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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Fernando Riccardi
Brigantaggio postunitario
Una storia tutta da scrivere
Arte Stampa editore 2011
Via Casilina Sud 10/A Roccasecca (Fr)
 
Come sappiamo la storia ufficiale è sempre stata scritta dai vincitori e, prima di tirar fuori gli scheletri dagli armadi, ci vogliono decenni, a volte addirittura secoli.
Questo è stato anche il destino della storia dell’unità d’Italia, studiata nelle scuole seguendo la dinamica del “Libro Cuore”. C’era “la piccola vedetta lombarda”,  c’era“il piccolo scrivano fiorentino” e tutta la laicissima Patria appena "unita", che vibrava di camicie rosse, di garibaldini, di eserciti piemontesi liberatori e, ovviamente, di una razzistica, puntuale prevenzione verso quei cafoni di Napoletani, di Siciliani, di Pugliesi, di Calabresi, di Lucani ecc. che, chissà perché, non avevano unitariamente apprezzato l’arrivo dei “liberatori”.
Durante la mia scuola elementare il mio maestro raccontava con sussiego che, di fronte agli ordinatissimi battaglioni piemontesi, quelli di Franceschiello, per seguire il ritmo cadenzato delle marce, e non sapendo distinguere la sinistra dalla destra, quando marciavano invece di “uno, due” dicevano “cu’pilo e senz’u pilo” (avendo legato un filo allo scarpone sinistro per distinguerlo dal destro)! Insomma come dire: la sapienza contro l’ignoranza!
E’ evidente che se i piemontesi e i garibaldini erano stati i “liberatori”, coloro che invece erano stati “liberati”, e cioè i “meridionali”, non potevano essere altro che gli “oppressi” da un regime autoritario e liberticida, per di più un regime assai connesso alla devozione religiosa ed alle feste ad essa connesse, sia quelle di lontana origine pagana, come quelle cristiane. Orrore!
Ma col tempo alcuni attentissimi e coraggiosi storici sono andati alla riscoperta di una storia sepolta negli archivi di stato; e sono stati trovati migliaia di documenti inediti e raccapriccianti, che raccontano una storia profondamente diversa. Una storia di stragi, di stupri di massa, di orrori compiuti dai “liberatori” ai quali fece seguito una guerra (che oggi chiameremmo di resistenza) operata dalle squadre dei cosiddetti briganti.
In questa luce, i briganti di cui si parla nel preciso libro di Riccardi, ci appaiono nella loro disperazione e anche nella loro ferocia (Riccardi non fa sconti ad una parte o all’altra) ma ripristina un equilibrio in cui le motivazioni dei contadini depredati dalle terre, massacrati a migliaia, trovano il loro giusto posto. Nel libro appaiono figure totalmente sconosciute ai più: nobili provenienti da altre regioni (come il conte Edwino di Sanssonia (Carlo Mayer), arruolatisi nell’esercito borbonico; e poi letterati, artisti che con entusiasmo andavano a difendere il Sud.
Alcune citazioni del libro scritte dai vincitori fanno rabbrividire.
Dice ad esempio Nino Bixio (p.195), in una lettera alla moglie, mentre si trovava a san Severo.
“Abbiamo visitato alcuni paesi della provincia del Molise…che paesi! So potrebbe  chiamare dei veri porcili!. Prima che questi paesi giungano allo stato di civiltà in cui siamo noi…abbisognano di lunghi anni… Questo insomma è un paese che bisognerebbe distruggere o almeno spopolare e mandarli in Africa a farsi civili!”
In tale contesto ci consola la lettera di Peppino Garibaldi a Adelaide Cairoli, scritta da Caprera (p.187): un Garibaldi, a quanto pare, tormentato dai rimorsi:
“Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò oggi non rifarei la via dell’Italia meridionale, temendo di esserre preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”.
E concludiamo con le parole del garibaldino Giovanni Nicotera (a quanto pare pentito anche lui), che, da sole meritano l’acquisto di questo interessantissimo libro (p.185):
“Il governo borbonico aveva il gran merito di preservare le nostre vite e le nostre sostanze, merito che l’attuale governo non può vantare. Le gesta alle quali assistiamo (repressione dell’esercito piemontese, n.d.r.) possono essere paragonate a quelle di Tamerlano, Gengis Khan, Attila.”
E concluderei con una frase di “sinistra”, quella di Antonio Gramsci che, in L’ordine Nuovo del 1920 dice:
“….settecentomila civili massacrati su una popolazione totale di nove milioni di abitanti, conquecentomila cittadini arrestati, sessantadue paesi incendiati, centinaia di migliaia di patrioti deportati nei campi di sterminio piemontesi. Tutto ciò fu l’unità d’Italia” 
 
E poi ogni tanto qualcuno parla a vanvera della “questione meridionale”
C.L.

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