1010 kobayashiEsistono delle persone su cui cade l’oblio, perché nella loro vita possono aver sbagliato qualcosa. Eppure, mentre spesso non si perdona l’errore, nello stesso tempo si dimentica la grandezza.
Per questo, dopo tanti anni dalla sua scomparsa ho pensato di ricordare, in questo sito dedicato alla tradizione, una di queste persone particolari: Hideo Kobayashi. Sarò lieto di integrare queste poche notizie basate sui miei ricordi personali, con quelle di altre di persone che lo hanno conosciuto meglio di me e che vorranno correggermi o perfezionare quel poco che ho scritto.

Ho incontrato per la prima volta Kobayashi nel 1984 presso l’ ARK (Accademia Romana di Kyudo) fondata tre anni prima da quell’essere straordinario che fu Placido Procesi.
Le lezioni, d’arco, di spada e di kendo si svolgevano ancora alla Fiamma Yamato di Roma e, per me, era la prima volta che, dopo aver seguito dei kata di kendo e kyudo, ero riuscito anche ad assistere ad una piccola dimostrazione di iaido (l’arte di estrazione della spada) insieme ad alcuni allievi della scuola di Procesi. E rimasi folgorato.
Pur avendo visto tanti filmati, ma pochissime lezioni dal vivo di spada giapponese, non avevo mai visto un guerriero... che sembrasse una farfalla.
Nulla di femminile: ma solo levità, leggerezza, eleganza. Eleganza micidiale però.
In seguito iniziai a praticare tiro con l’arco, che proseguii per alcuni anni nell’ARK e studiai anche un po’ di spada insieme ad Hideo. Lasciai la spada quasi subito (anche se mi piaceva moltissimo) e proseguii per diversi anni con l’arco. Hideo assisteva tutti con attenzione, pur non avendo mai conseguito “dan” elevati. Studiava insieme a noi ma con una competenza “genetica” dell’arte marziale che praticava, dovuta sicuramente alla sua nascita e all’ambiente in cui era vissuto. Insegnava a preoccuparsi dei dettagli, della preparazione al tiro più che del tiro stesso, in quella interminabile serie di movimenti, di respiri e di inchini che precedono il momento del lancio della prima freccia (spero che tutti abbiano letto Herrigel- lo zen e il tiro con l’arco). Con lui imparai a preparare decentemente la corda, a coprirla di essenze resinose e profumate, a curare dei dettagli formali che all’inizio mi sembravano quasi maniacali e solo dopo molto tempo ne compresi la poesia e l’eleganza.
Mentre tiravo la mia prima freccia venne dietro alle mie spalle e interruppe il mio disperato tentativo di concentrazione: “Paura, Claudio?”. Io mi domandai di cosa avrei mai dovuto aver paura. In effetti lui aveva visto la paura che io non vedevo. Gli risposi solo dopo aver piantato la mia freccia sul makiwara. Mentre gli stavo per chiedere “ma di cosa avrei dovuto aver paura”, interruppi la mia frase, gli dissi semplicemente “grazie” e mi inchinai verso di lui. Avevo capito e gli ero grato. Hideo mi diede un lieve colpo di mano dietro la spalla e si inchinò leggermente sorridendo.
Kobayashi era scherzoso, simpatico, ironico e riusciva ad essere sempre molto preciso. Forse non nel modo in cui un occidentale si aspetta la precisione, ma a me piaceva molto il suo apparente disordine ed anche la sua ironia: ci ritrovavo qualcosa di... romano che non credevo possibile in un orientale. Forse perché seguiva la via del tayso, una tecnica dedicata al movimento e alla cura del corpo e dell’anima, attraverso varie forme di shatsu, di movimento guidato in una fisioterapia che definirei “olistica” di cui fu caposcuola, se non sbaglio, Itsuo Tsuda.
Era molto conosciuto nella “Roma bene” ed anche Federico Fellini e molti suoi amici, lo andavano a trovare in via Belisario, dove abitava, per farsi rimettere in ordine ossa e muscoli e riprendersi dallo “stress”, malattia tutta occidentale. Kobayashi era anche scultore e pittore e (ma questo lo scoprii pochi anni prima della sua morte) suonava molto bene il flauto giapponese. Alla ricerca di se stesso Kobayashi negli anni 60 aveva lasciato in Giappone, la sua famiglia e suo figlio. Non ne so le ragioni ma so che lui soffriva moltissimo questo allontanamento. Un giorno il figlio arrivò in Italia e si trattenne a parlare con lui per diversi giorni.
Il giorno dopo la partenza del figlio Hideo, dopo aver scritto un haiku (in tre versi) su questo incontro e sul tè che avevano bevuto insieme, fece seppuku.
Tutti ricordano il seppuku di Mishima, eroico, mediatico, ritualmente perfetto.
Ma nessuno ricorda il seppuku di Hideo. Eppure si lavò ritualmente, si preparò con il giusto abito, assunse la postura in ginocchio e poi, con un coltello affilato (non con il wakizashi, forse per un estremo atto di umiltà e d’orgoglio), si tagliò l’addome secondo la liturgia prevista per questo atto estremo (dal basso in alto ed eseguendo un “7” verso l’ombelico). In tal modo secondo la tradizione, l’anima del samurai vola pura verso il cielo. Dopo di che si tagliò anche la gola.
Forse non tutti si rendono conto di quanto coraggio e quanta sopportazione del dolore ci vuole per compiere da soli questa successione.
Kobayasci lo fece in bagno, dopo aver coperto tutto il pavimento di giornali, per non sporcare il pavimento del padrone di casa. Lo hanno trovato in questo modo, il giorno dopo, ancora in ginocchio, in posizione ritualmente perfetta.
Non credo che qualcuno abbia mai saputo le ragioni complete di un suicidio di questo genere, l’unico che sia mai avvenuto a Roma. Ma mi sento obbligato, con commozione, come feci 20 anni or sono, ad inchinarmi di fronte all’anima di questo ammirevole poeta guerriero: sensei ni rei !

