L’idea di segnalare questo libro agli amici di Simmetria nasce da una serie di circostanze che sembrano casuali - ma forse non lo sono – e che ci hanno fatto riflettere
Su un quotidiano è apparso, non molto tempo fa, un articolo su Giovanni Paolo II, corredato da una foto in cui è raffigurato il papa seduto al suo tavolo di lavoro. In primo piano, tra i libri poggiati sulla scrivania, ci sono due volumi in tedesco, sul cui dorso si distinguono le parole Die großen Arcana des Tarot, Gli arcani maggiori dei tarocchi. Il giornalista, autore dell’articolo, documenta come la foto sia autentica: comparve effettivamente a pagina 27 della Weltbild il 18 novembre 1988.
Ovviamente la prima sorpresa, del giornalista e dei suoi lettori, consisteva nel fatto che il Papa avesse sul suo tavolo di lavoro questo libro, il cui titolo è la traduzione tedesca di Méditations sur les 22 arcanes majeurs du Tarot, edito anonimo, per espressa volontà dell’autore, nel 1980.
 
La seconda sorpresa riguardava la prefazione, che era a firma di Hans Urs von Balthasar, famoso teologo svizzero, gesuita, la cui vasta opera è stata spesso al centro di polemiche; fu infatti privato dell’insegnamento e riabilitato proprio da Giovanni Paolo II che lo fece cardinale.
In effetti la questione è veramente interessante, anche perché von Balthasar “durante il pontificato di Giovanni XXIII (che soltanto una tenace e interessata strumentalizzazione ha cercato di trasformare - contro ogni verosimiglianza storica - in un "progressista", in un papa "di sinistra"), von Balthasar, sospettato di eccessiva "apertura", fu in disgrazia e non fu chiamato a partecipare all'attività delle commissioni teologiche conciliari. Nel post-Concilio la situazione si rovesciò e il presunto "progressista" fu scambiato - anche stavolta abusivamente, a quel che pare - per un "conservatore". Così, i suoi fans di prima divennero suoi avversari. E viceversa. Sta di fatto che divenne un beniamino di Giovanni Paolo II il quale, nel 1984, gli fece assegnare quella sorta di Nobel vaticano che è il premio Paolo VI e nel 1988 lo nominò cardinale - ma lo studioso morì pochi giorni prima di partire dalla sua Basilea per Roma, dove gli sarebbe stata imposta la berretta del porporato. ” (da un articolo di Vittorio Messori)
Spesso Hans Urs von Balthasar viene citato esclusivamente come il teologo che ha detto che l'inferno esiste, ma è vuoto.
Questione non da poco per le ovvie implicazioni che fa immaginare: l’inferno è vuoto? Allora che problema c’è nel vivere la propria vita come meglio si può o si voglia? In realtà sia coloro che cercano sempre la via più comoda per la propria salvezza (a noi sembra che questo sia proprio il principio che anima buona parte della cristianità postconcilio Vaticano II), sia quelli che amano smantellare, pezzo dopo pezzo, dottrina e tradizione, con la speranza di distruggere cristianesimo, chiese e religioni, hanno ripetuto come luogo comune: lo dice anche un teologo che l’inferno non c’è per nessuno!
Il teologo aveva invece affermato che “sperare la salvezza eterna di tutti gli uomini non è contrario alla fede”. In seguito alle polemiche intervenne ripetutamente per dire che “Dio non condanna alcuno; è l'uomo, che si rifiuta in maniera definitiva all'amore, e (si ostina) a condannare se stesso... Invece sono state ripetutamente travisate le mie parole nel senso che, chi spera la salvezza per tutti i suoi fratelli e tutte le sue sorelle, "spera l'inferno vuoto" (che razza di espressione!). Oppure nel senso che chi manifesta una simile speranza, insegna la "redenzione di tutti" (apokatastasis) condannata dalla Chiesa, cosa che io ho espressamente respinto: noi stiamo pienamente sotto il giudizio e non abbiamo alcun diritto e alcuna possibilità di conoscere in anticipo la sentenza del giudice. Com'è possibile identificare speranza e conoscenza? “.
La digressione rapidissima su questo teologo spinge ancor più la curiosità su cosa sia questo testo che giace su quella scrivania di Giovanni Paolo II. E gli interrogativi sono ovvii: il Papa si intendeva o si appassionava di tarocchi al punto da tenerli sul suo tavolo? Un teologo sempre sotto critica (da destra e da sinistra – ciò fa pensare ad uno spirito autenticamente indipendente), identificato per molto tempo come “progressista” che firma un’introduzione a siffatto libro? La circostanza è riferita dell’autore dell’articolo, che aveva ricevuto una busta anonima con dentro quella foto riprodotta, poco prima della beatificazione, quasi a voler dire: guardate di cosa si interessava il vostro beato?
