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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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di E. Albrile. Bibl. di Babele edizioni 2008

Il libretto di Albrile, saggista e storico delle religioni, con la prefazione di Giovanni Casadio ci porta attraverso un lungo cammino filologico sulle orme dell’unicorno. Albrile ci parla dei miti premettendo che gli stessi fanno parte di un tempo-non tempo, nel quale la ordinaria percezione del divenire viene alterata.

Il cammino proposto inizia dai Mandei e dalle idee gnostico-iraniche espresse nel Ginza, principale testo Mandaico, dove un particolare sacrificio di un’asina viene collegato da sia alle postume cerchie gnostico-sethiane come ad una assai precedente cosmologia. Infatti, rifacendosi al Bundashisn iranico Albrile ricorda che nella ipotesi cosmologica in esso contenuta compare un Asino a tre zampe, sei occhi, nove testicoli, due orecchie un corno, un capo color cenere e un corpo bianco. Tale asino dimora al centro del mare.
Siamo alla presenza di un asino unicorno i cui organi contrassegnano terre e continenti, e che è, esso stesso, un nutrimento spirituale per i “giusti” . Il corno di tale asino diventa analogicamente sovrapponibile all’albero cosmico. Albrile differenzia giustamente l’albero della Vita della tradizione iranica con l’”Albero rigoglioso” connesso alla funzione taumaturgica e alla vegetazione in genere.
Un'altra concezione mitografica che collega l’unicorno-asinino all’area gnostico ellenistica è tratta da un incantesimo contenuto nel papiro di Mimaut, dove  per ottenere uno stato di unione con il Sole, viene ricordato che all’ora seconda il Sole assume la forma di un unicorno e genera sia l’Albero persiano che un volatile misterioso, Halauchakos, identificato semiologicamente con la Fenice.

Il testo di Albrile prosegue con una miniera di collegamenti fra il simbolismo asinino e le ritualità a confine fra oriente e occidente e propone riletture di testi arcaici in cui la  “laus asini” (come la chiama Casadio nella sua prefazione) diventa un ottimo motivo di riflessione su questo arcaico e sapientissimo animale.

C.L.

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