1016 Manduria1bNel mese di marzo del 2017 sono andato in Puglia, per fare una conferenza dal mio amico Pierpaolo de Giorgi presso il Conservatorio S. Anna di Lecce. E il giorno successivo mi sono trasferito a Manduria, dove ho incontrato un Fabbro, un fabbro vero; anzi un fabbro arcaico.

Si chiama Antonio Mazza, detto Uccio; figlio di fabbri e nipote di fabbri, immerso nella sua incredibile grotta-cattedrale dove, per decine d’anni, ha addestrato i suoi allievi, ha forgiato e piegato metalli, ha arredato le chiese e i palazzi nobili di Manduria. Ora lavora assai meno ma conversa con i notabili del paese. Vanno a parlare con lui il professore di lettere, quello di filosofia, il notaio, il barista, ma anche tutti gli artigiani del luogo. Sembra di essere meravigliosamente  tornati in pieno medioevo.

Si siedono sulle vecchie sedie in legno e guardano la gente passare, il mondo affaccendarsi, la vita e la morte alternarsi intorno a loro. Prendono il sole parlano di niente e di tutto. Antichi come le mura che li proteggono.

Per chi non lo sapesse, ricordo che Manduria è la città delle Mura Messapiche, costruzioni megalitiche straordinarie. All’interno del parco archeologico delimitato da tali mura esiste l’incredibile e…pressoché sconosciuta fonte di Plinio: una enorme caverna semicircolare, in parte naturale e in parte scavata dall’uomo. Un lucus sotterraneo, dedicato al culto da tempi immemorabili.

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Sui fabbri, sui nani, sul processo di estrazione e successiva purificazione dei metalli è stato detto di tutto. Il fascino della scoperta delle vene metallifere o dei particolari aggregati che nascondono le pietre ha sempre affascinato alchimisti veri e soffiatori d’ogni tipo.

Come noto il processo di trasmutazione della materia si presta ad una interpretazione sia spirituale che materiale e tra i sostenitori della spagiria (meramente chimica) e quelli di un’alchimia spirituale, soprattutto a partire dal rinascimento, quello dei Papi alchimisti come Paolo III  Farnese, è sempre esistita una certa rivalità.

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Già l’idea di entrare in una miniera oscura e di cercare, al flebile raggio di una candela o di una torcia, le magiche sostanze che la terra conserva e preserva è una esperienza emozionante.

Avere poi la possibilità di lavorare sui metalli, sciogliendoli, liberandoli (per così dire) dalle terre che li avvolgono, ridurli in vene lucenti e poi vederli coagulare nei crogioli assumendo mille colorazioni diverse è una esperienza esaltante che, nella antichità era riservata alla magica categoria dei Fabbri, gli eredi del grande e claudicante Efesto, dipinto a volte come sgraziato e ridicolo ma in realtà sposo stesso della Natura, compagno di Venere. Insomma uno che con l’elemento femminile…ci sapeva fare.

1016 Manduria4Sempre li, nelle miniere, si trovano anche i Nani della mitologia nordica, intenti a scalpellare ed estrarre dall’abbraccio delle terre amorfe lo splendore dei lucenti cristalli, magari per farne dono alla ermetica Biancaneve.

Come si vede, ce ne è abbastanza per protrarre nei millenni il mito e il mistero che avvolge la categoria dei Fabbri, dei forgiatori di spade, di corone, di scudi e di magiche armature, spesso impreziosite dai gioielli multicolori provenienti, anch’essi dalle profondità della terra.

La fucina, il forno, le coppelle, il crogiuolo, la forgia della grotta del fabbro contengono perciò tutti quegli strumenti (o quasi tutti) che, trasferiti nel laboratorio alchemico, esalteranno la figura dell’alchimista. Basta infatti aggiungere delle sostanze di natura vegetale o animale e delle formule attraverso le quali la voce e il gesto imprimono alla materia i comandi del mago… ed il gioco è fatto.

1016 Manduria5Insomma, detto così sembra facile! ma come sanno tutti coloro che si sono interessati un pochino di metallurgia e di lavorazione delle pietre…, non è affatto così.

Infatti i metalli volgari, le pietre volgari, l’oro volgare, il fuoco di carboni, ecc., contraddistinguono il lavoro dei soffiatori mentre i metalli puri, le pietre squadrate e lavorate, l’oro alchemico, il mercurio androgine, ecc, contraddistinguono il lavoro degli alchimisti: e si tratta di cose assai diverse anche se il linguaggio può apparentemente sembrare simile.