Commenti  

# Dalmazio Frau 2017-01-23 06:13
"hana wa sakuragi, hito wa bushi"
# Dalmazio Frau 2017-01-23 06:32
Una nota a margine necessaria: Dal momento che il sottoscritto ha fatto il "bushi de no'antri" sino all'età di 25 anni, tra Akido Shishintoitsu (l'Aikido vero non le versioni edulcorate ), o iaiDo e KenDo ( poco quest'ultimo perché allora era pieno di arroganti che si credevano superuomini dietro il Men, la maschera e poi di fuori si ca...vano sotto al primo sguardo ), con alcuni tra i migliori Maestri in giro come Toei, Maruyama e Yoshigasaki, premesso ciò dunque per dire tutto il mio Amore per quel mondo che ho volutamente abbandonato per ri-trovare il mio, quello delle vie Marziali Occidentali, appunto per ricordare che la nostra vecchia cara devastata Italia e tutta l'Europa non ha nulla di meno nè di inferiore al BuDo anzi, forse... il contrario... ma non lo si vuole proprio né capire né ammettere e continuiamo a vedere più verde l'erba di Yamato.
# Claudio Lanzi 2017-01-23 11:38
Traduco la tua citazione in quanto non tutti conoscono il giapponese (e, salvo poche frasi fatte, manco io, in verità):
"tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini, il guerriero"

Riguardo alle arti marziali europee siamo perfettamente d'accordo. E' la stessa ragione per cui molti fanno "modernamente" yoga e pochi conoscono il pitagorismo e le tecniche arcaiche di ascesi e meditazione occidentali.
Ma ormai...chi se ne frega.
Io ricordo Hydeo con affetto: un guerriero orientale prestato al nostro occidente forse per ricordarci quello che come giustamente dici tu, noi abbiamo scientemente dimenticato.

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