Ma al di là di questo “contorno” vediamo chi è l’autore del libro e di cosa parla.
Prima di tutto va detto che il libro fu pubblicato postumo ed anonimo per espressa volontà dell’autore che si chiamava Valentin Tomberg. Nato a San Pietroburgo nel 1900, educato protestante, negli anni della gioventù entrò in contatto con la Chiesa ortodossa e con i circoli che s’ispiravano alla teosofia, fino all’incontro con l’antroposofia di Rudolf Steiner, nel 1917. La madre di Valentin Tomberg venne fucilata dai bolscevichi, in piena strada, durante la rivoluzione. Lui riparò in Estonia, dove si arrabattò a vivere come bracciante agricolo, farmacista, pittore ed insegnante. Durante gli anni della guerra e dell’occupazione tedesca, Tomberg sfuggì ai nazisti nascondendosi ad Amsterdam con la moglie e il figlio, mentre il loro unico reddito proveniva dall’insegnamento delle lingue. Insieme ad una piccola cerchia di amici studiò sempre più profondamente i misteri del Cristianesimo attraverso un corso annuale sul Padre Nostro. In quegli anni, lavorò inizialmente nella Chiesa [Russa] Ortodossa. Poi, verso la fine della guerra, maturò la sua decisione: mentre era internato in un campo di profughi, si unì alla Chiesa Cattolica. Dal 1948 abitò a Londra. Gli ultimi anni della sua vita li passò redigendo la sua opera monumentale sui tarocchi, completata il 21 maggio del 1967, e altri scritti mistici ed ermetici apparsi dopo la morte, che lo colse nel 1973.
Secondo i curatori della sua opera, “era un grave errore secondo lui vedere in tale chiesa (la cattolica n.d.r.) un oppressore della libertà spirituale o persino un inquisitore persecutore della religione e confonderla pertanto con il suo ‘doppio’ o ‘egregor’, che ogni istituzione ha in sé…”
La motivazione della sua conversione non fu personale; questa fu anzi radicata nella coscienza e nell’amore per Cristo. Molti tra i suoi primi amici si sono chiesti se una mente così grande non avesse abdicato alla sua libertà ponendosi tra i ranghi dei membri della Chiesa. La sua esperienza non diede peso alle loro paure. La sua idea della libertà spirituale consisteva nell’aprirsi alla verità e alla bontà oggettive spogliate da simpatie e antipatie personali e nel riceverle col proprio essere eterno. In tal senso egli fu in grado di preservare la propria libertà e identità come cattolico. “Il punto essenziale, che cedette alla sua incomparabile visione intuitiva, fu il messaggio che la Chiesa porta e serve, cioè trasmette, a tutto il mondo i misteri della tradizione da generazione a generazione, amministra i sacramenti, celebra le festività dell’anno liturgico, insegnando, benedicendo e protendendosi umilmente verso l’umanità in tutto il mondo”.
Il libro in questione, nella sua traduzione italiana si intitola Meditazioni sui tarocchi. Un viaggio nell’ermetismo cristiano, in 2 volumi, per le edizioni Estrella de Oriente (www.estrelladeoriente.it).
 
In esso sono analizzati 22 arcani maggiori, ciascuno dei quali, con l’illustrazione della carta corrispondente, è corredato da riflessioni e considerazioni, con riferimenti continui alla tradizione perenne e allo spirito profondo del cristianesimo. Ogni carta è spiegata nel suo significato simbolico, e messa in relazione con il percorso spirituale che chiunque può compiere all’interno della tradizione cattolica.
Un percorso di meditazione nel quale molto è riferito in ambito cristiano al vangelo di Giovanni, e molto spazio è dato alla tradizione ermetica occidentale e orientale.
Nell’analisi della prima carta, per esempio, il Bagatto, l’autore afferma “che gli Arcani non sono né allegorie, né segreti…. sono dei simboli autentici. Nascondono e insieme rivelano il loro senso a seconda della profondità del raccoglimento di colui che medita.” Ciò che essi rivelano non sono dei segreti, cose nascoste dalla volontà umana, ma degli arcani. “Un arcano è ciò che bisogna sapere per essere fecondi in un determinato campo della vita spirituale… è un ‘fermento’…. la cui presenza stimola la vita spirituale ed animica dell’uomo. I simboli sono portatori di questi ‘fermenti’… e li comunicano – se lo sperimentatore ne è capace, cioè se si sente povero di spirito e non soffre della più grave malattia spirituale: la presunzione”.
