A cura di Antonello Colimberti

Libreria Editrice Fiorentina 2012 isbn 886500-070-0 – 295 pag. euro 16,00

 
il contadino come maestroEra ora che anche in Italia arrivasse questo libro di Jousse, nella ottima traduzione e con il sapiente commento del prof. Antonello Colimberti, che nella sua veste di etnomusicologo è stato in grado di andare al di la delle prevenzioni che hanno spesso coinvolto e travolto il pensiero del gesuita francese.
 
Jousse è un sacerdote ma è anche un etnologo ed un antropologo: un rivoluzionario dell’educazione, o meglio è un riscopritore del termine cultura. Cultura è un termine che proviene dal lavoro dei campi. E’ proprio il contadino colui che coltiva, con i suoi riti, con la sua memoria, con il suo contatto immediato dell’esperienza della crescita e dello sviluppo di ciò che va a coltivare. Nella scienza di Jousse il contadino è la vera fonte della sapienza vera. Il contadino mima la realtà e con tale mimica la svela. Il contadino-Omero canta la realtà e ne consente la trasmissione attraverso un linguaggio privo della iperstrutturazione moderna che imprigiona i concetti nella logica della sintassi. Il contadino parla attraverso la sconfinata memoria dei proverbi ed in essi racchiude la sintesi della conoscenza. Il contadino possiede gesti millenari, sempre gli stessi, perfetti per seminare, per tagliare, per raccogliere.
 
 
 
Quello del rapporto fra uomo-terra ed uomo-vita ed uno dei temi che Jousse tratta in maniera realmente potente. Jousse se la prende con tutti i catechismi aggregati alla teologia codificata e propone un grande ritorno al gesto, alla nenia. Propone di sciogliere il gesso che ha imprigionato la liturgia umana dell’educazione.
Una delle considerazioni più efficaci di Jousse è quella relativa all’insegnamento della ginnastica che ridicolizza nei suoi aspetti estetici e autocelebrativi. Egli ci ricorda il contadino che zappa, che con il forcone solleva per un’intera giornata balle di fieno, che si arrampica e cammina con gesti ritmici, che canta per accompagnare i suoi gesti. Ecco dunque una vera ginnastica, abbinata all’opera, alla meditazione, al contatto immediato e alla traduzione dell’opera in risultato, in pane, in frutta, in raccolto.
E fin qui siamo d’accordo con l’opera di Jousse. Ma dove ci lascia perplessi è nel suo “gaullisme”, nel suo francesismo ad oltranza, contrapposto ad un mondo “romano”, a suo avviso incancrenito dal sistema della civis e opposto alla ruralità primigenia, pagana e shamanica celtica. Non so quanto Jousse conoscesse le origini contadine della Roma arcaica e come queste fossero connaturate alla repubblica e all’impero ma forse l’esempio della Roma dei Cesari e poi della Roma Vaticana gli serviva proprio per contrapporre il lessico dei libri a quello dei gesti, alla ruralità.
 
Ad esempio a pag. 250 troviamo una citazione “rimo-melodica” di un passo evangelico. In uscita dal commento di tale passo che, se escluso dall’ambiente palestinese nel quale nasce, perde buona parte della sua funzione recitata ed educatrice, Jousse ci dice:
Ma non abbiamo anche noi, nel nostro ambiente etinico, qualcosa di paragonabile a questi Rabbi? Per l’esattezza si tratta di quei Druidi che conosciamo, quei famosi insegnanti di cui parla Camille Jullian nel suo studio sulla memorizzazione dei Druidi. Memorizzazione di tale forza che persino i Greci, i quali pure consideravano barbari tutti coloro che non parlavano la loro lingua, si sono inchinati al cospetto della scienza dei Druidi. Persino il sinistro individuo che si chiamava Giulio Cesare che voi presentate come colui che avrebbe portato la civiltà, diceva: “Ibi magnum numerum versuum ediscere dicuntur” Insegnano ai loro discepoli per 20 anni delle formule ritmiche sulle virtù dei guerrieri, sulla storia, sulla morale. Ciò che Diogene Laerzio ha sintetizzato nella triade del conoscere:
“Gli Dei onorate
Il male evitate
La bontà praticate”.
Questo è gallico. Ed e per quelli che seguiranno; ecco ciò che i vostri studi classici vi hanno lasciato ignorare. Ecco ciò che Vercingetorige e Yeshua hanno conservato per noi contadini. Siamo forti perché abbiamo 2000 anni di fedeltà alla Gallia e a Yeshua. Non apparteniamo soltanto a ieri ma al domani e rifaremo una civiltà gallo-galilea
 
E qui, ci sorgono alcune perplessità. Non c’è alcuna prevenzione, da parte nostra nei confronti della sapienza druidica, anzi!!! Ma ci sembra sorgere, tra queste pagine il noto “complesso di Asterix” che attanaglia, da sempre, i cugini francesi.
Ma per il resto il libro merita grandissima attenzione. Il recupero della memoria, dell’apprendimento vissuto per merito della ritmica, del gesto, del suono. Il recupero dell’esperienza musicale come veicolo di primigenia cultura.
 
Proprio per questo il libro di Jousse va letto e studiato. A suo tempo è stato un coraggioso, recuperato ovviamente nel ’68, in chiave “antiborghese” e consona al clima dell’epoca; a nostro avviso, proprio per questo è stato frainteso. Ottima operazione, quella di Colimberti, nell’averlo consegnato alla nostra attenzione.
 
 
Claudio Lanzi

Commenti  

# Dalmazio Frau 2013-04-03 18:46
A me muore persino l'erba gatta, visto che mi dimentico di innaffiarla, quindi benché i miei nonni fossero contadini gli uni e pastori gli altri temo sarei un disastro però ricordo Esenin e poi Yates che scrive: " il mio paese è Kiltartan Cross, la mia gente i suoi contadini". Meglio che vada ad innaffiare l'erba gatta...
# Amministratore Commenti 2013-04-03 18:58
Beh, prendendo atto che la nostra mente cittadina è ormai lontana dalla coltivazione come cultura (in tutti i sensi) il libro è realmente interessante e, a mio avviso, spinge verso quella "conversione educatrice" che la scuola tenta di fare da decenni senza riuscirci impantanandosi sempre più nella forma e nell'autoreferenza, scordandosi lo scopo dell'educare.
C.

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