Presentazione e rilettura di un saggio di José Bergamìn

di

Antonello Colimberti

 

L’autore

“Un gruppo dell’alta borghesia messicana si riunisce in un salone, ma non può più uscirne, bloccato da una forza misteriosa. E nessuno può entrare. Quando l’incantesimo si rompe, si ritrovano in una chiesa”. Questa è la sommaria descrizione, tratta da “il Morandini”, di uno dei più straordinari film della storia del cinema: El angel exterminador (L’angelo sterminatore) di Luis Buñuel, girato in Messico nel 1961. Molti conoscono questa pellicola, la cui rinnovata visione potrà dare utili suggerimenti a chi desideri strapparsi a questa ruota di dannati che è l’Italia presente (punta avanzata dell’Occidente moderno?), ma pochi forse sanno che la sceneggiatura, scritta dallo stesso regista insieme al fedele Luis Alcoriza, è la rielaborazione dell’opera teatrale Los naufragos de la calle Providencia di José Bergamín. Ma chi è José Bergamín?

La figura di José Bergamín (Madrid 1895 - Fuenterrabia 1983), come ben ha scritto Giorgio Agamben anni fa, è di quelle che più difficilmente si prestano a una collocazione critica, sia per la poliedricità di scrittura (poesie, saggi, opere teatrali, pamphlet polemici e via dicendo) che per l’eredità letteraria (la grande tradizione barocca del secolo d’oro accanto alla tradizione segreta del romanticismo tedesco).[1] Da sempre attento alle vicende politiche e sociali del proprio Paese fin dalla fondazione nel 1933 del periodico Cruz y Raya (cui contribuirono i più bei nomi dell’intellettualità europea dell’epoca, fra cui una giovane Maria Zambrano), Bergamín,  dopo la chiusura della rivista nel giugno 1936 (poco prima del golpe militare fascista) e l’inizio della Guerra civile spagnola, accentuò la sua militanza nel fronte democratico e repubblicano dirigendo l’Alianza de Intelectuales Antifascistas e partecipando al governo in esilio a Parigi, fino a dirigere nel 1937 a Valencia il secondo Congresso Internazionale di scrittori in difesa della cultura. Tali iniziative e prese di posizione gli costarono numerosi anni di esilio in vari Paesi (Messico, Venezuela, Uruguay, Francia), salvo un intervallo, fra il 1958 e il 1963, durante il quale, rientrato in Spagna, fu incarcerato. Il rientro definitivo nel suo Paese avvenne nel 1970, ma non per questo cessò la sua militanza politica che si realizzò dapprima nella stesura di manifesti nettamente di parte repubblicana, poi, negli ultimi anni, nella partecipazione allo schieramento indipendentista basco, adesione vissuta fino al trasferimento in una località basca al confine con la Francia, Fuenterrabia, dove morì.

L’indipendenza di pensiero, unita al coraggio nell’esporsi apertamente fino alla militanza politica, che ricorda un altro importante personaggio del Novecento di cui ci siamo già occupati sulle pagine di questa rivista[2], hanno finora ostacolato una adeguata valutazione di un autore che potrebbe essere posto come esempio per l’intellettualità europea, se non per quella tout court. Vari dizionari ed enciclopedie, anche fra le più stimate e rispettabili, continuano ad utilizzare definizioni inadeguate o addirittura fuorvianti. Ad esempio, l’Enciclopedia Treccani parla di “cattolicesimo vicino a quello di Maritain, vissuto in chiave letteraria piuttosto che filosofica”. Siamo fin all’inadeguato (ed è anche quanto scrive Wikipedia), che diventa poi del tutto fuorviante quando si finisce ad adoperare per Bergamín la più diffusa e trita definizione di “cattolico progressista”.

Cosa intendiamo dire?

