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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Oriano Negrini: La Leggenda del Re Minatore –La spada e il Graal fra Siena e la Maremma

Ed. Effigi, Arcidosso (GR) - pagg. 267 con illustrazioni in b/n nel testo, € 15,30.

 

Il testo esamina nuovi aspetti della storia di Montieri, Comune in Provincia di Grosseto e situato a metà strada tra quest’ultima città e Siena, basati sulle recentissime ricerche archeologiche fatte nel sito dove sorgeva un’antica chiesa dell’XI secolo. Montieri è stato un centro nevralgico industriale per l’estrazione mineraria iniziata al tempo degli Etruschi e proseguita nel Medioevo con lo sfruttamento delle miniere di rame e specialmente di argento, attività ripresa nella seconda metà del XIX secolo nuovamente con l’estrazione del rame e poi della pirite, fino agli anni ’90 del secolo scorso.

Esso prende avvio dallo scavo archeologico iniziato nell’anno 2008 da parte dell’Università degli Studi di Siena sul sito della Canonica di San Niccolò a Montieri (in attività tra XI e XIV sec.), condotto con grande professionalità e attenzione, che ha portato a scoperte eccezionali ed impreviste, sito già antropizzato precedentemente alla costruzione ecclesiastica, come dimostra il rinvenimento di ceramiche molto antiche e di una punta di freccia in pietra del periodo Eneolitico del tipo Rinaldone (4000-3500 a.C.).

Grazie agli scavi è riemersa dalla terra una chiesa singolarissima, dalla forma rotonda e con sei absidi (unico esempio, al momento, in Italia) con un’aula di culto adiacente all’edificio principale in cui è stata trovata la tomba di un uomo, identificato dagli scopritori come un Cavaliere sulla base delle caratteristiche dello scheletro (segni di ferite, alterazioni ossee dovuti al prolungato ustilizzo del cavallo), i cui resti risalgono alla prima metà dell’XI secolo, ma del quale mancano totalmente riferimenti storici.

Data la complessità del lavoro di Oriano Negrini ed i complessi intrecci che egli fa emergere dai ritrovamenti, abbiamo chiesto allo stesso Autore di riassumere la sua opera, per introdurre il lettore al mistero della storia che essi raccontano. (P. G.)

 

Il Cavaliere i cui resti sono stati rinvenuti nella sepoltura potrebbe essere lo stesso Cavaliere (chiamato il “Cavaliere della Barcada”) che secondo un’antica leggenda locale avrebbe “piantato” la sua spada nella roccia gettandola in una grotta (e sopra la Canonica di San Niccolò si trova proprio un anfratto), prima ancora che San Galgano piantasse la propria sulla vetta della vicina Montesiepi (che dista solo 5 km. da Montieri), ed avrebbe portato con sé a Montieri i tesori accumulati nelle sue imprese ed un prezioso Calice, i cui riferimenti nella leggenda consentono di identificare con un Graal. La conferma di ciò si troverebbe nel fatto che all’interno di una buca (o pozzetto votivo di fondazione?) appositamente scavata quasi al centro della chiesa sono stati ritrovati un Calice di vetro spezzato ed un prezioso gioiello d’oro tempestato di pietre preziose e abbellito di smalti policromi, forse una fibula, probabilmente adoperata per il piviale di un alto prelato o un dono di un Imperatore ad un vescovo suo vassallo. Per il seppellimento di questi due oggetti era stata eseguita una complessa cerimonia nella quale erano state bruciate piante ed arbusti, tra le quali anche specie resinose ed oleose: sarà un caso, ma i resti rinvenuti nell’interramento ed esaminati dai ricercatori risultano essere di 33 tipologie diverse, dando in tal maniera l’idea di un possibile riferimento cristico al Calice presente nella buca, nella quale è stata ritrovata anche una misteriosa pietra azzurra non classificata dai ricercatori.

Intorno a questa chiesa unica e speciale, di dimensioni quasi corrispondenti a quelle del labirinto della cattedrale di Chartres e della Rotonda di Montesiepi, si sviluppa un esteso cimitero, segno della grande importanza che aveva nell’XI secolo la chiesa o forse la sepoltura del misterioso Cavaliere in essa contenuta.

