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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Ci siamo più volte lamentati del fatto che la liturgia cristiana e quella cattolica in particolare abbiano, nel corso dei secoli, dimenticato completamente i movimenti “danzati” che venivano eseguiti dai sacerdoti, e in parte dai fedeli, durante alcune cerimonie religiose. Ne parlano abbondantemente alcuni autori, fra i quali ricordiamo due fra i più noti: Curt Sachs e Marius Schneider.

 La parte movimentata delle celebrazioni cristiane (se escludiamo alcune fragorose manifestazioni post-conciliari moderne… su cui preferiamo sorvolare) si è compattata, attraverso i secoli, nei lenti spostamenti rituali, densi di spiritualità e di profondi significati simbolici, connessi al canone liturgico e alle fasi processionarie, esterne o interne alla chiesa. Se però escludiamo le feste popolari dove, all’esterno della chiesa si celebrano alcune ambulazioni cadenzate di massa (danze dei ceri, corsa di Santa Rosa, ecc. ecc.), non abbiamo pressoché nulla che ricordi gli arcaici ritmi che caratterizzavano anche i primi secoli di liturgia cristiana. Lontani ricordi delle antiche modalità celebrative sono state conservate, secondo alcuni, soltanto dalla chiesa copta o da quella etiope. C’è da dire che tutte le espressioni rituali tradizionali, sono ancorate al particolare contesto etnico nel quale si sono radicate e che tale contesto ne “garantisce” sotto un certo aspetto, il contatto con gli insegnamenti originali e la conservazione.

Per tale ragione siamo generalmente assai contrari a qualsiasi forma di contaminazione tra “sistemi rituali” eterogenei salvo che l’incontro fra ritualità diverse non sia garantito dalla certezza e dalla genuinità delle tradizioni, per cui più che di contaminazioni si può parlare di osmosi.

Infatti i canoni liturgici di ogni “forma religiosa”, sono frutto non solo della trasmissione diretta da parte dei fondatori ma dei continui, lenti e meditati adattamenti rituali causati dall’incontro e spesso dalla fusione di stilemi provenienti da tradizioni eterogenee.

E’ accaduto, tanto per fare alcuni esempi assai noti, al Buddismo con la rituaria Bon in Tibet, al Taoismo con lo Shinto, in Giappone e, ovviamente, anche al Cristianesimo che, nei primi secoli d’espansione, ha assunto connotazioni diverse incontrando il druidismo, piuttosto che gli epigoni dell’orfismo. Ricordiamo inoltre le profonde differenze, non solo formali, fra la liturgia Ortodossa e quella Cattolica nonché le diversissime posizioni dottrinarie, favorevoli al culto dell’immagine o, invece, decisamente iconoclaste.

Un esempio di osmosi su cui meditare, che forse ha avuto maggior rilevanza e attenzione mediatica solo in seguito alla canonizzazione di madre Teresa di Calcutta, è dato dal particolarissimo incontro fra la tradizione cristiana e la tradizione induista. La penetrazione del cristianesimo, e del cattolicesimo in particolare, all’interno dello sterminato territorio indiano, denso di tradizioni spirituali assai più antiche di quella cristiana, non poteva non provocare delle particolari sinergie. A parte dunque l’influsso arcaico dei Nestoriani, che ha sicuramente inciso sulla tradizione induista, abbiamo che il contatto con il cristianesimo diviene significativo solo a partire dalla colonizzazione dell’India da parte europea.

E così come il Buddismo o l’Induismo si sono occidentalizzati approdando in Europa e in America, viceversa possiamo dire del cristianesimo in India. Ad esempio il sacerdote verbita Padre. F. Barboza ha fondato un istituto, il Gian ashram di Mumbay, nel quale si studia come danzare una preghiera nel corpo e nello spirito, secondo le modalità particolari della danza indiana classica e, in particolare, del Barata Natyam.

Tale sinergia ha prodotto delle particolari coreografie interpretative della storia del Cristo o delle fasi rituali dello stesso sacrificio della Messa, dando luogo ad un originale ma intenso connubio che, se può lasciare inizialmente sconcertati, ci ricorda che, con quella espressività totale, propria della danza classica indiana, ogni fase rituale viene per così dire tradotta e amplificata dal danzatore.

La coreografa e danzatrice Roberta Arinci, che ha ha studiato per molto tempo con P. Barboza e che si è specializzata in India studiando anche la danza Kuchipudi e Mohini Attam nonché il canto kyal, ha introdotto tale metodologia anche in Italia e, da alcuni anni, accompagna le celebrazioni liturgiche della chiesa di San Fedele a Milano con le sue straordinarie e particolari “danze liturgiche”.

Danza della Passione di Cristo, eseguita da Roberta Arinci in danza classica indiana Bharata Natyam, appresa dal suo maestro Dr. Francis Barboza - foto scattata nella chiesa di San Fedele a Milano in occasione del Convegno della rivista gesuita Popoli, 12 marzo 2005 - foto di G. Vianini.

L’incontro fra due tradizioni lontanissime viene mediato da Roberta Arinci attraverso la traduzione universale del linguaggio corporeo e, nella foto che abbiamo pubblicato,  appare il particolare “effetto” di una “danzatrice sacra” come la Arinci, all’interno di una chiesa barocca. Ci rendiamo conto che alcuni dei nostri lettori possono restare leggermente perplessi, ma vorremmo far notare che, in tale opera, non c’è una commistione gratuita di tradizioni religiose eterogenee come a volte si è tentato di fare in contesto cattolico (v. rivista Simmetria n° 6 e 7) ma l’importazione, in un rito codificato come quello cristiano, di una tecnica di espressività corporea orientale.

Ora tale tecnica è rigidissima, codificata secondo sequenze assai severe e tuttaltro che sdolcinate. E’ proprio questa disciplina cultuale, lontanissima dalle agitazioni emozionali caratteristiche di alcune comunità cattoliche, che vale dunque la pena di studiare. Si, la forma e i colori sono assai diversi dalle abitudini mentali europee ma lo schema operativo è ottimo e mostra qualcosa che il “corpo” degli occidentali ha parzialmente dimenticato, soprattutto nelle sue manifestazioni religiose.

Se una fuga di Bach può accompagnare qualsiasi liturgia in un turbinio di note danzanti che si inseguono e nessuno ovviamente se ne scandalizza, perché irrigidire il corpo e non lasciare che con la più precisa e scrupolosa codificazione geometrico-rituale, non segua e non partecipi all’evento che viene celebrato?

In attesa perciò di recuperare, ove e per quanto possibile, la tradizione primordiale cristiana, che prevedeva sicuramente un miglior rapporto della collettività con il movimento e con la danza, consideriamo che tale “riconciliazione fra spirito anima e corpo” (come la chiama saggiamente Padre Eugenio Costa, parroco di S. Fedele) potrà sicuramente aiutare a riflettere e a ritrovare che anche il corpo ha dignità mistica. Se Davide danzava e cantava inni di lode al Signore, se Pitagora danzava e cantava per spiegare la sua armonia delle sfere, se Cristo veniva accolto dalla gioia di danze e canti, dovremmo domandarci per quale ragione la spina dorsale europea si sia così…irrigidita.

Ecco su tale aspetto invitiamo i lettori di Simmetria a fornirci le loro opinioni. E, per chi desiderasse ulteriori informazioni consigliamo di rivolgersi a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  o visitare il sito http://www.arinci.com/

C. L.

 

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