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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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L’ipogeo di via Livenza a Roma costituisce un esempio di come la sacralità di un luogo di culto persista attraverso i secoli, cambiando nella sua forma esteriore eppure mantenendo intatta la sua valenza: lo speco sotterraneo, scavato alla profondità di nove metri sotto l’attuale livello stradale, era probabilmente un sito antico di venerazione delle Acque sotterranee la cui storia è difficile da  ricostruire come le fasi della sua costruzione, ma che dal tempo della Roma dei Gentili si è trasmesso immutato alla Roma cristiana.

Scoperto casualmente nel 1923 in occasione dello scavo delle fondamenta di un palazzo in via Livenza l’ipogeo costituisce uno dei misteri della Roma sotterranea, situato all’interno della vasta area sepolcrale che si colloca ai lati della via Salaria vetus, corrispondente all’incirca all’attuale via di Porta Pinciana – via Paisiello. La Salaria vetus era uno dei più antichi tragitti di transumanza dall’area della Sabina fino ai prati della costa tirrenica ma il suo più importante utilizzo, donde il nome, era per il trasporto del sale dalle saline di Ostia all’interno delle regioni appenniniche, dove era necessario sia per le mandrie che per la conservazione dei cibi. La rete viaria con le sue varianti così come è possibile oggi ricostruirla rimase pressoché intatta dai tempi arcaici fino all’età imperiale[1].

Il sepolcreto della Salaria è vasto e antichissimo, in quanto le prime tombe (a inumazione e ad incinerazione) risalgono almeno all’Età del Bronzo Finale, e andò progressivamente espandendosi in particolare durante l’età imperiale, per cui non è infrequente il recupero di materiali provenienti da tombe di età più antica in tombe recenti o anche il riutilizzo delle tombe stesse, ampliate e rimodellate con la creazione di arcosolii ed altre strutture. Le costruzioni finora reperite sono alcune domus, più numerose a partire dal II sec. a.C., e sepolture, da semplici tombe con copertura a cappuccina ad elaborati mausolei ed ipogei, a volte ornati di statue, dipinti e mosaici.

 

SILVANO E LE ACQUE

Traccia di un culto dedicato a Silvano si trova in una lapide opistografa trovata in superficie nella zona soprastante l’ipogeo, con una dedica[2] del I sec. d.C. al Dio Silvano su di un lato e sull’altra epigrafe funeraria[3] del III sec. d.C., il che ha fatto ipotizzare l’esistenza nelle prossimità di un tempio o di un sacello andato perduto[4]. Questo richiede una breve digressione su Silvano e le sue funzioni, che possiamo ricostruire attraverso una lettura dei testi epigrafici che lo citano.

Silvano costituisce una delle divinità romane meno conosciute: a differenza di Fauno, del quale è considerato una “variante”, Silvano non è solo il Dio delle selve ma anche dei campi coltivati, che protegge a somiglianza del Mars dei suovetaurilia (Orazio Epod II, 2), ed ha ulteriori “qualità” rispetto a Fauno. Viene anche detto coelestis[5] e rappresentato con un cipresso in mano (Virgilio Georg I, 1) o con rami di pino[6], donde l’appellativo di dendrophorus[7], e con la falce[8], come Saturno, ha come suoi animali il cane e il gallo[9], ambedue aventi carattere ctonico; alla periferia dell’Impero si trovano insolite formule dedicatorie ai “tre Silvani”[10]. In un’epigrafe ritrovata sulla via Ostiense Silvano è associato a Diana, il bassorilievo mostra il primo con falce e ramo di albero in mano e un lupo ai suoi piedi e la seconda che estrae la freccia dalla faretra ed un cane accanto[11].

Livio (Hist II, 7) e Plutarco (Publicola IX) ne attestano la capacità profetica nell’episodio della guerra tra i Romani condotti da Valerio Publicola e l’esercito di Etruschi e Veienti guidati da Tarquinio, quando una voce dalla selva, attribuita a Silvano, predisse la vittoria di Roma; per questo è chiamato anche castrensis[12] e invictus [13]. Egli ha però anche aspetti negativi: ad esempio disturba le donne incinte e i fanciulli, per cui di notte tre divinità, Intercidonia armata di scure, Picumno con il pestello e Deverra con la scopa, sono preposte a proteggerli da Silvano[14].

