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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Il Bambino che gioca: Puer Ludens

Puer Ludens è il titolo di un libro della prof. Francesca Antonacci, docente di Pedagogia del gioco presso la facoltà  di Scienze della Formazione dell'€™Università  Milano Bicocca.

Ero partito con l'€™idea di fare una recensione, perchè il libro è realmente bello e interessante. Infatti su Simmetria la scelta dei testi da recensire non soggiace ad alcuna regola di mercato. Si parla di un libro perchè¨ ci abbiamo trovato qualcosa di tradizionalmente intelligente, che faccia riflettere, che porti ad una revisione di luoghi comuni, pur muovendosi su corrette basi scientifiche. E questoè un libro che ci riesce in pieno e non tradisce mai il simpatico sottotitolo che è "€œantimanuale per poeti, funamboli e guerrieri"€.

Si intende che i poeti, i funamboli e i guerrieri sono gli stessi bambini di cui parla il libro, ma dovrebbero esserlo anche i codiddetti educatori cioè coloro che, attraverso il gioco, si occupano socraticamente di educare i fanciulli; ma dovremmo esserlo un po'€™ tutti quando, giocando come Dioniso, puer ludens per eccellenza, scombiniamo le regole degli adulti, e ce ne inventiamo di nuove; quando cerchiamo di attraversare la vita nelle prove dolorose o nelle sfide competitive "€œfacendo finta che"€; quando cerchiamo di superare la noia della monotonia spietata di un quotidiano apparentemente amorfo; quando cerchiamo di capire il senso dell'essere o meglio ancora, di viverne gioiosamente il senso senza smettere di stupirci per la continua riproposizione di schemi imprevedibili.

Per cui non mi metterò a raccontare cosa c'è nel libro della Antonacci; non ho alcuna voglia di recensirlo, procuratevelo (Franco Angeli editore), vale la pena di leggerlo, sia che siate educatori di professione, come che siate genitori, due mestieri complementari, meravigliosamente complicati. Ed oggi complicati più che mai.

Però vorrei trattenermi su un brevissimo capitolo che mi ha notevolmente affascinato e che ha per titolo "La morsa dei saperi disciplinari"€. E'€™ un titolo in cui mi sono assai ritrovato, sia per storia personale come per riscontro con la storia didattica di tanti colleghi, a volte naufragati nell oceano dei protocolli accademici universitari, a volte prestati a discipline eterogenee (come, ad esempio il sottoscritto che si occupa di filosofia e scienze arcaiche) essendo riuscito ad evadere gioiosamente dalla specifica formazione scolastica e lavorativa di tipo tecnologico.

E' il dramma della parcellizzazione del sapere, della suddivisione in specializzazioni che fatalmente confinano la valutazione di un'attività, di una esperienza, di un incontro, nella angusta visuale della specializzazione stessa. E se c'è una cosa che mal si presta ad essere imprigionata in una classifica razionale è proprio il gioco e, in particolare, quello dei bambini.

Chiudere il gioco in definizioni apodittiche classificatorie è come contenere il processo di creazione dell'universo dentro una scatola.
Francesca Antonacci fa un divertente elenco di competenze. Inizia ovviamente dalla chiave psicologica e fisiologica; poi si rivolge all'aspetto sociale e relazionale, indi si interessa della dimensione intrapsichica (autopercezione) e ovviamente evidenzia come tutte le discipline si siano accanite a "spiegare"€ il gioco nelle sue ipotesi euristiche, di tenuta psichica nelle situazioni di stress, di mezzo espressivo nei vari "€œsettings" terapeutici, ecc. La pedagogia, a sua volta ne ha cercato spesso l'utilità funzionale, finalizzata all'accrescimento di competenze e abilità  .

Insomma da tale accurata e appassionata successione analitica la Antonacci fa emergere un bambino trattato un po'€™ come una cavia di laboratorio, da parte di un adulto che si è dimenticato di e€™sser stato bambino lui stesso e che va ad indagare, con pesanti (e a volte invasive) lenti di €™ingrandimento in un terreno, in cui non riesce più a riconoscersi perchè ha perduto lo sguardo giusto per guardare.

Emerge un gioco che diventa "oggetto d'€™analisi" e perde una delle sue caratteristiche fondamentali. Caratteristica chiave per poterlo comprendere: la meraviglia.

A tale proposito mi torna in mente una delle "avvertenze"€ caratteristiche dei testi delle Piramidi e che riguarda un terreno che può, apparentemente, sembrare lontanissimo dal "€œgioco". Su tale espressione insisteva particolarmente il nostro amico Prof. Boris de Rachewiltz che, per le sue interpretazioni delle modalità  magico religiose dell'antico Egitto, poco inseribili nei protocolli accademici, ebbe non poche critiche da colleghi universitari, inseriti, appunto, nei protocolli schematici del'€™egittologia ufficiale.

Parlo della assoluta necessità  di leggere e "cantare" le formule magiche e religiose di tali testi con giusta voce. Questa espressione si è prestata a numerose interpretazioni, più o meno riduttive.

Ora dobbiamo tener presente che i geroglifici sono espressione rappresentativa di uno schema cosmogonico arcaico: un coacervo immenso di simboli che si intrecciano fra loro per dar luogo ad ideogrammi complessi. Uno schema rigido ma, nel contempo permeabile, in quanto creato per letture via via più profonde man mano che si entra nel merito del simbolo archetipico ivi rappresentato.

Il concetto di "giusta voce", percià, non è legato esclusivamente al canto o al tono ma, nella sua assoluta ieraticità, a nostro avviso, assai vicino alle modalità di espressività  funambolica infantile che rende vero, incantato, credibile ed eterno ciò che all'™occhio "disincantato" dell'€™adulto è ormai diventato invisibile, inudibile, impermanente.

Il sacerdote che "legge"€ e canta tali espressioni, che hanno una triplice chiave (geroglifica, fonetica, gestuale) è un mago, ma è anche (anzi deve essere) un fanciullo che si meraviglia continuamente di ciò che dice e ciò che fa, che vive tremando la terribile potenza onirica e incantatoria delle parole, dei gesti, del suono, che ricrea un cerchio magico in cui l'azione è possibile (qualsiasi azione) perché è  resa potente dal meraviglioso gioco della vita e della morte che si ripete in una storia infinita.

Il fanciullo, per lo meno finché lo lasceranno esser tale, seguiterà  a leggere i suoi geroglifici con voce incantatoria e incantante, e renderà  possibile un universo che sta per essere inghiottito dalla virtualità .

Ecco, mi sono permesso questo inusuale in quanto credo che il testo della Antonacci, che va nella dimensione di un giusto recupero dell'€™approccio alla attività  ludica infantile, assomigli molto al recupero della "giusta voce"€ necessaria a carpire il vero tono del gioco. Se non ti fai "fanciullo" non puoi comprendere le infinite modalità  d'espressione della cosa più seria, più impegnativa e più coinvolgente che possa mai fare un bambino: giocare.

Al gioco viene restituita la sua incontenibile libertà  e la sua prodigiosamente magica potenza rituale e incantatoria. Su tale approccio ci troviamo entusiasticamente concordi nella gioiosa provocazione della prof. Antonacci contro tutti i tentativi di inserire la creatività e la fantasia dentro scatole apribili a piacimento, dentro classificazioni didattiche democraticamente accessibili a tutti, universalizzabili e mortalmente noiose.

Leggetevi questo bel libro.

C.L.

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