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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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No, non vi racconterò una storia d’amore come quelle di Tristano e Isotta o di Romeo e Giulietta, né una di quelle più moderne delle telenovelas e dei giornaletti scandalistici o, peggio ancora, del Grande Fratello, voglio raccontare una storia che mi ha affascinato perché è  la storia di un amore per la conoscenza e la sapienza, che mi ha attratto perché mi sono sentito molto vicino ad uno dei personaggi coinvolti, visto che io nel mio piccolissimo operare ho sempre tentato di salvare dall’oblio le radici metafisiche del nostro passato con i libri e gli articoli che vado pubblicando.

Nel corso delle ricerche sui codici contenenti opere attribuite a Frate Elia ho trovato un manoscritto del XVI secolo, che ora si trova a Madrid (ms 7443), nel quale l’amanuense Mattia Apiario aveva trascritto un commento sulla Tabula smaragdina dell’Hortulanus e aggiungeva di aver compiuto il lavoro per conto e a spese di Johannes Petreius o Petreus[1], tipografo di Norimberga, stilando una lista dei testi manoscritti che costui possedeva, tra cui due opere di Frate Elia, lo Speculum alchimiae e l’Epistola Solis ad Lunam. La data in cui questo lavoro era stato compiuto si leggeva malamente: il 6 di Agosto di un anno indecifrabile. 002 fig1

Il testo diceva: “Scritto a Berna in Svizzera da Mattia Apiario a pagamento e a spese del signore Giovanni Petreo, tipografo di Norimberga, nell’anno ??? il 6 del mese di agosto, il quale dice di possedere i seguenti libri… lo Speculum Alchemiae di Frate Elia dell’Ordine dei Minori, l’Epistola solis ad lunam dello stesso”. La lista di manoscritti che seguiva non aveva a mio avviso nessuna ragion d’essere in un trattato di Alchimia, per cui la stranezza mi aveva colpito.

A distanza di mesi nelle mie ricerche di manoscritti ed incunaboli alchemici ho trovato un incunabolo considerato come la prima raccolta di testi alchemici a stampa, l’Alchemiae Gebri arabis, stampato in due edizioni nel 1541 e nel 1545 proprio dal tipografo Johannes Petreus che avevo trovato citato nel manoscritto di Madrid. E qui due sorprese: nella seconda edizione alla fine del trattato dell’Hortulanus sulla Tabula smaragdina era stata stampata la stessa frase di Matteo Apiario presente nel codice con la data 1545  FIG. 2 (il che chiariva i numeri illegibili del manoscritto).

002 fig2

Ma ciò che era più interessante era l’ultima pagina del libro, identica a quella della più antica edizione del 1541 e che riporto in originale FIG. 3: Johannes Petreus scrive allo “studioso lettore” che acquisterà il suo libro di inviargli, se ne possiede, testi di Alchimia in modo da poterli stampare e diffonderli, restituendo al possessore l’originale insieme ad una copia in omaggio del libro che pubblicherà.

002 fig3

Così il testo: “Studioso lettore, …poiché gli esemplari di testi alchemici in parte sono corrotti per antichità o cattiva conservazione, in parte sono viziati dall’ignoranza dei librai… chiedo che chi possiede qualcuno di essi in latino o in tedesco cortesemente me li voglia far avere, in modo che, riuniti molti esemplari, quelli più corretti possano pervenire nelle mani degli studiosi. E chi lo farà avrà non solo i ringraziamenti di coloro che aspirano a [studiare] questa arte ma, dopo che li avrò pubblicati in un certo numero di esemplari, ne riceverà uno da me come dono insieme al proprio originale intatto. Ho presso di me questi testi, di cui quelli in ottime condizioni sono segnalati con un asterisco”, e segue una lista che è la stessa scritta da Matteo Apiario nel codice di Madrid.

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Lo stemma con cui Petreius chiude l’edizione del 1545 Fig. 4 dà una chiara immagine del suo pensiero: un orso assalito dalle api si arrampica per raggiungere il miele della Sapienza su di un pino, alle cui radici si trova un libro aperto, per significare che la conoscenza richiede un lavoro arduo e pericoloso ma che alla base di essa vi è inevitabilmente il testo scritto, il libro che si deve studiare per imparare e che solo dopo va abbandonato alla base dell’Axis Mundi che porta alla Sapienza. Non diversamente dicevano gli alchimisti che una volta pervenuti al compimento della prima Operazione si doveva andare al di là della conoscenza intellettuale, come ad esempio scrive Frate Elia nel suo Speculum alchimiae[2] riportando un detto ben conosciuto tra i seguaci della Via: dealbate Latonem[3] et libros rumpite ne corda vestra rumpantur.

Credo che Petreus ci abbia dato una testimonianza chiara del suo amore per la conoscenza ed insieme per il documento scritto: affinchè i testi alchemici copiati fino allora a mano non vadano perduti, l’unico modo per salvarli e diffonderli è trasformarli in libri a stampa, che possono raggiungere un numero maggiore di “studiosi lettori”, con un risparmio dei costi di produzione, alti per un manoscritto, e al tempo stesso con la possibilità di riprodurli in un numero maggiore di copie. È grazie a persone “innamorate” dell’Alchimia come Petreus che una così grande mole di materiale è riuscito a giungere a noi, anche se molto è certamente andato perduto.

 

 

 

 


[1] Curiosamente lo stesso cognome del generale americano comandante le truppe in Afghanistan!

[2] Ms Lat. VI 283 della Biblioteca Marciana di Venezia c. 152v.

[3] “Latone”è il nome dato al primo prodotto dell’Opera (si veda GALIANO Frate Elia e lo Speculum alchimiae, ed, Simmetria Roma 2016).

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