Riceviamo dall’amico dott Ambesi questa interessante rielaborazione di un suo articolo (che conoscevamo) e che rappresenta una forte messa a punto sulle funzioni del “critico”.
Le virtù ignote della faziosità critica
 
di Alberto Cesare Ambesi
 
Adattamento della relazione presentata al convegno "Parola e immagini: il ruolo del critico fra arte e pubblico", tenutasi all’ Università di Urbino il 16 settembre 1999 e successivamente pubblicata nel volume antologico "Fra ombre e autoritratti", a cura di Daniela Beltrasio e Giorgio Marchetti, Franco Angeli Editore, Milano, 2000.
La versione che qui si presenta differisce pertanto dalla precedente per alcuni dettagli di un certo rilievo.
 
Ammiro sinceramente - lo affermo senza alcuna, sottintesa ironia- i molti critici d’arte che si dimostrano capaci di apprezzare le più contrastanti forme della creatività artistica contemporanea. Non per nulla, la stroncatura è divenuta merce rara, anzi rarissima. Ora mi chiedo e forse qualcuno vorrà rispondermi: "Come è possibile che oggi si recensisca favorevolmente un qualsiasi esponente della pop art e domani mattina si mostri una pari comprensione per un artista aniconico ? Fino a prova contraria i presupposti poematici o filosofici che si trovano alla base di tali ideazioni sono radicalmente antitetici. Probabilmente, i critici che riescono ad aprire la loro mente a simili acrobazie mentali guardano alla concretezza di certi esiti: all'impatto sociale e psicologico di certe immagini para fotografiche e/o ai cosiddetti "valori materici" che hanno sostituito ivalori plastici di buona memoria.
Certo, si può e si dovrà riconoscere la grandezza di un artista anche nei casi in cui non si ami la sua produzione. Per esempio, non mi sognerei mai e poi mai di misconoscere la tormentata originalità con la quale Francis Bacon ha lavorato in ambito pittorico. Tuttavia, non mi nascondo e non nascondo a chi mi ascolta che la maggioranza delle di lui opere suscita in me un senso di repulsione fisica e uno spontaneo sentimento di ostilità. Ma il problema che intendo formulare è ben altro, compendiandosi nel seguente quesito: "Non siamo tutti noi, nell’ apprezzamento delle arti, in qualche modo schiavi di un edonismo, più o meno sottile , e tanto più insidioso, in quanto si è rapidamente passati dal culto per la 'forma' a quello per la trasgressione?
II fatto è che, da circa mezzo secolo, l'estetica si è auto contestata o asservendosi alle ideologie politiche o riducendosi a un discorso intorno alle tecniche o alle stimolazioni sensoriali, come se le sue radici non fossero nei cieli della metafisica. Ma di ciò fra breve. Per il momento basti rilevare che sarebbe opportuno, oggi come oggi, distinguere la "filosofia dell'arte" dall' "estetica. Possibilità di grande interesse, poiché, tramite l'eventuale suo sviluppo, da un lato si registrerebbe un pieno recupero del concetto romantico del bello e del sublime naturali e, dall'altro, si delineerebbe la possibilità di ricostruire una scala di valori adeguata al nostro tempo, pur nella tradizionalità dell'impostazione.
Checché se ne dica, difatti, o si proponga, una motocicletta o una prodotto di design non saranno mai un' opera d'arte nello stesso modo osullo stesso livello di un quadro di Kandinskij o di una scultura di Mitoraj. Fino a qui le premesse, a completamento e a sostegno delle quali si potrà ricordare che permane sintomatico il fenomeno che vede spesso, troppo spesso, gli artisti e i critici d'arte europei soverchiamente concordi nel mostrarsi indifferenti alla musica colta d’ispirazione mistericao mistica (da Skrjabin a Schönberg, da Messiaen a Penderecki e a John Taverner) e troppo compiaciuti nel sostenere le frange estreme della musica di consumo. Il che potrebbe indurci a sostenere che, in siffatti casi, non si è soltanto di fronte a una "perdita del centro", bensì a qualcosa di ben peggiore.
Un rimedio alla situazione che si è fino a qui disegnata tuttavia esiste....purché in in risposta a ragioni dottrinarie ben meditate e con pieba fedeltà a specifici ideali filosofici. Solo a tale condizione si potrà, nei giorni che verranno, recuperare e distinguere metafora e allegoria, emblematica e simbolo, in ogni forma di creatività artistica. Un compito e un esito che mi appaiono tanto più necessari, in quanto mi sembra che il discorso gergale che si è stabilito intorno alle tecniche e ai suoi effetti risulta privo di criteri di discernimento, per cui si è arrivati al paradosso, anche da parte di certi collezionisti, di scambiare ogni trovata per il nuovo che avanza trionfante e dunque da sostenersi sempre e comunque. Per non parlare dell'impatto intimidatorio di certe firme, in conseguenza del quale si finisce con l'accettare in blocco la produzione di un determinato artista, una volta che abbia raggiunto fama o notorietà, come se non vi fossero differenze di fondo fra lo studio e lo scarabocchio o fra l’opera compiuta e il semplice schizzo.
Ebbene, se così è. Se occorrerà quanto prima trovare un cammino e un orizzonte che conducano di là dalle rigide scenografie del moderno e del postmoderno bisognerà, innanzi tutto, che l’artista riconosca ch'egli è chiamato a giuocare una drammatica partita a scacchi con forme e immagini che – si noti bene- possono sì discendere dall'ultraviolettospirituale ma quando non emergano, più pericolosamente, dal disordine dell'infrarosso della psiche. Il che è come dire che, oggi come oggi, dovrebbe essere compito del critico e dello storico delle arti far comprendere al pittore e allo scultore, oltre che al creatore di varie installazioni, che qualsivoglia modalità creativa comporta – consapevolmente o meno- un contatto con uno Zenit e un Nadir della totalità psichica: alti portali che conducono a firmamenti dissimili, anzi antitetici, poiché abitati da Potenze, o “ Entità”, se si preferisce, che appartengono a regni dell'Invisibile con disuguali gradi Luce o di Tenebre. Giusto come è dimostrato dalla diversa numinosità degli archetipi intelletivi o istintuali, con i quali l'anima umana, piaccia o non piaccia, è chiamata a dialogare o a lottare.
