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Non sono mai riuscito a comprendere una cultura priva di cuore: proprio in tal senso ho quindi letto e apprezzato il testo relativo al convegno su Marius Schneider, pubblicato recentemente da Simmetria edizioni.

Qualunque cosa ne dicano i suoi detrattori (fin troppo educatamente messi alla porta dal doveroso intervento di Antonello Colimberti con il quale si apre il volume), Schneider era infatti uno di quegli studiosi non privi di cuore (e neanche di mente, ovviamente, nonché di quell'intuizione profonda che li oltrepassa entrambi) che tanto mancano, e da troppo tempo, dallo scenario culturale contemporaneo.

Che se poi basti questo per farne un reazionario tout court, da mettere al bando secondo le regole ormai inflazionate dell'Ur-Fascismus, allora che sia: siamo tutti un po' eretici infatti, noi che in un modo o nell'altro ci interessiamo di Tradizione e del pensiero mitico che la sottende, anche quando non v'è alcun intento polemico nelle nostre parole, né passatismo ideologico, come negli interventi qui riportati e tantomeno nel mio, che in modo quanto mai inadeguato sono qui a presentare in apertura di testo.

Ma questa è la sorte di chi, in questi tempi di crisi, cerca di opporsi all'influenza di Arimane: quindi facciamocene pure una ragione, e andiamo avanti così…

In questa occasione felice, e in verità molto rara, di celebrare la figura e l'opera di questo grande maestro di "musicologia dal profondo" - quale è stato lo Schneider e quale rimane tuttora nelle menti e nei cuori di quanti lo amano - rivolgiamo dunque un pensiero iniziale a quell'altro maestro della concezione simbolica dell'esistenza che fu Elémire Zolla, non a caso amico ed estimatore dello studioso tedesco.

Come verrà messo in luce più volte nelle pagine di questo volume, vi sono infatti profonde assonanze - e ben più che accademiche - fra questi due personaggi, la cui visione del mondo si rispecchia e si riflette l'una nell'altra per disvelarci e fornirci, sotto prospettive diverse, un'analoga immagine mitica della realtà, i cui confini si stemperano e i cui elementi si fondono vicendevolmente, sottoponendo il lettore a uno sforzo non vano per superare le categorie logiche dell'Occidente e accostarsi all'Oriente.

O meglio "all'altro da sé", sarebbe il caso di dire, perché entrambi gli autori hanno chiarito ed evidenziato a dovere, nei loro studi e ricerche, come esista un vero e proprio "Oriente dell'Occidente" in quel pensiero analogico, associativo e simbolico che ha rappresentato in passato, nelle sue varie espressioni (popolari, borghesi, aristocratiche, religiose o profane che fossero) l'altra faccia della cultura europea, quell'altra Europa di minoranza le cui concezioni sono state sconfitte dalla cultura dei Lumi, e relegate nell'ombra.

Esiste infatti un'Ombra impalpabile, ma gigantesca e incombente, in questa moderna cultura laicista, così felice delle proprie conquiste, così appagata e direi quasi eccitata per le sue eleganti parole d'ordine, cui entrambi gli autori, in differenti contesti, hanno cercato di opporsi, innanzitutto idealmente e successivamente attraverso i rispettivi campi di studio e di ricerca: entrambi analogici, entrambi simbolici, entrambi privi di quell'esigenza diffusa di definire, spiegare, chiarire, inchiodare ogni cosa… entrambi, insomma, "diversi".

Quando infatti rileggo le parole di Schneider subito penso alle espressioni di Zolla, quando ascolto le espressioni di Zolla ecco che torno alle parole di Schneider… un'unica voce che parla con due bocche, un'unica mente che pensa con due teste: ecco il linguaggio di chi, come loro, ha saputo incontrare la philosophia perennis e riferirne il messaggio.

Ma nel nostro soffermarci segnatamente su Schneider, cosa possiamo dire a riguardo?

Chi volesse cercare l'equivalente di Jung in ambito musicologico può ben accostarsi al suo pensiero archetipico, perché troverà in questo autore un'intuizione immediata (nel senso letterale di "non mediata") sul senso profondo di quel linguaggio simbolico presente e diffuso, a livello acustico planetario, negli strumenti rituali e nelle forme liturgiche e cerimoniali delle diverse tradizioni musicali della Terra, da ricondurre e interpretare alla luce di una comune origine mitica e primordiale, in tutte allo stesso modo presente, connessa e intrecciata.

