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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Romano Amerio: fine di un tabù?
(
di MARCO MASSIGNAN)

Romano Amerio, filosofo luganese (morto nel 1997 all’età di 92 anni), è considerato il più colto ed autorevole esponente di quell’opposizione tradizionalista al “Vaticano II” (e al post-Concilio), purtroppo censurata da quasi tutta l’opinione pubblica cattolica e vittima di quel “clericalismo” – secondo la poco nota ma acuta definizione datane da Augusto Del Noce – che ricerca l’accordo con la presunta “ala marciante” della storia nel tentativo di inserirvisi (soprattutto quelli che tessono continuamente l’elogio del “dialogo” per poi puntualmente sottrarsene).

 Le critiche di Amerio al Concilio sono condensate in due volumi: il ponderoso Iota unum. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel XX secolo, 658 pagine di acribia filologica e filosofica il cui principio informatore può essere stretto nel cosiddetto “capovolgimento delle essenze metafisiche”, ossia quel disordine mentale per cui viene messa la caritas avanti la veritas, in un assoluto che disloca le essenze delle Persone divine e le loro processioni (ma l’Amore procede dal Verbo, e mai il contrario); il secondo libro, Stat veritas. Sèguito ad Iota unum, uscito postumo nel 1997 (sempre per i tipi dell’editore Riccardo Ricciardi, di Napoli), esamina lo smarrimento della metafisica aletica, cioè della verità (quindi, in ultima istanza del Logos divino), attraverso cinquantacinque chiose alla Lettera apostolica di Giovanni Paolo II Tertio Millennio adveniente, contestata per quell’ecumenismo panreligioso che confonderebbe la Chiesa nella Storia, abbassandola così a luogo culturale, defraudandola del più specifico principio della Fede: la sua sovrannaturalità, la sua santità.

Questa lunga (ma doverosa) introduzione per dire che, forse, il tabù su Amerio – quel silenzio talora velato da disprezzo – è finito: una recensione della rivista dei gesuiti La Civiltà Cattolica (stampata col previo controllo della Segreteria di Stato), a firma di Giuseppe Esposito, prende infatti in esame una monografia sul pensatore pubblicata nel 2005 dal suo discepolo Enrico Maria Radaelli: Romano Amerio. Della verità e dell’amore (Marco Editore; introduzione di Antonio Livi; interventi di Divo Barsotti, Mario Oliveri e Antonio Santucci). E i giudizi sono largamente positivi: il pensiero del filosofo luganese viene additato come luminosa e viva “provocazione”, “che conferisce una forma e un contenuto filosofico a quella componente ecclesiale che, sulla scia della Tradizione, è protesa a salvaguardare la specificità-identità cristiana”.

Un giusto anche se tardivo riconoscimento per una figura degna di essere adeguatamente riproposta e più serenamente riconsiderata. La Chiesa, infatti, come scrive Mons. Antonio Livi nell’Introduzione al volume di Radaelli, “ha oggi bisogno di credenti che si applichino con competenza e passione allo sviluppo della filosofia cristiana, ossia a una riflessione critica sull’attualità e sulla storia che sappia passare dal fenomeno al fondamento e consenta all’intelligenza cristiana di volare alto con le due ali della ragione e della fede”.

Dunque, la monografia di Radaelli è assai utile per chi vuole addentrarsi nella vastità di quel territorio culturale che va sotto il nome di Romano Amerio: il lettore scoprirà così il suo perforante pensiero sulla metafisica cartesiana, l’acuto compendio su Campanella, la perspicacia sulla filosofia del Manzoni, gli importanti contributi su Epicuro, Sarpi, Leopardi; ma, soprattutto, potrà gustare, grazie al linguaggio ricercato e volutamente apologetico del discepolo, la statura morale ed intellettuale di Amerio, la sua freschezza ed umiltà di cuore, quel candore che – di fronte ad una produzione che si snoda lungo un periodo di circa settant’anni – non l’abbandonerà mai; in tal modo potrà con maggiore chiarezza riconoscere la palpitante preoccupazione del Luganese: quella di restituire al Cristo, al dogma, alla Rivelazione divina quel primato che è condizione indispensabile per conseguire la vita eterna.

Scrive san Bernardo di Chiaravalle: “Vi sono di quelli che vogliono sapere tanto per sapere, e ciò è curiosità; altri perché si sappia che loro sanno, e questo è vanità; altri ancora che studiano per vendere il loro sapere per denaro o per onori, ed è cosa turpe. Chi vuole conoscere per propria edificazione, compie un’azione prudente: chi infine studia per edificare gli altri, compie opera di carità” (Cantica canticorum Sermo, XXXVI, PL, 183, 968). Credo che questo passo ben si attagli a Romano Amerio.

 Marco Editore (Lungro di Cosenza, 2005, pp. XXXV-340, euro 25)

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