Almeno a partire dalla prima età imperiale Silvano presenta collegamenti sia con aree cimiteriali, sia con le acque, come si può desumere da alcune testimonianze epigrafiche: è chiamato salutaris[15], probabilmente per il suo rapporto con le acque in cui si trova associato a Diana e ad altre divinità[16], e in due iscrizioni del I sec. d.C. provenienti dalle Aquae Apollinares novae di Vicarello presso il lago di Bolsena[17] il Dio è associato ad Apollo medico, alle Ninfe e ad Asclepio. Anche presso le terme delle Aquae Iasae (ora Varaždinske Toplice in Croazia) si trovano iscrizioni votive del I e II sec. d.C. dedicate a Silvano e alle Ninfe[18]. In un caso[19] è origine di un singolare divieto, come si legge in una lapide proveniente dalla XIV Regio Transtiberim ritrovata presso la chiesa di san Crisogono: imperio Silvani | ni qua mulier velit | in piscina virili | descendere, si minus | ipsa de se queretur, | hoc enim signum | sanctum est.

L’accostamento di Silvano con aree sepolcrali si ritrova anche in altre località di Roma, come sembra di poter affermare sulla base di un’iscrizione ritrovata nell’area di Centocelle[20], forse in connessione con un Collegium Silvani, che secondo le autrici che ne riportano notizia era costituito da gladiatori per assicurare la sepoltura dei membri del sodalizio .

Il duplice rapporto di Silvano con le acque e con le aree sepolcrali potrebbe essere correlato alle particolari caratteristiche dell’ipogeo di via Livenza, che in tal caso ne confermerebbe l’interpretazione come luogo di culto di una fonte sacra (sotterranea?) creato nell’àmbito di un cimitero.

 

Quello di Silvano potrebbe essere l’unico culto presente nell’area, considerato che lungo il tratto iniziale della Salaria non si è trovata traccia di santuari di particolare importanza[21], né vi è memoria di rituali di rilievo lungo questa via, a differenza di quanto è stato riscontrato per altre vie che partivano da Roma, per le quali è attestata la presenza di luoghi sacri o di cerimonie arcaiche che andavano a costituire un cerchio religioso e magico che circondava l’Urbe alla distanza tra una e sei miglia dal suo pomerium, cerchio costituito da punti sacri di riferimento risalenti alla prima età regia o ancora precedenti con i quali si delimitava l’ager romanus antiquus, l’antico territorio dei pagi protourbani situati intorno alla futura città e poi della Roma di età monarchica[22].  

 

DESCRIZIONE DELL’IPOGEO

L’ipogeo di via Livenza[23] non costituisce un reperto unico nell’area cimiteriale della Salaria, perché già in precedenza ne erano stati ritrovati altri, nel 1898 a via Mincio[24] e nel 1907 tra via Po e via Tevere[25], ed altri vennero riportati alla luce nei decenni successivi, ma esso si presenta davvero singolare per forma e dimensioni: la forma, ricostruita attraverso saggi di scavo (ma non certa perché le costruzioni nuove soprastanti ne hanno impedito lo scavo integrale) è simile a quella di un circo romano perfettamente orientato con asse maggiore nord-sud, costituito da un ovale allungato di circa 21 x 7 m, con le due estremità più brevi l’una piana a sud e l’altra curvilinea a nord; le mura sono conservate fino ad un’altezza di 7,5 m.

L’ipogeo era stato realizzato all’altezza di un bivio che si diparte dalla via Salaria in direzione dell’odierna via di Porta Pinciana. Ad esso si accede per una scala, manufatto originale nelle ultime due rampe, con accesso all’aula corrispondente all’estremità piana: da qui due gradoni a salire di larghezza pari a quella dell’ipogeo portavano all’ambiente principale, ma ora il passaggio è chiuso dal muro di sostegno dell’edificio soprastante, come chiuse sono due porte poste ad est della parete di fondo; una terza porta si trova ad ovest, perfettamente rivestita in mattoni sui lati, la quale però finisce contro la parete tufacea nella quale è stata scavata, come le due feritoie sovrastanti, ben costruite ma di nessuna utilità, tanto da dare l’impressione di trovarsi di fronte alla falsa-porta presente nelle mastabe egizie fin dalle prime Dinastie. Sul soffitto nell’angolo ad ovest si apre un lucernario che giunge all’altezza del livello originario.