Il che non fa di lui un neoromantico, sia chiaro, ma un perennialista direi proprio di sì, seppure in modo indiretto e non programmatico: ed è qui che potrebbe forse riaprirsi - in antitesi allo storicismo degli accademici - una velata polemica sul significato reale di questa espressione, che se fosse condotta sui giusti binari di un confronto corretto iuxta propria principia potrebbe senz'altro risultare fruttuosa: ma il pregiudizio ideologico rifugge talvolta da un sereno dibattito, e ci priva purtroppo del risultato prezioso di un rapporto dialettico quanto mai necessario.

Voglio dire con questo che non dovrebbe esistere unicamente un'antitesi fra queste due visioni del mondo, ma possibilmente una sintesi, la stessa che per esempio può essere ricercata intorno alla vexata quaestio su trascendenza e immanenza: analogamente a quest'ultima, infatti, anche fra pensiero mitico e storicismo, come fra storicismo e perennialismo, esiste un'opposizione evidente, che tuttavia non si ferma, a parer mio, a un'alternativa dualistica reciprocamente escludentesi, ma può risolversi e trasformarsi in una sintesi ulteriore e finale, che riconduca il confronto entro un insieme più ampio.

Ma in quale modo tutto questo è possibile? Proviamo a vederlo un po' più da vicino, per poi tornare alla figura di Schneider e avviarci alla fine del nostro discorso.

Il grande merito dello storicismo – e nello stesso tempo il suo limite – è aver ricondotto del resto ogni cosa entro i precisi binari della realtà oggettiva: occorre partire dai fatti e dalle condizioni date, esso afferma, per poi risalire pian piano a dimensioni più ampie, da leggere e interpretare però sempre e soltanto alla luce dei fatti, sotto i riflettori impietosi della dialettica storica.

Tutto ciò ci obbliga quindi a una rinuncia a priori della metafisica, e sottopone lo studio a una ricerca serrata, unicamente condotta entro il recinto dell'immanenza: niente voli pindarici, niente "metafisica in suoni" (Schopenhauer) né interpretazioni simboliche o arabeschi improbabili di natura analogica e associativa – tutto ciò è reazionario, frutto del sogno borghese di visionari in pensione.

Ecco quindi che qualunque indagine in questo senso nasce viziata da quel "peccato mortale di trascendenza" che rappresenta così la vera colpa originaria - e perciò inestinguibile - della visione mitica dell'esistenza: una conclusione alla quale pervenne a suo tempo, seppure attraverso un percorso decisamente sui generis, anche la riflessione sottile di Furio Jesi, che da un'iniziale adesione al principio di "archetipo" approdò a un certo punto a quella di "prototipo" – e il gioco fu fatto.

Se ogni espressione del pensiero umano è infatti sempre e soltanto il frutto di una realtà trascendente, di un "a priori" assoluto di origine mitica e non umana, ecco che parlare di storia e di evoluzione immanente diventa impossibile e improponibile: ma se viceversa essa è unicamente il risultato di un'evoluzione biologica e culturale, di natura storica e contingente, ecco che dare un valore "ontologico" alla realtà dello spirito risulta altrettanto difficile ed improbabile.

Due Weltanschauungen contrapposte, la cui natura antitetica è pressoché irriducibile, e chi s'è visto s'è visto: ma è inevitabile che questi due mondi si scontrino e non vi sia alcuna intesa fra loro? 

Senza addentrarmi in una disquisizione sul tema – quanto mai inutile e fuori luogo - voglio limitarmi in proposito a rimandare il lettore alle riflessioni esoteriche di Rudolf Steiner sull'influsso di Lucifero e Arimane nella storia dell'uomo: anche senza accettare né condividere necessariamente la sua concezione del mondo è infatti possibile ritrovare, in tale visione, una spiegazione plausibile a quella condizione di scontro antitetico, ormai secolare, fra le realtà dello spirito e quelle della materia, in cui l'umanità si ritrova coinvolta, presa "nelle doglie del parto" (San Paolo), fin dall'inizio dei tempi.

Ma una soluzione a questo dilemma non è possibile unicamente per via teorica, è necessario invece compiere un'esperienza diretta e in prima persona, che ci permetta di toccare con mano quelle verità “mysteriose" cui si riferiscono tali concetti: ed è qui che la musica può venirci in aiuto, e nell'approccio di Scheider e Zolla a queste tematiche possiamo trovare una chiave, una possibile chiave perduta di cui la cultura moderna non conserva più neanche il ricordo.

Intanto mettiamola in tasca, poi un giorno vedremo quali porte aprirà.

 

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