Il cimitero della Canonica di San Niccolò offre anche altre sorprese: sembra che tra gli scheletri umani  siano stati trovati alcuni crani presentanti una particolare protuberanza nella zona della nuca, e, oltre alle classiche conchiglie del tipo Pecten jacoboeus tipiche del pellegrinaggio a Santiago di Compostela, sono stati ritrovati la costola di una balena ed un osso imponente, forse quello di un elefante. La costola può far ipotizzare un collegamento con il passaggio e il soggiorno a Montieri secondo la tradizione di San Guglielmo di Malavalle, presunto Duca d’Aquitania, reputato un famoso uccisore di draghi: le costole di balena, probabilmente provenienti da cetacei spiaggiatisi sul litorale maremmano, erano talvolta considerate nell’immaginario popolare come ossa di drago. La presenza di San Guglielmo confermerebbe l’ipotesi dell’inserimento della Canonica montierina su di una variante della via Francigena che a nord si continuava con quella Galiziana, come farebbe supporre la presenza sopra il paese di Montieri di un’antica chiesa intitolata a San Giacomo Maggiore (quello di Compostela). Inoltre San Guglielmo, il quale era alla ricerca di un radicale cambiamento del proprio stile di vita, potrebbe anche essere venuto a rendere omaggio a quel primo Cavaliere montierino il quale era divenuto noto proprio per il suo gesto di rinuncia allo status cavalleresco.

Questo ciò che hanno rivelato gli scavi archeologici: una chiesa molto particolare, la tomba di un presunto Cavaliere, una coppa e un gioiello. Per interpretare il loro significato si devono combinare due diverse fonti, la storia di San Giacomo di Montieri, come è stata trasmessa nelle diverse Vite che ci sono giunte, e la Leggenda del Cavaliere della Barcada, popolare filastrocca trasmessa dalla sapienza del popolo montierino di generazione in generazione e raccolta da un frate del Convento di Montieri intorno al 1700.

Sulla base di questi testi si può affermare che tutto inizierebbe e ruoterebbe attorno alla figura di un individuo di cui non si conosce la provenienza; un Cavaliere o forse un trafficante di reliquie che giunge a Montieri con i suoi tesori in un momento di particolare benessere per la comunità, dovuto alle ricchezze delle miniere d’argento. Il Cavaliere, o chiunque egli fosse, giunse a Montieri gravemente ferito e quasi morente o in stato di catalessi, da cui fu risvegliato dalle cure delle donne pietose che lo aiutarono. L’uomo avrebbe portato con sé il Calice trovato al centro della Canonica, e, subendo l’attrazione spirituale del sacro oggetto, avrebbe abbandonato la sua attività guerresca e violenta gettando la sua spada nel pozzo di una miniera – esiste ancora oggi una miniera chiamata “la Forbespada”, “la spada forbita, pulita”, cioè diventata pura – e questo evento potrebbe costituire il primo nucleo dell’arturiana Spada nella roccia e, prima ancora, della Spada di San Galgano.

Sulla Leggenda del Cavaliere si innesta la storia di San Giacomo di Montieri: costui era un minatore secondo i più tardi agiografi e come tale fu canonizzato, ma probabilmente si trattava di un operaio di rango più elevato, addetto alla cernita del materiale (nei testi più antichi è descritto come un “parsiario”, dal latino medievale parsiare, dividere), mentre per altri Autori è detto essere un “ribelle”, che si oppose all’arresto del vescovo e del legato papale, avvenuto nel 1237. Qualunque fosse la sua condizione, San Giacomo venne punito con il taglio della mano destra e del piede sinistro per il furto dell’argento estratto dalle miniere (atto di cui non rimane alcuna prova), ma, pentitosi secondo quanto scrivono i redattori di alcune sue Vite, iniziò a dedicarsi ad una vita rivolta all’aiuto del prossimo, conquistando fama di santità. Trovò l’amore di una donna speciale (corrispondente alle donne che aiutano il Cavaliere morente nella Leggenda del Cavaliere), che è detta essere la fornaia del paese, la quale lo aiutò nel suo accrescimento spirituale e, secondo le diverse Vite del Santo, si sarebbe chiamata Vegnente. Ma questo più che un nome sembra essere la qualifica di una Fata o di un Angelo protettore, che richiama con il suo significato di Vegnente, cioè “Colei che viene”, la dantesca “Donna venuta di cielo in terra a miracol mostrare”; né si può tralasciare il fatto che questa donna sia una “fornaia”, colei che lavora il pane, e che Gesù nasca a Betlemme la “casa del pane”, il pane che è l’Ostia, a rafforzare il significato cristico del personaggio. Se poi si vuole sottolineare la possibile interpretazione alchemica di alcune Vite del Santo, il forno può essere simbolo dell’athanor in cui il “vecchio uomo”, il ladro del prezioso argento, subisce la trasformazione per diventare l’Oro della santità.