Si legga il seguente passo di Giorgio Agamben: “Jean-Claude Milner ha identificato con chiarezza, definendolo <<progressismo>> il principio in nome del quale si è compiuto questo processo: transigere. La rivoluzione doveva transigere col capitale e col potere come la Chiesa aveva dovuto venire a patti col mondo moderno. Così è andato prendendo forma a poco a poco il motto che ha guidato la strategia del progressismo nella sua marcia verso il potere: bisogna cedere su tutto, riconciliare ogni cosa col suo opposto, l’intelligenza con la televisione e la pubblicità, la classe operaia col capitale, la libertà di parola con lo stato spettacolare, l’ambiente con lo sviluppo industriale, la scienza con l’opinione, la democrazia con la macchina elettorale, la cattiva coscienza e l’abiura con la memoria e la fedeltà.”[3]

Se questo è vero, nessuno è stato meno “progressista” di José Benjamin, cui spetterebbe piuttosto il termine di “imperdonabile”, nell’accezione che ha nel raffinato saggio scritto più di quarant’anni fa da Cristina Campo.[4] Quella Cristina Campo che nel 1966 organizza una raccolta di firme per una lettera –manifesto, resa pubblica il 5 febbraio, in cui si chiede che nei conventi venga mantenuta la lingua latina. Fra le trentasette firme di artisti e intellettuali di ogni Paese non manca quella di José Bergamín (il cattolico “progressista”!)[5]

Il “rinnovamento nella tradizione”, ovvero il “cristianesimo giovanneo”[6] del nostro scrittore spagnolo appare evidente se solo ci si confronta con mente aperta con uno dei suoi saggi più brillanti ed ispirati: La decadencia del analfabetismo, pubblicato originariamente sulla rivista Cruz y Raya n.3 del 15 giugno 1933.

 

I bambini, i popoli, le arti

Apriamo il saggio[7]: “Tutti i bambini, finché sono bambini, sono analfabeti. Il bambino non può imparare le lettere dell’alfabeto, non può imparare e leggere e a scrivere finché non ha quello che giustamente si chiama uso della ragione: uso che sarà certamente abuso quando il bambino si farà uomo alfabeta, uomo di lettere, se tale si farà. L’uso e l’abuso della ragione sono in definitiva l’utilizzazione razionale, la ragione pratica. Difatti il bambino ha la ragione prima di usarla, prima di sapere per cosa gli servirà o per cosa la utilizzerà praticamente- non si può usare quello che non si ha- ma ha una ragione intatta, spiritualmente immacolata, una ragione pura: cioè una ragione analfabeta. E questa è la sua beatitudine. Non è che non possa conoscere il mondo, ma lo conosce puramente: in modo spirituale esclusivo, non letterale o letterato o letteraturizzato. La ragione del bambino è una ragione puramente spirituale: poetica.”[8]

Dai bambini ai popoli[9]: “Come i fanciulli, i popoli pensano e credono contemporaneamente, giocando: poiché la loro razionalità è pura o poetica, cioè divina. Perciò, mentre Dio gioca con i popoli analfabeti come i fanciulli, il Demonio si gioca sempre i popoli letterati, così come gli uomini che lo sono, gli uomini di lettere. Quello che un popolo ha di fanciullesco e quello che un uomo ha di popolare, che è quello che conserva di fanciullesco, è precisamente l’analfabetismo. L’analfabetismo è la comune denominazione poetica di ogni stato veramente spirituale”.

Dai bambini e i popoli alle arti: “Questa correlazione spirituale tra la fede e la ragione poetica o ragion pura si verifica non soltanto nell’anima analfabeta dei fanciulli o dei popoli, ma anche nei risultati spirituali di questa profonda animazione: nel teatro, che la proietta fuori, superficialmente, rispecchiandola, illuminata; nel canto, quando la voce popolare attacca oscuramente, alla cieca; chiudendo le sue fonti evasiva, come si fa con gli uccelli, perché cantino bene. Anche nella danza, quando attacca analfabeticamente come il canto: nella danza profonda dei negri; poiché l’uomo ha dovuto vedersi nero per approfondire danzando la precisione della sua verità. La danza negra è la luce argentata di questa tenebrosa ignoranza dello spirito analfabeta, superiore a tutte le altre forme retoriche di danza, letterali o letterarie. Danza precisa e vera: o precisamente e veramente poetica.”[10]

