Robert F. Taft, A PARTIRE DALLA LITURGIA, Lipa, Roma, 2004, pp. 446, euro 27

È sicuramente un libro stimolante e ben strutturato, prezioso per le precisazioni liturgiche e utilissimo soprattutto per una serie di considerazioni che si possono sviluppare in merito al Vaticano II, in particolare, e alla Chiesa, più in generale.

Taft illustra con passione e convinzione le dinamiche che hanno portato al rinnovamento liturgico nel Cattolicesimo romano all’indomani del Concilio Vaticano II, riuscendo a rimanere il più delle volte imparziale e quindi garantendo l’oggettività dei fatti, cosa quest’ultima divenuta ormai sempre più rara. Il suo stile riesce a trovare la giusta formula simmetrica tra le necessità lessicali legate alla tematica e quelle connesse a una comprensibilità non ristretta agli “addetti ai lavori”.

Il testo si presenta tecnicamente come una raccolta di articoli di Robert Taft, liturgista noto a livello mondiale, divisi in tre sezioni. Una di queste presenta un taglio più introduttivo, un’altra che offre lo studio di alcune tematiche più specifiche ed un’altra ancora fatta di riflessioni a partire da dati biografici. Ognuna di queste “anime” si fonda così nello studio a tutto campo sulle liturgie cristiane che l’Autore ha compiuto durante il corso degli anni, facendo intravvedere da molteplici punti di vista la necessità dell’apporto sostanziale dell’Oriente cristiano, nella sua declinazione liturgica, per equilibrare la coscienza della cattolicità che la Chiesa ha di se stessa.

In realtà, soggiacente alla tematica espressamente affrontata ed evasa egregiamente da questo libro si può leggere la questione dell’aggiornamento della Chiesa. Se infatti la liturgia è “rendere la Chiesa quello che è”, allora una riforma liturgica è una riforma della Chiesa. Questo è un punto incontrovertibile, ma è pure l’inizio del problema in sé: bisogna infatti riformare la liturgia oppure bisogna riformare gli uomini che eseguono o assistono alla liturgia?

Ritenere che la questione sia risolvibile in termini meramente strumentali, vale a dire modificando senso e struttura della liturgia senza perciò affrontare seriamente il problema di uomo che non è più disposto a faticare per comprendere il Mistero della vita, sembra un atteggiamento massimalista. Francamente rinunciatario e poco educativo. Ogni tradizione spirituale, infatti, educa il proprio fedele ad una morte santa attraverso una disciplina interiore che lo porta a non attaccarsi esageratamente alle cose di questo mondo. Quindi, se ora l’uomo non vuole più seguire queste norme spirituali, non significa che queste ultime non siano valide o sbagliate. Significa forse che l’uomo non ha più pazienza.

Un certo riformismo clericale e laico crede invece che la disaffezione dell’uomo – del cristiano più esattamente – nei confronti della propria tradizione spirituale dipenda dalla liturgia e dalla dottrina, ritenuta antiquata e necessariamente da svecchiare. Questo tipo di riflessione in realtà si addice molto di più a correnti di pensiero populiste che non a una tradizione spirituale millenaria che festeggia a Pasqua la vittoria di Cristo sulla morte. Essa nasconde infatti l’imbarazzo per una perdita di “rilevanza” numerica più che l’ansiosa preoccupazione per la salvezza dell’uomo. Il dubbio che assale – ed è tremendo – è che il preteso e necessario “aggiornamento” serva per acquistare nuovi fedeli e non perdere quelli sonnolenti (magari guadagnati faticosamente nei secoli).

Taft correttamente afferma che la Chiesa è il corpo mistico di Cristo, ma questo chi è che lo insegna oggigiorno durante la catechesi o nelle ore di religione?

Emerge dunque chiara, netta, evidente e necessaria la differenza tra il Cristianesimo autentico (ed antico), mistico per essenza, e quello Moderno, burocratico per vocazione. Mistico perché partecipe veramente del Mistero della doppia natura del Cristo, mistico perché a un certo punto sa tacere di fronte alle esperienze antinomiche dello Spirito, mistico perché non commentava durante le Omelie le faccende di questo mondo (non solo quindi le votazioni parlamentari sull’aborto, ma anche la pace nel mondo o la crisi economica).

Lo iato tra il gusto spirituale e l’asfittico moralismo razionalistico doveva essere ricomposto e per fare questo, come implicitamente indica Taft, bisognava innanzitutto arginare il razionalismo teologico e quindi “avvicinare” l’Assemblea attraverso una partecipazione più attiva. Una strategia per certi versi paradossale, giacché il ridimensionamento del razionalismo viene accompagnato da un ulteriore svilimento della mistica nella liturgia.

Per esempio, nella missa versus populum, che Taft documenta essere stata celebrata anche nell’Oriente cristiano, il problema non sono le spalle dell’officiante bensì l’orientazione dell’altare e la presenza del Tabernacolo. Nelle Chiese di nuova generazione, in cui l’orientazione è dimenticata spesso a favore di linee snelle ed avveniristiche, il problema non si pone in realtà e la celebrazione versus populum cambia ben poco nella comprensibilità e nella partecipazione assembleare alla stessa liturgia e questo lo sanno benissimo gli stessi riformatori cattolici.

Durante il Concilio Vaticano II (che è cosa ben diversa dalle successive curiose applicazioni) si è detto che si pensò a una liturgia assunta nel suo spettro semantico più ampio, vale a dire ecclesiologico con rimandi inevitabili alla Chiesa antica e tale desiderio di Ur-Zeit avrebbe dovuto riformare partendo dall’inizio e vedere dove, eventualmente, qualcosa si fosse perso. Ecco quindi la missa versus populum – ma non la divisione tra catecumeni e non – ecco la recita del Pater noster (vera “invocazione alla fonte oggettiva della spiritualità” come disse Zolla) eseguita come se fossimo ritualmente tutti degli officianti con le braccia aperte al Cielo – ma non l’inginocchiamento durante l’Epiclesi.

Tutto questo lascia pensare che questo “svecchiamento” sia stato nei disegni di taluni un’abile operazione di “riposizionamento culturale”, nella quale sono stati scelti i “momenti” più “democratici” ma non per questo più spirituali.

Quanto ha preceduto non vuole però negare gli aspetti positivi che quel Concilio portò. In primis la rivalutazione in seno al Cristianesimo del suo aspetto mistico e delle correnti spirituali ad esso legate, che si accompagna a un lecito ridimensionamento della scolastica, non più ora considerata come “la visione” cristiana bensì una delle possibili ancorché importante modalità di attestazione della via di Cristo.

Non si tratta dunque di idealizzare il Concilio Vaticano II e al contempo demonizzare quello di Trento o viceversa. Il pericolo passatista, giustamente evocato in qualche punto del libro da Taft, si dovrebbe allora coniugare con l’altro non meno pericoloso che quello della “svendita per cessione di attività” tipico delle posizioni teologiche progressiste.

Del resto, se la libertà dell’uomo è tale (e tutti la vogliono difendere), egli è libero di allontanarsi dalla “sua” religione, così come la Chiesa è libera di rimanere quella che sempre sarebbe dovuta rimanere: la narrazione della salvezza dell’uomo attraverso i suoi tempi ed i suoi simboli.

Nessuno è obbligato a credere, ma quando si crede si è obbligati a seguire le regole di quella “credenza” come direbbe Panikkar.

Alberto De Luca

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