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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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 Un pitagorico a Roma nel 1° secolo a. C.
Archè edizioni Pizeta

La “prisca teologia” di Nigidio, che può essere considerato come il vero e proprio fondatore del rinato “pitagorismo” romano, a cavallo tra la Repubblica e l’Impero, è stata riscoperta nel 1800 quando studiosi quali Swoboda o Hertz, lo hanno fatto uscire (uso una espressione di Nuccio D’Anna) dalle secche di una analisi approssimativa e storpiata, che confinava Nigidio fra i “superstiziosi” eredi di fumose dottrine sincretiche. In realtà, dallo studio sistematico di Nuccio D’Anna, che si avvale comunque degli apporti fondamentali di Antonius Swoboda, di Adriana Della Casa e di Louis Legrand, appare tutta la grandiosità del pensiero nigidiano che non mostra semplicemente una cultura immensa nel settore astronomico e astrologico, ma anche delle basi solidissime sulla “teologica filosofia” etrusca, di cui forse Nigidio fu uno degli ultimi esponenti.
Nigidio fu uno dei più autorevoli esponenti del Collegio degli Aruspici, amico di Cicerone e quindi, probabilmente, poco amato da Cesare.
La cosmologia di Nigidio è assai profonda, complessa, intrisa di scienze spirituali e connessa costantemente alla sacralità e indistruttibilità della tradizione rituale arcaica. Ciò che normalmente si conosce di Nigidio è il suo “Calendario brontoscopico” e la sua temibile attività di “lettore” e forse …produttore di fulmini, secondo la prisca religione etrusca, ma assai meno si conosce delle sue ascendenze pitagoriche. Si sa della sua appartenenza al sodalizio culturale a cui, probabilmente, aderivano molti esponenti della più raffinata cultura romana. Ma si sa anche che la “inaccessibilità” iniziatica del sodalizio provocò certamente non poche preoccupazioni nel mondo dei politici. Coetanea a Nigidio è forse la Basilica Pitagorica di cui parlano vari testi, fra i quali quelli di Carcopino e quello di D. Lanzetta (ed Simmetria).
Nuccio D’Anna ricostruisce la formazione di Nigidio, sicuramente attraverso le sue frequentazioni asiatiche con i circoli Armeni-Anatolici, dove le élite sacerdotali disperse da Pompeo, conservavano intatti i rituali mitriaci. E sicuramente il “mago”Nigidio (così chiamato esplicitamente da S. Girolamo ma anche da Servio) operò una assimilazione delle dottrine Apollinee-pitagoriche per ricostruire una cosmologia simile a quella esioidea ma fortemente animata dall’attesa di un rinnovamento del mondo, in una restaurazione “aurea”. Interessante è il parallelo che Nuccio D’Anna opera tra la formulazione cosmica del famoso fegato di Piacenza e quanto riportato invece da Marziano Capella (e ricostruito dallo Swoboda). Fanno molto riflettere, sulla scorta dei commenti di Macrobio, le modalità di “lettura” e di pronuncia dei nomi divini. Tali rapporti fonetici e linguistici, connessi agli orientamenti del cosmo, sembrano sovrintendere ad una conoscenza dottrinale molto sofisticata, che connette la funzione teofanica all’efficacia della retta modulazione fonetica. Straordinario, da leggere e riflettere.

C.L.

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