 

La decadenza

Tali auree condizioni (il bambino, i popoli, le arti) vengono sempre più messe a dura prova in quello che il “progressista”(!) Bergamín chiama apertamente “processo di decadenza” (annunciato già nel titolo del saggio), quando si afferma e impone una cultura letterale, le cui origini non vengono certo eluse, ma anzi chiaramente affermate: “È la cultura che ha alterato l’ordine del mondo: che ha alterato tutte le cose, sopprimendo le gerarchie. Quando si perde razionalmente il senso delle gerarchie, occorre ordinare tutto per ordine alfabetico. L’ordine alfabetico è un falso ordine. L’ordine alfabetico è il maggior disordine spirituale: quello dei dizionari e dei vocabolari letterali, più o meno enciclopedici cui la cultura letterale cerca di ridurre l’universo. Il monopolio letterale della cultura ha alterato le cose disorganizzando le parole, che sono anche cose e che, essendo cose (cose di idee o idee di cose, cose di ragione o cose di gioco), sono una realtà razionale pura o poetica, una realtà veramente spirituale o analfabeta […] L’ordine alfabetico internazionale della cultura, che nacque con gli enciclopedisti - e che è una specie di mortale anticipazione dell’Inferno -, è giunto a trasformare, per logica e naturale conseguenza, la rappresentazione totale del mondo, l’universo, in un Dizionario Generale Enciclopedico, ordinato, com’è naturale, alfabeticamente. Si tratta di un’alfabetizzazione generale e progressiva che ha operato nella vita umana come una paralisi generale e progressiva del pensiero.”[11]

Il processo di decadenza investe anche le arti, come ad esempio, la poesia e il teatro[12].

Per quanto riguarda la poesia: “C’è stata una letteraturizzazione della stilistica della poesia. Per un sottile alambicco la poesia si pastorizza letteralmente, sterilizzandosi: sterilizzando immaginativamente il pensiero. La poesia distillata o sterilizzata non è poesia pura: è poesia letterata o letteraturizzata. La poesia si fa letteraria, alfabetica, cercando nella vocalizzazione esclusivamente letterale delle sue consonanze una musica per le lettere. C’è tutta una letteratura poetica, così chiamata, che possiede lettera e musica, ma che non possiede poesia. […] Mettere in poesia le parole significa semplicemente giocarci, come dicevamo che fa il bambino analfabeta o il popolo, fanciullo analfabeta. La poesia pura è semplicemente la più impura: la poesia analfabeta. La poesia è analfabetismo integrale, perché integra spiritualmente tutto. La poesia è il campo analfabetico di gravitazione universale di tutte le costruzioni spirituali umane”.

Per quanto riguarda il teatro: “Il teatro è cosa da vedere e da guardare perché in esso vediamo il fondo, esoterico, del nostro pensiero fanciullo, che è il nostro pensiero di popolo: il nostro analfabetismo radicale. Il teatro rappresenta le figurazioni poetiche con la parola e non con la lettera. La maschera immobilizza l’atteggiamento comico o tragico per esprimere meglio la parola, senza alterazioni mimetiche che sviino dalla sua ragione o dal suo senso, rinforzando la voce per intensificare il processo tragico o comico del rispecchiamento. Il teatro senza parola è un mimetismo virtuoso che, come ogni virtuosismo, svigorisce l’autenticità dell’espressione, rendendola impopolare. Il teatro, che è. essenzialmente, presenza e potenza, popolare, ossia, per definizione, analfabeta, non può parlare che per voci e gridi; non può parlare per segni; per segni si parla soltanto in lettere. Ecco perché chi esclude a ragione la letteratura da teatro lo fa ancora più letterario o letterato, più esclusivamente alfabetico e letterale, quando disdegna la parola riducendola alle apparenze e ai suoi apparati spettacolari. Così si fa un teatro mimeticamente camaleontico che del teatro non conserva altro che la vana apparenza nominale: la vuota impressione etimologica, letterale, del nome”.

