteticità delle scritture simboliche, così ad esempio si spiegherà brevemente qui, appoggiandoci alla delucidazione fornita da Cadonna, l’ideogramma del cerchio vuoto.

Nei termini del neidan, il cerchio vuoto simboleggia la Camera Spirituale (shenshi) in cui risiede, all’interno di ciascun essere, lo Spirito Primordiale (yuanshen). Per contro, quando si sarà invece in presenza del cerchio con un punto nero nel suo mezzo, si intenderà allora che trattasi della particella di luce (il punto nero) che sta al centro dello Spirito Primordiale, per cui nutrendola sarà possibile restaurare lo stato originario, simboleggiato dall’Embrione Spirituale (shengtai).

Di particolare importanza è inoltre la glossa numero [108] che così recita: Si appaia come stupidi e in questo stato si portino a termine i propri giorni. La nota del traduttore è imprescindibile per capire l’enormità della portata di questo commento: Come si è accennato nella premessa, questo reiterato invito di Bai Yuchan è da mettere in relazione con l’aspetto discendente della realizzazione spirituale. Colui che ha attinto tale stato, non solo vede la realtà ordinaria ed esteriore come aspetto necessario dell’Assoluto, ma appare e si comporta egli stesso in maniera del tutto ordinaria: «Colui che fluisce con il Tao […] è così semplice, così ordinario che può essere paragonato ad un idiota (Zhuangzi 20)».

Nel Tasawwuf Ibn‘Arabî afferma qualcosa di simile quando scrive che coloro che sono investiti di una missione verso le creature che dimorano ad-dunyâ, mondo che hanno appena «lasciato» nel loro sulûk (cammino iniziatico), si adoperano a nascondere il loro grado di iniziazione agli altri uomini, apparendo loro sotto un aspetto più consono alla «ignoranza» di questi ultimi. Dunque tre libri differenti e tre autori differenti e lontani nel tempo e nella tradizione d’appartenenza, ma a loro modo silenziosamente si richiamano ad un mistero ineffabile di Unità nella molteplicità.

 Alberto De Luca



[1] La collana «I Gioielli» ha pubblicato sino ad ora anche Introduzione al Sufismo di as-Sulamî (tradotto da Demetrio Giordani) e Il Mistero dei Custodi del Mondo di Ibn‘Arabî (tradotto da Chiara Casseler).

 

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