La sala nella parte oggi visibile ha una struttura complessa, divisa circa a metà da un arco e con al centro una vasca di cui diremo più oltre: nella parete nord, situata sotto le scale di accesso e separata dall’arco dall’altra metà della sala, è aperta una nicchia decorata con quadrati dipinti imitanti il marmo numidico giallo con venature rossastre, ai lati della quale sono dipinte sullo sfondo di un paesaggio boscoso due immagini di una divinità femminile, comunemente identificata come Diana, a sinistra come cacciatrice (dietro alla quale si vede una struttura che potrebbe essere la cornice di una porta), con l’arco in una mano e l’altra mano ritratta mentre sta estraendo una freccia dalla faretra, accompagnata da due cervi che sembrano in fuga, e a destra appoggiata ad un’asta nell’atto di accarezzare la testa di un capriolo; la prima ha dimensioni maggiori avendo avuto il pittore un più ampio spazio a disposizione. La semicupola della nicchia è adornata con grande kantharos centrale disegnato a somiglianza di una fontana su vasca quadrata per la raccolta dell’acqua, sul cui bordo sono posati due uccelli, mentre altri due sono per terra ai lati del vaso.

Così commenta il Paribeni le figure: “Gettata giù alla brava con rapide pennellate, un po' sovrabbondante di toni rossi nelle vesti e nelle carni, fa l'impressione di una certa volgarità. Più interessanti forse che le figure mi pare che siano le impressioni paesistiche, rese con disinvolta bravura e con non comune spigliatezza, a macchie, con una tecnica larga da scenografo”.

Sulla base dell’arco che divide l’aula si trovano due decorazioni eguali: “la figura di un disco di porfido [all’interno di quella di destra sembra di riconoscere la figura di un amorino], contornato da una fascia di marmo bianco, la quale reca tutt'intorno un motivo a onde, pure in finto porfido” (Paribeni), cioè il motivo “a riccioli” simboleggiante l’acqua e adoperato già nella ceramica antica. Tra l’arco e la parete di fondo il dipinto prosegue verso l’angolo est (l’altro angolo non è visibile per la posizione obbligata in cui si deve porre l’osservatore) con il disegno di un disco simile su fondo di colore giallo-arancio, separato da una cornice (in marmo?) dallo zoccolo, che reca un semplice motivo a cassettone.

Sullo zoccolo della parete ovest dal piede dell’arco verso la metà sud dell’aula si vede un altro gruppo di dipinti: sono raffigurati “amorini in varie pose: un Amorino nudo, seduto su uno scoglio, col corpo alquanto proteso in avanti, in atto di pescare con la lenza, un Amorino, ritto in piedi su uno scoglio e col braccio destro levato, una barca con tre Amorini, due seduti, uno in piedi” (Paribeni).

Sopra questi dipinti si trovano resti di una ricca opera a mosaico fatta di tessere vitree di cui rimangono solo i piedi di un uomo in ginocchio e quelli di un secondo personaggio, di maggiori dimensioni, in posizione eretta davanti ad una roccia da cui sgorga acqua. Si è voluto vedere nella raffigurazione il miracolo di Mosè o di San Pietro, altri hanno pensato a Mithra, ma l’orlo della tunica che indossa il personaggio più grande escluderebbe l’ipotesi in quanto Mithra è sempre raffigurato con i pantaloni frigi e un corto mantello.

Davanti alla parete dipinta si trova una vasca di forma rettangolare non molto ampia (2,90 x 1,70 m) ma notevolmente profonda (2,50 m), con un foro di emissione dell’acqua e un secondo di scarico che manteneva il livello intorno a 1,40 m; è presente nell’angolo sinistro una saracinesca per lo svuotamento rapido della vasca attraverso un cunicolo alto 1,90 m scavato nella roccia tufacea. L’accesso alla vasca non è possibile, in quanto la scala formata da quattro gradini inizia a 1,15 m dall’orlo ed inoltre la vasca è separata dalla sala da una transenna in marmo fissa, divisa in due da un cippo riutilizzato appartenente ad un soldato della Legio I Adiutrix alia, per cui il suo impiego rimane oscuro. Il piano della vasca è formato da lastroni riutilizzati, uno dei quali porta nel bollo il monogramma costantiniano; il primo gradino di accesso è costituito da due lapidi sepolcrali, l’una  di un pretoriano della cohors X Terenti e l’altra, risalente al 150-200[26], che commemora tre pretoriani della centuria Piseni cohors IX (altre lapidi di pretoriani appartenenti alla stessa o altre unità sono state trovate nell’area del sepolcreto salario).