 

Il cristianesimo

Dopo aver definito la Docta ignorantia, celebre opera del filosofo tedesco Niccolò Cusano (1401-1464), “perfetta dottrina matematica dell’analfabetismo cristiano”, il cattolico “imperdonabile” Bergamín arriva al “fondatore”: “Quando Gesù era fanciullo e come fanciullo analfabeta o analfabeta come un fanciullo (ché analfabeta fu sempre: come fanciullo, come uomo e come Dio), quando era fanciullo Gesù si smarrì e fu trovato nel tempio. Lì insegnava ai dottori della legge, dottori della legge scritta, della lettera legale[13] (gli stessi che poi lo avrebbero crocifisso per questo: poiché era analfabeta); lì insegnò la dottrina spirituale dell’ignoranza, che essi non ascoltarono e non intesero. Perciò, quando poi lo condannarono a morte come analfabeta, lo crocifissero letteralmente, cioè a piè della lettera o delle lettere, collocando sulla sua testa un cartello su cui il letterato Pilato fece scrivere appositamente: Io sono il Re dei Giudei; fece scrivere ciò per mostrare a tutti che avevano preso alla lettera le parole di Cristo e che lo avevano crocifisso prendendolo così, letteralmente. Sotto questo INRI letterale, Cristo rese lo spirito a Dio; <<dando un gran grido>> dice l’apostolo: divinamente e umanamente analfabeta. Lo spirito muore sempre crocifisso a piè della lettera. Ma muore per resuscitare”.

Se questo è vero, anche la nascita di Gesù è occasione di adeguata riflessione: “Nello stesso tempo in cui nasceva miracolosamente Gesù, da una fanciulla vergine e analfabeta, che come analfabeta fu scelta alla divina schiavitù della parola - si faccia in me, disse, secondo la parola: secondo la parola divina e non a piè della lettera – in questo stesso tempo in cui la nascita di Gesù si circondava simbolicamente di cure analfabete: una mangiatoia per culla e un asino e un bue per riscaldarlo con il loro fiato, per farlo crescere calorosamente, sin dalla culla, nell’analfabetismo; in questo stesso tempo Erode, il Re letterale, ansioso di mantenere l’ordine alfabetico del mondo, che è quello che gli corrispondeva, ordinava – con lo stesso logico criterio con cui Pilato avrebbe ordinato dopo la giustificazione letterale della morte di Cristo – la strage degli innocenti: cioè di tutti coloro che erano indiscutibilmente analfabeti; per recidere in boccio, e alla radice, il regno spirituale dell’analfabetismo che gli si preannunciava. Ma la stella non lo volle; e il regno analfabetico, che non è, naturalmente, di questo mondo, come ha detto il suo Re, ma, in modo soprannaturale, dell’altro, si verificò precisamente e in modo incomprensibile o spirituale, analfabeta, per mezzo della parola: perché in un modo incomprensibile una Vergine madre contemplava splendere, come una stella, nelle tenebre analfabete della sua ignoranza, la precisione della verità nel suo grembo”.

L’analfabetismo del “fondatore” si trasmette naturalmente ai suoi discepoli e da essi ai seguaci di ogni tempo e luogo: “La ragione poetica del pensiero dell’uomo è la sua fede[14]. La poesia è sempre degli uomini di fede: mai degli uomini di lettere. Gli apostoli, come uomini di fede per essere analfabeti, diedero alla vita di Cristo la sua perfetta espressione poetica[15]. Paragonate i loro testi, poeticamente puri, con una qualunque delle innumerevoli vite di Gesù Cristo, letterali o letterarie, che si sono scritte dopo: con quella di Rénan, di Strauss o di Papini…o con qualunque altra (eccettuate le visioni extraletterarie e analfabete dei mistici: come quella di Caterina Emmerich[16]),. Queste vite letterali di Cristo sono pagine e pagine di vaga e amena letteratura che non dicono una sola parola di verità; né una parola di verità né di menzogna, perché non sono parole quello che dicono, ma lettere; la parola si può dire soltanto come la dissero gli apostoli e i santi: poeticamente. Non tutti gli analfabeti, per esserlo, devono essere santi, ma tutti i santi, per essere santi, devono essere analfabeti. <<Poiché non ho conosciuto le lettere entrerò nei domini del Signore>>, dice il Salmista.”

