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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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ed. QuattroVenti - Urbino- 2007

Un libro affascinante, questo di Giona Tuccini, nel quale vengono riproposte con grande attenzione e precisione due straordinarie figure, abbastanza dimenticate dalla cultura scolastica (e in parte anche da quella accademica) italiane.

La prima è quella di Papini e la seconda è quella di Boine. Tuccini indaga sagacemente sulle diverse accezioni di mistica, filtrandole con il pensiero dei due scrittori, in personaggi della importanza di Agostino, di Teresa D’Avila e di Giovanni della Croce.

Veniamo così condotti, con grande sensibilità, a percepire il Papini stupito ed estatico, innamorato di un Dio così vicino, così pervadente e nel contempo così dolorosamente “difficile” da contenersi in un animo umano.

Citiamo una frase del Pellegrino Cherubino, tradotto da Papini e inserita nel libro “Cielo e Terra” : “Il giorno nel quale non sentirai una punta di amarezza e di gelosia innanzi alla gioia del nemico o dell’amico, rallegrati che quella nascita è prossima”. Sta parlando ovviamente della nascita del Cristo nel cuore, quella nascita che comporta uno stravolgimento nella vita umana ordinaria, e che obbliga a scoprire la grazia dell’umiltà con la quale si confronta qualsiasi autentico “Spirito Cercante”.

Ma è altrettanto vivida la considerazione di Tuccini (pag 156) a proposito del modo con cui Papini vive la mistica Agostiniana : “Quello che a Papini interessa rilevare è la natura attiva della mistica Agostiniana, che, della teologia simbolica, ha il fervor, languor, liquefactio, ebrietas spiritualis, ancor più che annihilatio coram Deo, mystica mors, silentium internum, ecstasis, raptus della teologia mistica.

Ma il libro ci fa scoprire anche l’altro modo, con cui il mistico Agostino (ed il Papini che spesso s’identifica e sovrappone alla figura del santo) scoprono l’uscita dai gemiti e dai supplizi di fronte all’Ineffabile. Tale modo viene indicato da Papini stesso attraverso le parole di Profeta Maometto: “Se sapeste quel ch’io so, ridereste poco e piangereste molto”. Tale espressione, dice Papini, potrebbero dirla tutti coloro che hanno molto vissuto, molto pensato e molto imparato. “Forse per questa ragione i vecchi profeti e i vecchi sapienti, diventano, sulla fine, sempre più taciturni e sempre meno parlano e scrivono. In nessun altro modo possono manifestare l’amore per gli uomini che col silenzio”. Nel silenzio, dice poi Tuccini, “l’anima avida di felicità e d’ardore si acquieta, sfogliandosi nella bellezza di una beatitudine eterna che, in vita, il mistico assapora nella fraternità con il Crocifisso e nella comunione con il Cristo sempre vivo.”  E’ un libro bellissimo, questo, che si legge con facilità e che riporta le figure di due uomini coinvolti nella vita ordinaria del loro tempo, ma profondamente in bilico fra tutto ciò che è razionale e ciò che non lo è, tesi a toccare la punta di quella grande mano che si affaccia dai cieli, così lontana, così straordinaria, così vicina.

C.L.

 

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