Nella terra di scavo si rinvennero alcune monete, di cui le uniche leggibili erano attribuibili agli Imperatori Graziano (367-383) e Maurizio Tiberio[27] (582-602), il che fa pensare che il luogo rimase in uso almeno fino all’inizio del VII secolo.

 

POSSIBILI INTERPRETAZIONI

Le conclusioni non possono essere attendibili e definitive, in quanto i dati disponibili sono solamente quelli raccolti dal Paribeni e purtroppo non sono stati eseguiti ulteriori scavi, ed inoltre alcuni elementi architettonici dell’ipogeo rendono difficile anche la comprensione del suo utilizzo.

Per quando riguarda la datazione possiamo ritenere che esso sia stato abbandonato in una data successiva all’inizio del VII scolo, considerato il ritrovamento della moneta di Maurizio Imperatore, e se fosse stato un luogo di culto gentile (e non come si ipotizza da alcuni riutilizzato come battistero cristiano) esso forse fu chiuso violentemente come tanti altri luoghi di culto e in particolare i mitrei, vista la presenza di statue femminili spezzate trovate sulle scale di accesso, definite dal Paribeni come “statue sepolcrali di donne romane”, ma che, data l’assenza di iscrizioni, potrebbero anche essere sacerdotesse o divinità imprecisate.

Per quanto concerne invece la data della sua costruzione per molte caratteristiche l’ipogeo come oggi si presenta dovrebbe essere stato costruito nella seconda metà del IV secolo: l’opera muraria in opus vittatum, la presenza di lapidi funerarie riutilizzate, indice di un dissacramento del precedente sepolcreto anche in rapporto allo scioglimento del corpo dei Pretoriani da parte di Costantino, il bollo di una delle lastre pavimentali della vasca con il cosiddetto monogramma costantiniano[28] e infine il mosaico, in pasta vitrea e non in tessere di marmo, riportano a questa datazione.

Ma i particolari strutturali dell’ipogeo nel suo insieme forse raccontano una storia diversa.

Alcuni elementi architettonici richiamano l’attenzione per la loro irregolarità nell’insieme del complesso: se si prende come asse centrale della sala la perpendicolare che va dalla nicchia della parete nord all’arco che la separa dall’aula fino alla parete di fondo si nota subito il mancato allineamento dell’abside e del dipinto della parete nord con l’aula e la vasca, che risultano chiaramente spostati verso destra rispetto all’asse.

La pittura nell’angolo di destra della parete nord termina con una curvatura quasi verticalizzata a differenza di quella dell’angolo opposto: questo potrebbe far pensare ad un taglio della parete per mezzo di un muro, il che determina la minore altezza della figura dipinta su questo lato rispetto alla controlaterale, con costruzione, o ricostruzione, dell’arco di divisione con altra ampiezza (esso infatti almeno sul lato destro è in parte fabbricato con mattoni e opus cementicium, e la volta soprastante sembra anch’essa costruita in cementizio e non scavata). A sua volta la vasca è in asse con l’arco e l’aula ma non con il centro della parete nord, segnato dall’absidiola: altresì apparentemente essa risulta inutilizzabile così come è stata trovata dal Paribeni, in quanto resa inaccessibile dalle transenne marmoree e con i gradini che partono da 1,15 m dall’orlo.

Curiosa in ogni caso l’anomala disposizione dell’abside e dei dipinti della parete nord rispetto al resto dell’aula se questi fossero contemporanei a tutta la struttura, il che potrebbe rapportarsi ad un “qualcosa” che si troverebbe dietro la parete, a somiglianza di quanto si vede nella Nicchia dei Pallii della basilica di San Pietro, la quale presenta uno spostamento dall’asse centrale per combaciare con la tomba dell’Apostolo che si trova dietro il muro.