La morte del primo Cavaliere - San Giacomo verrà due secoli dopo - getterà la comunità nello sconforto, perché il personaggio era stato considerato il simbolo della fortuna in quel momento di ricchezza. Aveva inizialmente abitato nella grotta (o galleria mineraria) dove aveva gettato la sua spada, in un rapporto intimo e profondo con quella Madre Terra considerata nel modo di pensare del tempo come la dispensatrice della ricchezza. Quando l’uomo muore, la Dea rimasta vedova rischia di non generare più le sue ricchezze e per questo il Cavaliere, simbolo prezioso, viene sostituito da un altro simbolo prezioso: il gioiello ritrovato con il Calice, un’offerta rituale alla Dea Madre che ha valenza di seme maschile ingravidante la terra per farle generare nuovo minerale argentifero, secondo un arcaico rituale presente presso tutte le popolazioni di minatori. Così viene realizzato una sorta di tabernacolo votivo nella terra, dove saranno raccolti il gioiello ed il Calice che il Cavaliere aveva portati dal suo lungo viaggio e lasciati in eredità alle donne per un futuro importante utilizzo. Questo tabernacolo nella terra sarà il duplice tentativo della comunità montierina di assicurarsi la continuazione della ricchezza dell’argento e allo stesso tempo la salvezza eterna: sopra questo potentissimo esperimento innescato nel sottosuolo si costruirà una chiesa, non a caso dalla forma unica in Italia, a rafforzare l’impresa e ad affermare l’eccezionalità dell’evento.

 

Il libro è un’indagine che collega alle evidenze archeologiche e ai dati storici disponibili certe “coincidenze” significative, oltre a particolari notizie in possesso di chi scrive riguardanti un patrimonio di tradizioni e di conoscenze di un’antica e molto riservata Societas montierina, menzionata nei testi a partire dal XVII secolo col nome di Compagnia dei Cavalieri della Croce e del Pugnale. A questo materiale sono state aggiunte osservazioni personali derivanti da una disamina condotta sul territorio tra i monumenti e le opere d’arte locali che confermano l’esistenza di un culto riferito al Sacro Calice di Montieri.

L’insieme dei dati ha portato lo studioso a formulare una ipotesisulla possibilitàche dalla provincia di Grosseto e precisamente da Montieri, dalle gesta di quel primo Cavaliere siano potuti partire e poi diffondersi, attraverso i viaggi dei mercanti d’argento, dei banchieri e dei pellegrini, gli elementi fondanti per i successivi racconti del Graal e della arturiana “Spada nella roccia”, giungendo probabilmente tali fatti anche ad influenzare le vicende della vicina e famosa Rotonda di San Galgano da Chiusdino, come alcuni dati contenuti nel libro confermerebbero.

Un viaggio attraverso un complesso labirinto dove si incontrano mistero, alchimia, eresia e si sovrappongono personaggi e destini che si ripetono in un cerchio senza fine. Un percorso che giunge fino al Santo Giacomo, al quale la venerazione del popolo dà il nome di Re di Montieri, un ribelle che verrà punito per la sua colpa e che diventerà il protagonista ultimo e principale del libro, l’erede spirituale e simbolico del primo Cavaliere, risposta ed antidoto alla grave crisi dei secoli successivi conseguente alla fine della ricchezza mineraria ed al conseguente impoverimento della terra, come la Waste Land del Re Pescatore dei racconti del Graal, anch’esso “colpevole” e “ferito”.

 Su questo scenario suggestivo si impone in maniera evidente la realizzazione di un’attenta regìa “francescana” legata ai Frati Minori del locale Convento (una fucina di talenti in campo letterario, musicale, retorico e diplomatico), che vede gli stessi religiosi diventare archeologi, artisti, scrittori, musicisti e custodi di segreti e di tesori. I Francescani riprenderanno il mito del Santo Graal che ha la sua origine nel Calice spezzato rinvenuto nella fossa della Canonica di San Niccolò a Montieri e lo useranno per ricostruire in maniera “regale” la leggenda di Giacomo da Montieri, ribelle e ladro ma poi Santo e Re Minatore, e trasformano Giacomo, più volte paragonato al Calice nelle Vite o collegato ad esso nelle stampe che lo raffigurano, da vaso d’iniquità in Vaso di Gloria. Il mito del Graal inizia a Montieri e a Montieri viene fatto ritornare facendo di Giacomo la personificazione del Graal stesso riempito della Grazia di Dio.

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