 

Conclusione: diritto all’analfabetismo

Il testo che abbiamo voluto presentare, invitandone alla lettura, ha in verità vari passaggi dedicati ad aspetti specifici della cultura spagnola, quali, ad esempio, i nacimientos o Belenes, presepi che si fanno per i bambini a Natale, o il cante hondo, lo stile vocale del flamenco andaluso[17].

Ma se il lettore ci ha seguito fin qui, e soprattutto non esiterà a ricercare la lettura integrale del testo, avrà buon gioco nel far scorrere davanti ai propri occhi (ed orecchie) una gran quantità di cose ed eventi, del passato e del presente, individuali e collettive, materiali ed immateriali, ma tutte intrise di quella “sapienza analfabeta” che non è, anche il lettore più ingenuo lo avrà capito, il non saper né leggere né scrivere, ma una forma di conoscenza simbolica, non retaggio del passato, ma valore disponibile permanente[18], e rivendicabile come un diritto, come esorta ancora Bergamín a conclusione del suo saggio: “L’analfabeta ha i suoi diritti spirituali da difendere contro la denominazione alfabetica di qualunque cultura determinata o indeterminata, più o meno letterale o letterata. Se ora si parla di diritti del fanciullo, come si possono disconoscere i diritti dell’analfabeta, che sono, originariamente, quelli del fanciullo, i più puri interessi spirituali dell’infanzia? I diritti dell’analfabeta sono gli stessi del fanciullo, prolungati spiritualmente nell’uomo: e sono i diritti più sacri, perché rappresentano l’unica libertà sociale indiscutibile: quella dello spirito; quella del linguaggio creativo umano; quella del pensiero immaginativo dell’uomo. L’analfabetismo spirituale e creatore dei popoli è ciò che i popoli hanno di fanciullesco, di perennemente infantile; quindi i popoli hanno diritto all’analfabetismo come i fanciulli, perché, nelle stesse viscere spirituali del loro essere più profondo, sono l’espressione di questa grande e profondissima cultura analfabeta dell’universo […] Perché il vero analfabetismo è la spiritualità generatrice del linguaggio, che è lo spirito creatore di un popolo: la sua poesia e il suo pensiero.”[19]



[1]
Cfr. Giorgio Agamben, José Bergamín, Introduzione a José Bergamín, Decadenza dell’analfabetismo, Rusconi, Milano 1972, pp.7-29. Il volume, oltre al saggio omonimo, di cui ci occupiamo in questa sede, contiene il saggio L’importanza del Demonio e una scelta di aforismi, sotto il titolo, La libellula o cavallino del diavolo.

[2] Ci riferiamo al rabbino e filosofo ebreo Abraham Joshua Heschel, di cui ci siamo occupati in questa rista. Cfr. Antonello Colimberti, Il Sabato e il suo significato per l’uomo moderno. Rilettura di un saggio di Abraham Joshua Heschel, in “Arel” n1/2012, pp. 218-223.

[3] Giorgio Agamben, In questo esilio. Diario italiano 1992-94, in Idem, Mezzi senza fine. Note sulla politica, Bollati Boringhieri, Torino 1996, pag.146. Il passo riportato è estrapolato da un contesto di considerazioni valide, anzi forse ancor di più, se applicate agli anni successivi a quelli considerati dall’autore: “Qui ci interessa solo l’evoluzione che si è compiuta a partire dalla fine degli anni settanta. Poiché è allora che la corruzione completa delle intelligenze ha assunto la forma ipocrita e benpensante che oggi si chiama progressismo […] Si vede oggi a cosa abbia condotto questa strategia. In ogni ambito, la sinistra ha attivamente collaborato a che fossero predisposti gli strumenti e gli accordi che la destra al potere non avrà che da applicare e sviluppare per ottenere senza fatica i suoi scopi. Esattamente allo stesso modo la classe operaia fu disarmata spiritualmente e fisicamente dalla socialdemocrazia tedesca prima di essere consegnata al nazismo. E mentre i cittadini di buona volontà sono chiamati a vigilare in attesa di fantomatici attacchi frontali, la destra è già passata per la breccia che la sinistra stessa aveva aperto nelle sue linee”.