Ultimo dato da rilevare è la disparità di fattura tra i dipinti della parete nord e il mosaico: i primi sono abbastanza rozzi ed elementari, come scrive il Paribeni nella citazione sopra riportata, pur con un loro fascino che potremmo definire “impressionistico”, il mosaico è invece un’opera raffinata per esecuzione e materiale adoperato, piccole tessere di pasta vitrea, il che indica due date distinte per la loro esecuzione.

Questo può suggerire il susseguirsi di differenti fasi nella vita del complesso che possiamo così ipotizzare:

-        una “prima fase” più antica (ma impossibile dire a quale data risalga), in cui l’ipogeo consisteva nella sala con la nicchia della parete nord, nicchia atta a contenere una statua di dimensioni quasi al naturale data la sua altezza 1,80 m, e forse una prima vasca di raccolta dell’acqua avente come uscita il cunicolo scavato nella roccia: in questa fase il luogo è identificabile come un tempio sotterraneo, forse in rapporto con la funzione cimiteriale della zona e connesso alla sacralità delle acque, forse con significato purificatorio. Non possiamo dire se si trattasse di una sorgente sotterranea considerata sacra o di acqua addotta dall’esterno dell’aula, perché il foro di immissione che sporge sotto l’absidiola non è stato esplorato;

-         ad una “seconda fase” apparterrebbero i dipinti delle due Diane: questa fase avrebbe comportato una ricostruzione di tutto l’ambiente con l’ampliamento a forma di circo romano, la ristrutturazione della parete nord e l’edificazione dell’arco che riduce la larghezza della parete nord e la divide dal rimanente della sala, arco che risulta non scavato nel tufo ma costruito in mattoni almeno nella sua parte di destra. In questa fase, ancora di appartenenza alla religione gentile, il luogo potrebbe essere stato dedicato a una divinità femminile, forse una “Diana delle acque”[29] (visto il legame tra Diana, solo tardivamente identificata con la Luna, e le acque[30]); forse risale a questa fase l’attuale vasca pavimentale, fuori asse rispetto all’absidiola originale, lo scavo dei due annessi ad est e un iniziale ampliamento anche ad ovest, mai portato a termine. Questa ipotesi sembra confortata dalla minore dimensione della figura di destra, se essa è stata dipinta quando già la parete era stata ridotta dalla costruzione dell’arco.

-        infine una “terza fase” di cristianizzazione del luogo forse come battistero, considerato il soggetto del mosaico, Mosè o Pietro, di stretta pertinenza cristiana di contro alle due figure della divinità cacciatrice. A questa fase apparterrebbero la ripavimentazione della vasca con la lastra col simbolo costantiniano, il riutilizzo delle lapidi sepolcrali e il successivo divieto di accesso alla vasca con le transenne fisse.

Rimane il mistero della vasca: il suo asse corrisponde a quello della sala e dell’arco che la divide in due e quindi sembra appartenere a quella che abbiamo chiamato “seconda fase”, ma i gradini che vi scendono iniziano ad oltre un metro dalla pavimentazione attuale, rendendone impossibile l’utilizzo. Le tubazioni di adduzione e di deflusso dell’acqua e la saracinesca per lo svuotamento rapido sono indice di un reale utilizzo di essa, che era stata progettata con la profondità che ora vediamo: dobbiamo supporre che vi siano altri gradini nascosti sotto l’attuale pavimento dell’aula e che siano stati obliterati quando l’uso rituale della vasca venne sospeso durante o alla fine della “terza fase”? Si tratta solo di un’ipotesi, in quanto non sono stati effettuati saggi sotto la pavimentazione della sala o sulla parete dei gradini, però sarebbe l’unica spiegazione possibile per un manufatto altrimenti incomprensibile.

In ogni caso, il transennamento della vasca potrebbe significare che essa era tenuta come locus religiose septus e potrebbe essere interpretato in due modi: o in relazione alla “seconda fase”, in cui la camera ipogea della “prima fase” era divenuta un luogo di alta sacralità fondato su di un culto che aveva nella nicchia e nella statua che probabilmente era contenuta in essa il suo centro, oppure potrebbe risalire alla fine della “terza fase”, come ricordo della presenza dell’apostolo Pietro nell’ipogeo, come suggeriva a suo tempo il Wilpert, ritenendo che in esso dovesse riconoscersi la località ad nymphas sancti Petri, località oggi riconosciuta proprio nella zona della via Salaria ma presso il cimitero di Priscilla[31]. L’ipotesi di Wilpert però farebbe retrodatare la prima fase dell’ipogeo ai primi decenni del I secolo, considerando la data della morte di Pietro sotto Nerone.

