Radicalità cristiana.

Ediz. Il Messaggero di Padova

Il numero 165 della bella rivista diretta da Ugo Sartorio, affronta un argomento che, per noi di Simmetria, risulta particolarmente interessante. In questo sito e nella nostra rivista ci siamo entrati più volte: il “radicalismo” religioso e la “radicalità” rappresentano i confini di un modo per vivere intensamente…o per stravolgere (a seconda di come vengano intesi) i rapporti fra l’uomo e il sacro.
La rivista inizia con un editoriale che distingue, assai saggiamente, la radicalità (intesa come tensione a cogliere l’essenza del messaggio evangelico) dal radicalismo (assai più vicino al fanatismo e ad una visione contrappositiva di un sistema religioso rispetto agli altri). Tale discriminazione prosegue con l’articolo di Bruno Secondin che mette in evidenza come il vivere la verità evangelica equivalga ad un “vivere paradossale”.
Strategico l’articolo di Aldo Terrin che affonda con la consueta chiarezza e abilità, i temi del radicalismo presente nelle altre confessioni religiose. Terrin mette bene in chiaro come non esista, tra gli scopi di una religione, la necessità di costruire una comunicazione con altri sistemi religiosi, quanto la necessità di vivere intensamente la loro credenza che trova una legittimazione dall’alto. Questo spiega gli “estremismi” e le intemperanze caratteristici di quel furore religioso che troviamo in alcuni aspetti della antica ritualità dionisiaca. Terrin fa un rapido excursus nelle ritualità estremo orientali e islamiche e mostra come i radicalismi abbiano portato e portino verso forme di violenza inaudita, perfino in quelle comunità come quelle indiane che, in Europa, sono state spese frequentemente (e a sproposito) quali esempi qualificanti di “pacifismi”. L’articolo si conclude con questa importantissima considerazione: “Il sacro non può essere catturato esaurientemente da nessuna formula interpretativa e da nessun codice esplicativo e religioso. I radicalismi religiosi non hanno alcuna possibilità di “interpretare” il sacro profondo dell’esperienza religiosa, quando scambiano l’assoluto con il relativo. Ora però questo non è il caso dei santi e degli asceti, dei mistici o dei sannyasi. E’ piuttosto il rischio di tutti coloro che intendono sfruttare la religione per i propri interessi”.
Assai interessante è anche il testo di Réal Tremblay che affronta gli aspetti più “sconcertanti” della specifica richiesta del Cristo “lascia tutto e seguimi”. Il “radicalismo implicito in questo “lasciar tutto” comporta varie “interpretazioni” sulla vocazione cristiana: da quelle più accomodanti, che conseguono ad una rivisitazione del Vaticano II (e che noi condividiamo poco, n. d. r.), a quelle assai più drastiche che creano, ovviamente una discriminazione “elitaria” (e quindi poco in linea con i tempi) in funzione del coraggio di assumersi la responsabilità di un “vivere cristiano”.
L’articolo di Johon Navone sulla “conversione” pone in evidenza quel “modo” continuo di intendere la conversione cristiana che, a nostro avviso ha aperto alcuni dubbi in chi intende la conversione come un evento unico, che transita attraverso i sacramenti, a partire dal battesimo. Ma all’interno di tale articolo, viene affrontato un tema, molto complesso, sul cosiddetto “ricordo di Dio”. Questo ricordo trans-storico, che depone nella comunione orante il contatto e la “memoria” che Dio ha permanentemente di noi, in ogni istante, comporta una precisa posizione del cristiano, che si trova ad essere confermato nella sua memoria, attraverso la Scrittura e la liturgia ma, e soprattutto, attraverso la potenza dello Spirito.
Il “Gesù uomo radicale” di Chino Biscontin parla dell’amore totale, senza condizioni, che contraddistingue la missione che il Padre affida al Figlio. Ogni volta che il cristiano riflette sulle conseguenze di tale radicalità, si spaura di fronte alle parole “Tutto è compiuto”.
Gianluigi Pasquale parla invece dell’importanza della “vita consacrata” all’interno della Chiesa. Le scelte drastiche di una vita consacrata sono state e saranno sempre oggetto di discussione, di tentativi di compromesso, di scivoloni in senso “laico”. Questo bell’articolo ripristina il “senso” della consacrazione (povertà, verginità, obbedienza, ma non solo) e degli obblighi essenziali che con essa si assumono.
Luciano Meddi, nel suo articolo sulla “radicalità evangelica nella vita quotidiana del semplice cristiano” pone in evidenza alcuni aspetti del rapporto fra spiritualità e dimensione psichica con una certa accondiscendenza verso il lavoro degli psicologi nell’ambito della “comunità”. Dice Meddi: “Non meraviglia che la maggior parte della riflessioni sul volto missionario della parrocchia siano indirizzate all’analisi del modello pastorale adatto a salvaguardare il futuro sociale del cristianesimo in Italia”.
Marco Guzzi, infine, nel suo articolo sull’”essere cristiani dentro il travaglio della storia” pone l’accento sul rapporto fra “il momento storico” e l’illusione di poter conoscere Dio senza dei cammini “spirituali concreti da vivere in comune entro i quali possa essere aiutato a compiere le trasformazioni esistenziali e professionali che urgono”. Insiste in particolare sul fatto che questo particolare momento storico (crollo delle ideologie, delle economie, dei sistemi) possa dar luogo ad un recupero della centralità contemplativa attraverso il riconoscimento del proprio baricentro spirituale. Anche in questo articolo il ruolo dell’indagine psicologica viene affiancato alla preghiera.
Su questi ultimi due articoli la nostra impostazione tradizionale ci crea qualche perplessità (del resto abbondantemente espressa nei nostri editoriali e anche nei nostri articoli del settore “orientamenti tradizionali”) ma troviamo comunque che questo numero di Credere Oggi offra un efficace contributo al modo di intendersi cristiani e, soprattutto, al modo di intendere il rapporto fra religiosità… dichiarata e religiosità integralmente vissuta.

C.L.

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