Ovviamente tale definizione di “arcano” può suscitare qualche brivido nell’illuministica ed “Egiziaca” visione degli ermetisti di questo secolo. Ma andiamo avanti e forse scopriremo qualcosa di assai interessante, anche se non necessariamente condivisibile.
Come l’arcano è superiore al segreto, così il mistero è superiore all’arcano. Il mistero… è un evento spirituale paragonabile alla morte fisica o alla nascita. E’ il cambiamento dell’intera motivazione spirituale e psichica o il cambiamento totale del piano della coscienza. I sette sacramenti della Chiesa sono i colori prismatici della luce bianca di un unico mistero o sacramento, quello della seconda nascita, che il Maestro insegnò a Nicodemo, durante il loro incontro iniziatico notturno. Ciò che l’ermetismo cristiano chiama la grande iniziazione.
Già da queste righe ce n’è abbastanza per interessarsi a queste meditazioni che hanno come punto di partenza le carte dei tarocchi.
In un altro passo molto sentito, l’autore afferma che “la tradizione ermetica vivente conserva l’anima comune di tutta la vera cultura. … gli ermetisti ascoltano – e talvolta intendono – il battito del cuore spirituale dell’umanità. Essi non possono vivere altrimenti che come guardiani della vita e dell’anima comune della religione, della scienza e dell’arte… non hanno alcun primato in questo campo ma essi vivono per il mistero del cuore comune che batte nel profondo di tutte le religioni, di tutte le filosofie, di tutte le arti e di tutte le scienze passate, presenti e future… essi non pretendono né pretenderanno mai di avere un ruolo di guida, … ma vigilano costantemente per non perdere alcuna occasione per servire la religione, la scienza, l’arte, la vita sociale e politica dell’umanità, affinché sia infuso il soffio della vita della loro anima comune... In questo senso l’ermetismo è esso stesso un Arcano, cioè che viene prima del Mistero della seconda nascita o della grande iniziazione”.
 
Di carta in carta vengono affrontati il significato simbolico della raffigurazione, fin nei più piccoli particolari e l’insegnamento che se ne può ricavare, con accenti, per ciascuna carta, su quell’aspetto che le è proprio.
Il Bagatto, l’arcano della genialità dell’intelletto e del cuore, dell’atto puro dell’intelligenza, la Papessa quello della riflessione, dello specchio necessario perché lo spirito si insedi nella coscienza, la gnosi, l’imperatrice, simbolo della magia sacra e sintesi dei due simboli precedenti (mistica e gnosi) e così via.
Leggendo si ha l’impressione che altri tasselli si aggiungano e si sistemino perfettamente, per chi ricerca la verità, nel puzzle sconfinato della conoscenza.
In questo caso si può scoprire come i tarocchi costituiscono una serie di… esercizi spirituali o ermetici, lontanissimi dal loro uso divinatorio, occulto o occultistico.
Un altro esempio della particolare raffinatezza dell’autore (che da alcuni, solo per il fatto d’essere cristiano, sarò giudicato inaccettabile nei confronti della dottrina ermetica) lo possiamo vedere seguendo la spiegazione e la riflessione sull’Arcano che raffigura il diavolo. Se ogni esercizio spirituale tende all’identificazione tra il meditante e l’oggetto (ed in questo riprende la metafisica classica del sufismo persiano e della cabala a partire da Gikatilla) attraverso un atto che possiamo definire intuitivo, come porsi di fronte alla raffigurazione del male? E Tomberg ci avverte: “il quindicesimo arcano dei tarocchi, in quanto esercizio spirituale, non può né deve giungere ad un’esperienza di identificazione tra il meditante e l’oggetto della meditazione. Non bisogna giungere all’intuizione del male, perché l’intuizione è identificazione, e l’identificazione è comunione. Sfortunatamente molti autori, occultisti e non, hanno trattato con grande leggerezza sia i misteri profondi legati al bene, sia quelli legati al male… ma bisogna occuparsi del male solo mantenendo una certa distanza e solo in una certa misura perché… si può cogliere in profondità, cioè intuitivamente solo ciò che si ama… non si può amare il male, il male è inconoscibile nella sua essenza. Si può comprenderlo solo a distanza, come puri osservatori della sua fenomenologia.