Se il luogo fosse stato davvero riusato dai cristiani,  il pavimento antistante la vasca potrebbe essere stato innalzato nell’ultima fase in modo da chiudere l’accesso ad essa, considerato l’alto significato di memoria sancta, se davvero in quel luogo aveva battezzato Pietro: le due versioni che vogliono il battistero ad nymphas sulla Salaria o sulla Nomentana risalgono ambedue al VI secolo, segno dell’incertezza già a quell’epoca di coloro che hanno scritto sull’argomento, e sembrano significare la definitiva cessazione dell’utilizzo del luogo e la perdita della memoria di esso in un periodo corrispondente alla datazione, inizio VII secolo, della moneta dell’Imperatore Maurizio ritrovata negli scavi.

 

In conclusione, se fosse valida la nostra ipotesi delle tre fasi dovremmo pensare ad un ipogeo costituito da una piccola sala ed una nicchia con la statua di un Dio o una Dèa a noi sconosciuti (in rapporto con Silvano?) avente i caratteri di un luogo di purificazione per mezzo dell’acqua, successivamente ampliato e dedicato ad una “Diana delle acque” e in terzo tempo riadattato a battistero cristiano.

Al di là di possibili interpretazioni, comunque necessitanti di una più ampia campagna di scavo per chiarire i numerosi punti controversi, ciò che va rilevato è l’importanza di un luogo che con il passare dei secoli ha mantenuto intatta la sua sacralità come “luogo delle acque”, forse prolungando nel tempo un rituale arcaico che ora sfugge alla nostra conoscenza.


[1] CUPITÓ e CARANDINI Il territorio tra la via Salaria, l’Aniene e il Tevere, ed. L’erma di Bretschneider, Roma 2007  pp. 179 ss.

[2]Sancto Silbano [sic] donum ex viso fecerûn̂t Grae(---) Primusm(iles) c(o)h(o)r(tis) XI urb(anae) et Matucius Catullinus.

[3]L(ucius) Selius Spinther Ampliatae piissimae fecit et sibi.

[4] CUPITÓ e CARANDINI p. 94.

[5] C.I.L. VI 1 n° 638.

[6] C.I.L. VI 1 n° 640.

[7] C.I.L. VI 1 n° 641.

[8] DESSAU Inscriptiones latinae, Berlino 1892 vol. II Parte I n° 3566.

[9] DESSAU Inscriptiones latinae cit. vol. II Parte I n° 3556, 3378. C.I.L. VI 1 n° 640.

[10] DESSAU Inscriptiones latinae cit. vol. II Parte I n° 3572 (da Carnuntum, oggi Petroneil in Austria), 3573 (da Aquincum, ora presso Budapest), 3575 (da Vindobonae, attuale Vienna).

[11] C.I.L. VI 1 n° 658.

[12] DESSAU Inscriptiones latinae cit. vol. II Parte I3554 i(epigrafe ritrovata sull’Aventino).

[13] DESSAU Inscriptiones latinae cit. vol. II Parte I3562 (da Lanchester, UK).

[14] VARRONE citato da AGOSTINO De civ Dei VI, 9; THURSTON PECK Harpers Dictionary of Classical Antiquities, Harper and Brothers ed., New York 1898 s. v.

[15] DESSAU Inscriptiones latinae cit. vol. II Parte I n° 3554: donum dedit in templo sancti Silvani salutaris (dall’Aventino, anno 113).

[16] DESSAU Inscriptiones latinae cit. vol. I n° 2181 e vol. II Parte I 3536.

[17] BUONOPANE e PETRACCIA Termalismo e divinità, In Cura, preghiera e benessere. Le stazioni curative termominerali nell’Italia romana, a cura di Annibaletto, Bassani, Ghedini, Padova, 2014, pp. 217-245.

