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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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UN PROBLEMA DI QUALITÀ: LA MISTICA
Recensione a TESI PER UNA RIFORMA RELIGIOSA di Marco Vannini, Le Lettere, 2005

Letto così il titolo di questa recensione potrebbe far intendere che il recensore abbia mischiato della customer satisfaction alla religione. In verità le cose non stanno così.

Il libro Tesi per una riforma religiosa di Marco Vannini (Le lettere, pp. 240, 19 euro) è un testo importante, dato che certamente lascerà un segno.

I desiderata dell’Autore però non sono informati al desiderio di apparire e quindi di saziarsi con la notorietà che solitamente è destinata a finire. Nossignore. Vannini ha il merito di aver posto un problema e di avervi fornito la sua risposta. Si può certamente dissentire dalla sua personalissima risposta, ma il problema rimane ed è attualissimo.

Sostenere che il futuro della religione intesa nel suo etimo comune e consolidato sarà nella mistica, è una previsione non azzardata. Nel parlare di questo assunto, si farà ricorso ai concetti di fede e di credenza, laddove la prima indica l’esperienza del Mistero mentre la seconda è la struttura formale e particolare che la prima assume.

È indubbio allora che la religione di massa, quale sono tutte le credenze finora note, sia qualcosa di subito e mai pienamente vissuto dal singolo credente. Il messaggio cristiano nella fattispecie è quello di una mistica poi istituzionalizzatasi, visto che l’insistenza sull’Amore e sulla partecipazione misterica non trova spazio ad esempio nelle altre tradizioni abramiche. Se un simile messaggio che si fonda sull’esperienza del Mistero e che rifugge ontologicamente qualsiasi concettualizzazione di sé, non viene realmente vissuto, ebbene tale messaggio cade nel vuoto.

Accusare le teologie come lo stesso Autore fa nel suo libro, non significa accusare la teologia in sé e tanto meno il Cristianesimo, ma pungolare la sensibilità degli stessi teologi e dei credenti in primis a non ritenersi soddisfatti dalle loro definizioni, giacché Iddio è ancora di più di quanto da loro asserito.

In un passo stupendo del Siracide viene detto: «potremmo dire molte cose e mai finiremmo, ma per concludere Egli è tutto! Come potremmo avere la forza per lodarlo?» (Sir., 43:27-28). Vannini presuppone dunque questa citazione e sulla scia renana afferma la necessità di comprendere la propria impossibilità a comprendere. L’utilizzo dell’adagio cusano costituisce insieme l’inizio e la fine del cammino mistico.

Forti delle convinzioni dell’Autore, le Tesi sostengono in breve che il Cristianesimo ab origine non sia stato una religio, cosa che autori quali Guénon avevano affermato a suo tempo motivandola con l’assenza di una legge sacra che invece è ben presente nell’Ebraismo e nell’Islam, ma che invece era un’adesione intima al di là dei dogmi, in questo senso advaita per utilizzare la terminologia induista che Vannini adopera nel testo stesso. Il libro passa quindi a rilevare la portata del passaggio da mistica a religio con il conseguente sviluppo del dogmatismo e del moralismo e finisce con l’auspicare un ritorno al vero Cristianesimo.

La sintesi operata nel capoverso precedente non rende certamente giustizia alla profondità dei ragionamenti di Vannini, ma non era pensabile e nemmeno auspicabile dare vita ad un calco delle parole dell’autore, ecco perché dopo aver riassunto le linee che si ritengono fondative del testo, si procederà ad alcune riflessioni, che avranno la forma di domande rivolte allo stesso Autore. Tale opzione si è manifestata a seguito di una riflessione ponderata sull’adagio cusano, sull’apofatismo e sulla valenza che ogni libro dovrebbe forse avere.

Se, infatti, di Dio nulla si può dire, giacché Egli è infinitamente di più di ciò che Gli si può attribuire, e se Cusano insegna che la funzione cognitiva dell’uomo deve essere improntata a sapere di non sapere, allora nessuna conclusione, cui un libro potrà giungere, sarà mai reale.

Allora, se quanto detto ora è corretto, la funzione di un libro risiede appunto nel porre interrogativi al lettore in uno sforzo maieutico sia per lo scrittore sia per il lettore, e questa funzione le Tesi l’assolvono in maniera magistrale.

La prima domanda che sorge quindi è legata alla convinzione che il Cristianesimo non sia una religio, ma piuttosto una mystica. Ritenendo possibile questa ipotesi, rimane però che una realtà oggettiva di una partecipazione profonda al sacro, che va oltre il dogma, lo presuppone in realtà: quindi è possibile una mistica senza una religio e viceversa è possibile una religio senza una mistica?

Sufficientemente convinti che il Cristianesimo anche per come è strutturato, sia costitutivamente un incontro personale tra uomo e Dio, laddove il primo è alla ricerca del Secondo in una corsa senza fine: ha senso ritenere quindi che vi sia anche un inizio a questa corsa o essa è, al pari di altre sovrastrutture quali gli stessi impianti teologici, sostanzialmente illusoria?

È un dato incontrovertibile che il passaggio del Cristianesimo da parola predicata a parola scritta costituisca già una “concrezione” del Logos ed ancora di più lo configura l’Editto di Costantino. Nasce spontaneo allora domandarsi se tutto ciò sia un disegno provvidenziale oppure sia altro?

Se il Cristianesimo costituisce il nocciolo dell’esperienza spirituale, è però necessario passare per la scorza se si vuole colà arrivare. Indubbiamente certi atteggiamenti letteralisti ed aridi comparsi in seno al Cristianesimo non possono che disturbare e dispiacere, ma un’adesione al Cristianesimo priva di regole, lasciata alla libera iniziativa, laddove quest’ultima non è una libertà da bensì una libertà di, è un sostanziale prometeismo e conduce tutti a ritenersi in grado di poter diventare un San Juan de la Crux piuttosto che Meister Eckhart: la possibilità data a tutti di accrescere la propria scienza del Divino è una legge costrittiva in tal senso oppure sancisce da subito e da sola una linea di demarcazione tra chi seguirà questa potenzialità e chi non lo farà?

L’invito alla lettura di questo volume è sincero come pure i complimenti all’Autore, che ha messo a nudo se stesso e probabilmente alcuni nervi deboli della religione cristiana, primo fra tutti il dilemma tra qualità e quantità.

Personalmente poi si è convinti che per arrivare dove auspica Vannini, bisogna essere disposti a negare tutta la Realtà oppure affermarLa tutta ed in questo senso si ritiene che privi di una base di partenza, tutto ciò sia oltremodo difficile.

Sarebbe auspicabile una maggiore sensibilizzazione dei cristiani verso lo stupore, il Mistero e il Silenzio, proprio quando la linea di condotta sposata è quella pietistica-devozionale, spesso preda di moralismo ed opportunismo.

Manca in Occidente, e questo libro lo rileva anche se con terminologia ed immagini differenti, la coscienza che il vero apofatismo non è quello personale, ma invece dell’ousia: tutti possiamo fare esperienza di Dio, ma nessuno di noi potrà descriverlo compiutamente.

Altra cosa sono invece le opere di meta-mistica o di filosofia mistica, giacché queste ultime non pretendono di insegnare le rispettive esperienze personali bensì anelano a rendere ricettivi gli uomini ad improvvisi quanto augurati incontri con il Divino.

Alberto De Luca

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