[4] Cristina Campo, Gli imperdonabili, in Idem, Il flauto e il tappeto, Rusconi, Milano 1971, pp. 91-111, ristampato in Idem, Gli imperdonabili, Adelphi, Milano 1987, pp. 73-88.

[5] La lettera-manifesto, con le relative firme, è contenuta nel numero unico, Capodanno 1968, della rivista “Una Voce”.

[6] Assumiamo le due espressioni virgolettate dal bel libro di Silvano Panunzio (1919-2010), altro scrittore cattolico “imperdonabile” (ma di solito definito “tradizionalista”, formulazione ancora una volta inadeguata, perché ambigua), secondo il quale “un forte spirito di rinnovamento nella tradizione- che altro poi non era se non la <<ventata orientale>>, o meglio <<originaria>>, cadmica, di cui parlano i Libri sapienziali e profetici- circolava dal 1944 in poi nel corpo vivo della Cristianità. (Silvano Panunzio, Tra oriente e occidente. Intermediari ecumenici, Introduzione a Idem, Cristianesimo giovanneo. (Luci di ierosofia), Cantagalli, Siena 1989, pag. 23).

[7] Tutte le citazioni sono prese dalla prima edizione italiana: José Bergamín, Decadenza dell’analfabetismo, Rusconi, Milano 1972 (traduzione dallo spagnolo di Lucio D’Arcangelo).

[8] Negli stessi anni in cui scriveva Bergamín, un gesuita francese, Marcel Jousse, dopo aver già scosso gli ambienti intellettuali parigini pubblicando il suo dottorato alla Sorbona (Le Style oral rytmique et mnémotecnique chez les verbo moteurs, Beauchesne, Paris 1925, Nouvelle Édition, Fondation Marcel Jousse, Paris 1981), insegnava contemporaneamente in vari istituti di alta cultura parigini (Sorbona compresa), proponendo la più rigorosa e profonda emersione novecentesca di “saperi assoggettati” (espressione di Michel Foucault, sulle implicazioni pedagogiche del cui pensiero  cfr. Alessandro Mariani, Foucault: per una genealogia dell’educazione. Modello teorico e dispositivi di governo, Liguori, Napoli 2000), esemplarmente identificati nel contadino, nel “primitivo”, e, appunto, nel bambino. Le lezioni del gesuita, tenute e stenografate dalla sua fedele allieva Gabrielle Baron, sono un patrimonio culturale che attende ancora di emergere e, soprattutto, studiato. Valgano per ora i due volumi da noi curati: Marcel Jousse, La sapienza analfabeta del bambino. Introduzione alla mimo pedagogia, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2011, e Marcel Jousse, Il contadino come maestro. Lezioni alla Sorbona, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2012.

[9] Popoli “spontanei”, avrebbe detto Marcel Jousse, con una terminologia che fa tremare gli odierni etnologi “letterati”!

[10] Nel saggio Bergamín non parla del cinema, ma lo nomina come “invenzione mirabilmente analfabeta”.

[11] Si pensi all’odierna fortuna del “modello enciclopedico” nel pensiero e nell’opera del semiologo e scrittore di successo Umberto Eco, ideatore anche dell’enciclopedia elettronica Encyclomedia. Ma sull’inadeguatezza di Eco e i letterati odierni a comprendere i “nuovi paradigmi” ci permettiamo di rinviare al nostro Crisi della scrittura e ritorno dei sensi. Nuovi paradigmi fra antropologia, musica e teatro, in “Arel” n1/2009, pp. 221-227.