[18] The Princeton encyclopedia of classical sites, Princeton University Press 1976.

[19] DESSAU Inscriptiones latinae  cit. vol. II Parte I n° 3520. C.I.L. VI 1 n° 579.

[20] CENTOCELLE I (a cura di P. Gioia e R. Volpe), Rubbettino ed., Roma 2004.

[21] Nel sito di Antemnae, alla confluenza dell’Aniene con il Tevere, dove sorgeva la città preromana che Romolo conquistò, si sono trovati i resti di un santuario risalente almeno ad età alto-repubblicana, tra cui un torso di statua attribuibile a Minerva (CUPITÓ e CARANDINI p. 180).

[22] Questo “cerchio magico-rituale” era così costituito: tempio di Mars al I miglio sulla via Appia; sacrificio a Terminus sulla via Laurentina al VI miglio (luogo forse coincidente con l’oppidum del Bronzo Finale dell’Acqua Acetosa Laurentina); tempio di Minerva al I miglio della via Latina, collaterale dell’Appia (il tempio sembra essere collegato ad una necropoli del VI secolo a.C.); rito di Fortuna Muliebris al IV miglio della via Latina; tempio di Fors Fortuna al I miglio della via Campana (costruito da Servio Tullio); rito degli Ambarvalia condotato dagli Arvales al V miglio della via Campana (o dell’Appia secondo STRABONE Geo V, 3, che lo localizza presso la località di Festi, nota anche come Fossae Cluiliae, ove si accampò l’esercito degli Albani condotto dall’ultimo Re di Alba, Caio Cluilio, dove avvenne lo scontro tra Orazi e Curiazi - vedi SMITH e WAYTE Dictionary); rito all’altare sotterraneo di Dis Pater al Terentum tra la riva del Tevere e corso Vittorio Emanuele sulla via Triumphalis; sacrificio a Robigus al V miglio della via Claudia (corrispondente all’inizio della via Flaminia odierna); lucus e fonte di Anna Perenna sulla via Flaminia nell’attuale piazza Euclide (ritrovato nel 2000, con un ricco reperto di ex voto e tracce di rituali magici); tempio di Hercules sulla via Tiburtina (presso la chiesa di S. Lorenzo fuori le mura); sacello o altare di Spes Vetus al I miglio della via Prenestina (citato dagli Autori latini in relazione all’episodio di Orazio Coclite).

[23] Descritto dal PARIBENI in Notizie degli scavi 1923 pp. 380 ss., da cui sono riportate le citazioni.

[24] Notizie degli scavi 1897 p. 252: piccolo ipogeo a 8 m dal piano stradale.

[25] Notizie degli scavi 1907 p. 12, 92 e 118.

[26] Année Épigraphique AE 1924, 107.

[27] Maurizio Tiberio fu Imperatore d’Oriente, nato in Cappadocia da una famiglia romana, fu dapprima Magister militum sotto Tiberio II e sconfisse i Persiani nel 580, divenuto Imperatore fu deposto e assassinato dall’usurpatore Foca. È venerato il 28 Novembre come santo dalla Chiesa Ortodossa greca come San Maurizio Imperatore.

[28] In realtà il “monogramma costantiniano” si ritrova in tombe cristiane della Palestina fin dal II secolo, come osserva padre E. Testa nel suo cospicuo saggio sul simbolismo giudeocristiano.

[29] Nel 1898 le Notizie degli scavi p. 238-240 descrivono un pozzo votivo trovato ad Arezzo nei pressi della cattedrale, al cui fondo vennero trovati i crani di un vitello e di un cervo molto probabilmente come sacrificio di dedicazione a quella che l’autore chiama Diana fluvialis.

[30] Si veda di GALIANO e VIGNA Diana e Apollo – la Selva e l’Urbe, ed. Simmetria Roma 2015.

[31] Si veda Catholic Encyclopedia sub voce. Una diversa localizzazione è contenuta nella leggenda dei martiri Papia e Mauro (Acta SS. Jan. II, p. 7), da cui risulta l'esistenza di un Cymiterium ad nymphas sulla via Nomentana: “Quorum Corpora collegit noctu Iohannes Presbyter et sepelivit in via Numentana, sub die quarto calendarum februariarum, ad Nymphas B. Petri, ubi baptizabat”.

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