Queste prospezioni potranno apparire, a più di uno, come speculazioni del tutto inattuali. Ne sono perfettamente consapevole, poiché, almeno in apparenza, non è questo il tempo favorevole a una riproposizione dell'arte come ascesi o esercizio ascetico, tanto più che è d'obbligo riconoscere che l'artista ha pur sempre a che fare con pensieri o pulsioni di opposto segno. Ma non ci si inganni. Chi vi parla si trova in eccellente compagnia, come suol dirsi. Si ascolti, per esempio, quanto ha affermato il filosofo contemporaneo Wilhelm Weischedel e si dovrà pur constatare che, con straordinaria forza argomentativa, egli ha saputo proporre da tempo una concezione che identifica l'esperienza artistica con l'illuminazione interiore, avendo saputo rilevare che, a livello soggettivo, ideazione e contemplazione dell'opera annullano la lineare scansione del tempo, laddove, sotto il profilo oggettivo, consentono all'Altrove Assoluto di scendere nel tempo con tre volti fondamentali, al di sopra e di là dal mutare degli stili.
Per Weischedel, difatti, la storia dell'arte altro non è e non può essere che la risposta, positiva o negativa, che l'Uomo può dare alla possibilità che la realtà metafisica si riverberi o trascolori nell'opera d'arte, quale "fondazione" (Urgrund ) o come "principio " (Ursprung ), quando non si realizzi nei termini, più inquietanti, di "abissalità" (Abgrund ). Orbene, a parte la mia opinabilissima propensione a scorgere dietro a codesta ternarietà non già una <Realtà solitaria, bensì una dualità metafisica, per certi versi riconducibile a una visione manichea, a parte ciò, è indubbio che la filosofia dell'arte proposta dal pensatore tedesco non può e non dovrà lasciare indifferenti, trattandosi di un sistema dottrinario che abbatte i vecchi steccati fra l'estetica e le ramificazioni gnoseologiche, ma senza che la sistematicità teoretica abbia a soffrirne.
Resta soltanto, a mio giudizio, da formarsi una conseguente metodologia critica, in grado di analizzare con variegati criteri i diversi frutti dell' ideazione artistica, rimanendo sottinteso, per esempio, che, per la valutazione del prodotto creato dall' "industrial design", basterà un'ulteriore elaborazione dei principi estetici fino qui seguiti.. Ed è a questo punto che può pienamente giustificarsi il titolo del mio intervento, poiché, stando a quanto ho delineato, dovrò auspicare -come in effetti auspico- la nascita di una “filosofia dell’arte” e di una critica fenomenologica che, con opportuni gradi di libertà, si riconoscano nei principi di Weischedel e combattano a viso aperto, affinché il primato dei valori spirituali e di pensiero trovi uno spazio sufficiente per contrapporsi alla mercificazione dell'arte, agli esiti di certa architettura, che è passata repentinamente da un agghiacciante razionalismo a un disordine di strutture che non consente di individuare quel contrappunto fra simmetria e asimmetria che è sempre stato a fondamento della progettazione architettonica .
Per più di una ragione e non solo in tale ambito. Basti pensare che il rapporto fra statuaria e architettura permane interrotto o messo in ombra, nel mentre una pletora di tardi epigoni di Matisse e gli astuti o pigri cultori dell' arte povera e della pop art esercitano troppo di frequente una specie di tirannia nel seno del grande collezionismo, pubblico e privato, avendo fra i promotori o sostenitori i principali esponenti della critica giornalistica. Una situazione, codesta, che può e che dovrà essere combattuta da più parti. Non per nulla, tanto le articolazioni strutturali del più puro astrattismo di derivazione kadinskyana, quanto i molteplici labirinti allegorici dell'arte figurativa neo manierista , o di derivazione trasfiguratrice dal surrealismo, si direbbero oggi in grado di guidare, con pari forza, sia l'impulso che genera l’arte cinetica (o similare) sia il gesto antico che riconosce nel disegno la matrice dell’ideazione visionaria o fantastica e il tramite per mezzo del quale le suggestioni naturalistiche si distillano entro una dimensione in cui il canto degli arcangeli ha il potere di annullare – in taluni casi- gli incantati bisbigli della coppa tenebrosa.
I tempi degli ammiccamenti e del "dico e non dico" dovranno finire....così come è già l’ ora che ciascuno di noi si ponga con chiarezza davanti al problema di cosa debba significare l'opera d'arte, ricordandosi che la discriminazione intellettiva è una virtù da coltivarsi e non un limite mentale. Non a caso, si diceva un tempo che non si possono servire due padroni, contemporaneamente: Dio e Mammona, la cerca del Santo Graal e il rifiuto di ogni disciplina interiore. Quel rifiuto, mi sia consentito di rilevare, che è così caro alle generazioni moderne e post-moderne, ma che non può conciliarsi in alcun modo con il magistero che il simbolo esige. La guerra santa al Caos, comunque, forse è già incominciata e sarà compito della critica più avvertita e di una rinnovata sapienza esoterica fare in modo che i diversi livelli dell'illuminazione alchemica, dalla nigredo all' albedo , e da questa alla rubedo, o "trionfo ermetico", tornino a essere presenti anche e soprattutto come gradi successivi della creatività artistica.

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