[12] Bergamín non ne parla, ma si potrebbe citare anche la musica. Cfr. Jacques Viret, La musica occidentale e la tradizione. Metamorfosi dell’armonia (a cura di Antonello Colimberti), Simmetria, Roma 2012.

[13] Questo legame fra lettera e legge, che Bergamín evidenzia come dimensione antitetica all’orizzonte cristico e poi autenticamente cristiano, si riproporrà con forza al momento di fare i conti con l’esperienza dell’alter Christus (secondo Cristo), Francesco d’Assisi, come ha mostrato definitivamente Giorgio Agamben. Cfr. Giorgio Agamben, Altissima povertà. Regole monastiche e forma di vita, Neri Pozza, Vicenza 2011.

[14] Per una nozione di fede quantomeno comparabile con quella di José Bergamín rinviamo a Giorgio Agamben, Il tempo che resta. Un commento alla Lettera ai Romani, Bollati Boringhieri, Torino 2000, in particolare cfr. la Sesta giornata, pagg. 106-127.

[15] In particolare il Vangelo di Giovanni è definito da Bergamín “Vangelo dell’analfabetismo spirituale più puro”.

[16] All’esempio Bergamíniano di Caterina Emmerich potremmo oggi aggiungere quello della straordinaria mistica italiana Maria Valtorta (1897-1961), autrice di L' Evangelo come mi è stato rivelato, migliaia di pagine, oggi raccolte in dieci volumi, scritte in appena quattro anni, mentre era immobilizzata nel suo letto da un’infermità cronica. I volumi, insieme a vari altri scritti, posso essere consultati sul sito: http://www.scrittivaltorta.altervista.org/index.htm

 

[17] Degno di rilievo l’accostamento di Bergamín: “cante hondo o pleno o plano o llnano come quello della Chiesa analfabeta di Cristo”. Per una nuova inquadramento del cosiddetto “canto gregoriano” in una dimensione etnoantropologica e tradizionale nel contempo si sono dovuti attendere gli ultimi decenni, ed in particolare le interpretazioni di Marcel Pérès e Damien Poisblaud. Per una visione competente e aggiornata del tema si rinvia al recente esauriente studio di Jacques Viret, Le chant grégorien (con CD), Eyrolles, paris 2012.

[18] Confondere  l’autentico “tradizionale” con il “reazionario” o “tradizionalista” è uno dei crimini culturali più grandi che si possa fare, come segnalò già René Guénon quasi settant’anni fa. Cfr. René Guénon, Tradizione e tradizionalismo, capitolo 31 di Idem, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Adelphi, Milano 1982, pp. 205-210.

[19] Ci sembra che tra i pochi ad aver ospitato adeguatamente il pensiero di Bergamín sulle lingue e i popoli ci sia ancora una volta Giorgio Agamben quando declina il “diritto all’analfabetismo” e alla libertà sociale (ma Agamben non userebbe il termine “diritto”) in questi termini: “Se le lingue sono i gerghi che coprono la pura esperienza del linguaggio, così come i popoli sono le maschere, più o meno riuscite, del factum pluralitatis, allora il nostro compito non può essere certo la costruzione di questi gerghi in grammatiche né la ricodificazione dei popoli in identità statuali; al contrario, solo spezzando in un punto qualsiasi la catena esistenza del linguaggio-grammatica (lingua)-popolo-Stato, il pensiero e la prassi saranno all’altezza dei tempi. Le forme di quest’interruzione, in cui il factum del linguaggio e il factum della comunità emergono per un istante alla luce, sono molteplici e variano secondo i tempi e le circostanze: riattivazione di un gergo, trobar clus, pura lingua, pratica minoritaria di una lingua grammaticale…In ogni caso, è chiaro che la posta in gioco non è semplicemente linguistica o letteraria, ma, innanzitutto, politica e filosofica. (Giorgio Agamben, Le lingue e i popoli, in Idem Mezzi senza fine. Note sulla politica, Bollati Boringhieri, 1991, p. 39.

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