Per questo “le descrizioni delle gerarchie celesti di Dionigi o di Bonaventura o di Tommaso d’Aquino o della Qabbalah sono molto più complete e piene di luce di quelle analoghe sulle gerarchie del male, anche se nei Grimoires vi si trova una quantità di essere con nomi specifici”. Ma il problema è che questa elencazione non ha mai la stessa descrizione della classificazione di un Dionigi. Perché “il mondo delle gerarchie del male appare come una giungla lussureggiante dove si possono distinguere le centinaia e migliaia di piante specifiche, ma dove non si giungerà mai ad una visione chiara dell’insieme. Il mondo del male è un mondo caotico… non bisogna entrare in questa giungla per non perdersi: bisogna osservarla dal di fuori”.
Questo passo, che invita alla prudenza, può essere criticabile se si vuol dare alla visione “magica” una presunzione di sovrapotenza, in grado di navigare al di là e al di sopra della manifestazione del Bene e del Male. Ma forse qui il Nostro intende evitare ai tanti cacciatori di potenza, spesso immaginatisi “maghi”, di precipitare nel caos della superbia, dove hanno naufragato e seguiteranno a naufragare coloro che si fanno “scimmia” di Dio.
Molti passi nelle meditazioni sono riservati anche al rapporto/antinomia tra scienza e fede.
Dice il Maestro: In verità vi dico: se avrete fede anche quanto un granello di senape e direte a questo monte: ‘spostati di qui a lì’, esso si sposterà; nulla sarà a voi impossibile”. La scienza risponde: “Si prende un granello di idrogeno, se ne fa uscire l’energia lì racchiusa e si riduce la montagna in polvere.” … la fede che può muovere una montagna deve essere uguale a quella che l’ha formata. La fede che può muovere la montagna non può essere un’opinione intellettuale o un sentimento personale…: deve essere la risultante dell’unione dell’essere umano che pensa, sente e desidera, con l’essere cosmico, con Dio. La fede che può muovere le montagne è dunque l’unione completa- anche per un solo istante- dell’uomo e di Dio…. La fede alla quale ‘nulla è impossibile’ è lo stato dell’anima in cui ‘Dio agisce e anche l’anima agisce’… l’illusione perciò non può generare la fede”.
Ma la scienza? Essa ritiene che sia la mente umana, frutto dell’evoluzione di secoli, figlia di una sola sostanza –materiale- attraverso prove ed errori è arrivata a comprendere il mondo, e per questo si ritiene depositaria di una missione universale e civilizzatrice. La materia si muove da se stessa, genera la mente, l’evoluzione altri non è che la materia che genera la mente. La mente quando è nata è l’attività della materia in evoluzione, che prende coscienza di se stessa e prende l’evoluzione nelle sue mani. Basti pensare alle manipolazione genetiche per rendersi conto che quanto detto prima è alla base della ‘teologia’ scientifica.
Ma avverte Tomberg la materia è il principio passivo, cui la scienza indebitamente dà il valore primario, cui segue il principio neutro che è rappresentato dalla mente umana, e poi il principio attivo che è il metodo (il dubbio sistematico).
Che è il contrario del Tetragramma sacro la cui sequenza è: principio attivo -principio passivo - principio neutro e loro manifestazione. Spirito-materia-evoluzione-individualità cui la scienza contrappone materia, ragione, evoluzione, metodo scientifico. Ma il contrario del Tetagramma sacro è la formula magica del caos e dell’irrazionalità.
Ciò basta per concludere la scienza empirica sia caos e irrazionalità? No – e qui il vedere dell’ermetista si rivela illuminante - si tratta della formula non già dell’inversione, ma dell’astuzia, dell’intelligenza riflessa. E’ la formula del serpente della Genesi, è l’invito a diventare come Dio, conoscitori del bene e del male. Il veder chiaro della scienza è orizzontale, cioè ci fa vedere sempre più cose, ci dà di fatto il potere sulla natura, non ci inganna per principio, ma…
Ma c’è un problema: aprire gli occhi in orizzontale, aspirare alla potenza assoluta, come Dio, sapere anche che la scienza ci è utile, esclude ogni valutazione di qualità. La scienza infatti si dichiara moralmente neutra o intrinsecamente amorale.
Il serpente non ha mentito – sul piano in cui la sua voce e la sua promessa erano udibili”. Cioè su quel piano che Tomberg chiama orizzontale, proprio perché nella Genesi è definito “il più astuto di tutti gli animali della campagna”, che striscia e il suo vedere è orizzontale.
Ma qual è il prezzo del vedere orizzontale? E il piano verticale che fine ha fatto? Più si hanno gli occhi aperti per la quantità, più si diventa ciechi per la qualità. “Ma quello che viene dal mondo spirituale è solo qualità, ogni esperienza del mondo spirituale è possibile solo agli occhi aperti alla qualità, all’aspetto verticale del mondo”.
