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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Sergio Fritz Roa- Giardino di Trincee
(Il diario di Kshatriya)
(ed. in proprio di Aldo La Fata 2010)
(Chiedere a Metapolitica via Giovanni Bolzoni 79 00124 Roma)

Come al solito ci è indifferente la notorietà di un autore. Ci interessano i contenuti e, in questo caso i contenuti sono interessanti, tanto più perché scritti da un giovane. Roa, infatti, è nato in Cile nel 1975 e, a quanto dice la prefazione di La Fata, ha partecipato a numerose manifestazioni sulla metafisica e cosmologia tradizionali, scrivendo su diverse riviste americane e europee tra cui Metapolitica, Lhork, Casa del Tempo, e numerose altre.

Appena abbiamo ricevuto l’opuscolo abbiamo storto il naso. “Diario di Kshatria”…uhm, ci sembrava un abuso di termini, una importazione indianeggiante che ci preparava ad una lettura infantile ed enfatica. Poi abbiamo pensato che fra i testi dei soliti tromboni paratradizionalisti nostrani, ormai pieni di parole come mongolfiere, e un giovane sicuramente un po’ meno appesantito dai soliti refrain, avremmo preferito quest’ultimo.  E infatti, dopo le prime pagine siamo stati avvinti dal racconto, che alterna momenti di autentica poesia ad altri di intuizione metafisica.

Non sappiamo “chi sia” Fritz Roa e non conosciamo la sua storia, i suoi studi i suoi incontri “reali”, ma non si può scrivere una cosa del genere senza un grande amore per la natura, per il mondo e per la tradizione dimenticata. In ogni pagina appare una malinconia di fondo, la constatazione di una dissoluzione in essere inarrestabile, ma traspaiono anche parole d’amore, anzi d’Amore, che fanno intuire l’entusiastica ricerca dell’autore che passa attraverso esperienze “forti”, forse corrosive ma che attende fiducioso il miracolo e la redenzione. E’ un giovane, è un poeta e scrive con un linguaggio onirico e un po’ new-age. Non è un saggio, è l’avventura di un personaggio immaginifico che ne incontra altri, altrettanto immaginifici. Dei viaggiatori “fulcanelliani” che lo inondano di profezie.

Ma in mezzo alle sue parole esistono delle piccole perle. Noi non sappiamo quanto Roa sia consapevole di ciò che cerca e quanto sia autentico il suo percorso. Non lo sappiamo ormai più di nessuno. Ma è un libro fresco. Un buon libro per i giovani e per credere ancora alla esistenza del Mattino.

C.L.

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