Dunque la scienza adempie la promessa del serpente: bisogna dunque allontanarsi dalla scienza?
No, conclude il nostro autore, “bisogna aggiungere all’aspirazione nettamente orizzontale quella verticale, cioè vivere sotto il segno della croce” che così si determina, e a questa croce crocifiggere il serpente.
Il credo scientifico diverrà allora quello che è in realtà: l’immagine speculare del Verbo creatore, cesserà di essere verità e sarà metodo”. Solo così può avvenire la sua trasformazione, abbandonando “la volontà di potere, trasformandosi in volontà di servizio”. Quando insomma, come si legge in Numeri, Dio consigliò Mosè di mettere il serpente di bronzo su un’asta, di modo che divenne fonte di guarigione e non di morte.
Questa sintesi di considerazioni sul rapporto tra scienza e fede si trovano nel capitolo che riguarda la carta dell’Eremita, l’iniziato che rappresenta il metodo e l’essenza dell’ermetismo.
Senza dubbio questo è un libro che va letto e meditato,.
Ma per ritornare all’inizio di questa segnalazione resta sempre il piccolo mistero di un papa e di un teologo lettori di queste riflessioni.
Von Baltasar nella prefazione afferma che l’autore è “un pensatore e un mistico cristiano, la cui purezza obbliga all’ammirazione, mentre ci mostra i simboli dell’ermetismo cristiano nei suoi differenti aspetti – mistica, Gnosi e Magia - … che egli cerca di ricondurre alla più profonda, perché universale, saggezza del mistero cattolico”.
Giova ricordare che questo tentativo è riscontrabile nei Padri della Chiesa (Origene in particolare). “Nel Medioevo e nel Rinascimento,” continua il teologo svizzero, i migliori spiriti hanno continuato in questo genere di speculazioni, accorgendosi che un buon numero dei Padri della Chiesa “avevano riservato al misterioso Ermete Trismegisto un posto d’onore tra i profeti e i saggi pagani… padre primordiale della saggezza greca (ci si ricordi della sua venerabile immagine che si trova sul pavimento della cattedrale di Siena), ... mentre nel frattempo si recuperava la Quabbalah magica e mistica degli ebrei (Reuchlin, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Egidio da Viterbo – peraltro un cardinale ndr)… I tarocchi possono essere compresi come psicologia interiore, alla maniera di Jung… ma possono essere altrettanto compresi come principi del cosmo oggettivo, giungendo allora alla sfera di ciò che la Bibbia chiama le “Dominazioni e le potestà”. Baltasar ricorda poi, tra gli altri, Ildegarda von Bingen, difficilmente citata nelle pubblicazioni a uso e consumo dei fedeli, che con le sue visioni introdusse “come mai fu fatto, le potenze cosmiche anche nel vasto dramma cristocentrico che si svolge fra creazione e redenzione, fra cielo e terra”, ove, “ o Orazio, hanno il loro posto delle cose che superano la vostra comprensione scolastica”(Amleto, atto primo, scena quinta).
Non c’è che dire per un teologo di Santa Romana Chiesa.
Resta un’ultima considerazione da fare.
Leggendo questo libro, si comprende ancora una volta di più, quanto vasta sia la ricchezza di tradizione, di pensiero, di pratica non semplicemente devozionale e sentimentale, custodita nel seno della Chiesa Cattolica, ricchezza della quale questo libro è una notevole testimonianza e coraggioso recupero.
La domanda che spesso sorge quando si scoprono tesori di sapienza è perché questa ricchezza sia stata in parte dimenticata, laddove non sia stata dispersa.
Visto che un papa e un teologo invece se ne servono - ciascuno a sua misura che non è dato ovviamente sapere - forse la spiegazione sta proprio nel motivo della conversione al cattolicesimo del nostro autore: i molti, i più non vedono altro, anche, ma non solo, per colpa degli scribi e farisei del nostro tempo, solo il suo ‘doppio’ o ‘egregor’, che ogni istituzione ha in sé. Chi vuole cercare la verità e la conoscenza guarda inveceall’essenziale, al messaggio, alla trasmissionea tutto il mondo dei misteri della tradizione, che consiste anche nella…amministrazione dei sacramenti, nella celebrazione delle festività dell’anno liturgico, nell’insegnamento e nella benedizione. E crediamo che questo valga anche per buona parte degli amici di Simmetria privi di pregiudizi.
Nick

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