La fucina di Uccio è un posto particolare. E’ al centro della città e di fronte alla chiesa di S. Francesco. Le volte altissime della sua grotta-cattedrale sono molto antiche, a coda di rondine, secondo un principio costruttivo medievale che incrocia il romanico con il gotico. Niente affatto semplici da realizzare.

1016 Manduria6Entrare nella sua fucina è già una esperienza strana. L’ingresso è grande ma non ci sono finestre; solo una piccola porta sul fondo di un ambiente lungo almeno 15 metri, che da' su un cortile pieno di attrezzi. Anche l’interno stracolmo di strumenti per la lavorazione dei metalli: alcuni risalgono a fine ‘800; altri relativamente moderni (anche se non c’è nulla che abbia meno di 60 anni).

Ovviamente abbiamo iniziato a parlare della antica lavorazione dei metalli, della trasmissione “corporativa” dei segreti del forno, della fucina e della forgia che avveniva spesso attraverso un lungo apprendistato familiare. E ne consegue che abbiamo anche parlato della particolartità iniziatica del mestiere del fabbro e della mancanza di nuovi apprendisti.


1016 Manduria7Per prima cosa Uccio mi ha orgogliosamente mostrato un chiavistello multiplo, realizzato da suo nonno. Un oggetto in ferro con molte chiavi. Ogni chiave consente di sbloccare un meccanismo che a sua volta ne abilita un altro. E già questo introduce (e chi vuol capire capisca) al rapporto di segretezza e al rebus che apre, anzi che rivela il sigillum. Si tratta di un piccolo capolavoro di meccanica, grezzo all’apparenza, geniale nella realizzazione. E poi ce ne siamo andati alla forgia.

Uccio ha preso due microscopici pezzi di legno e ha acceso un fuoco inizialmente assai flebile. Gli ho chiesto di aiutarlo con il mantice meccanico, azionato da una manopola che va fatta girare in modo costante e regolare, in modo da garantire il giusto soffio e un vero e proprio ...fuoco di ruota.

1016 Manduria8E il giusto soffio garantisce il mantenimento del giusto regime del fuoco. In pratica il fuoco vive…di vita propria, quasi senza carboni e, alla fine, la fiamma sembra alimentarsi da sola, sprigionandosi misteriosamente e con grande forza dalle ceneri, sempre le stesse, che giacciono da decine d’anni, sul piano della forgia.

Ecco, questa cosa non l’avevo mai notata. La fiamma cambiava colore e diventava da rossa a bianca e poi viceversa e assumeva colori diversissimi, senza apparentemente aggiungere nulla al combustibile iniziale.

Dopo un po’ Uccio prende una vecchia lima di ferro arrugginita e mi dice:

Ora voglio farle un piccolo regalo, e nel contempo le faccio vedere come si passa dal ferro all’acciaio secondo la tempera di una volta

1016 Manduria9A questo punto prende la lima e la posa (con le mani) sopra la piccola fiammella. In brevissimo tempo il metallo diventa color rosso, poi giallo e poi bianco accecante. Uccio la estrae dalla forgia e la tiene saldamente con le pinze; controlla attentamente il pezzo, lo poggia sull’incudine ed inizia a martellarlo con un ritmo preciso. La lima cambia colore, subisce una serie di colpi potenti e perfetti e, in tal modo cambia anche forma. Ogni colpo è di una precisione millimetrica. Ad un certo punto una parte del ferro inizia a virare dal rosso, al verde scuro, al violetto, al blu.

"Ecco, questo è il momento giusto; è un problema di secondi", dice Uccio che non stacca gli occhi dal suo pezzo di ferro incandescente- La lima viene immersa, anzi sommersa velocemente in pochissima acqua ed estratta. Altre venti martellate e la lima è diventata uno scalpello di acciaio durissimo.

Tempera forte, dice il fabbro, ma sono possibili altri tipi di tempera, più dolce, ad esempio con olio

Con olio?” dico io perplesso.


Lui mi guarda e io annuisco: il ferro è un metallo vivo che, dopo esser stato liberato dalle scorie della miniera e dopo esser stato lavorato con l’incudine e il martello può seguire tante strade diverse e il concetto stesso di tempera può prestarsi a paralleli straordinari con il perfezionamento dell’anima.

La parte più interessante della forgiatura del ferro è però l’attesa del giusto colore per la sommersione e la tempera. Il colore in effetti può variare moltissimo ed esistono dei segreti relativi alle sostanze di proiezione da gettare sul metallo o sul ferro.

Uccio mi parla di polvere di tufo ma non aggiunge altro e poi sogghignando mi rivela il segreto fuoco del padre. Egli aggiungeva alla fiamma dei gusci di cozze. Si cozze. Ma non vi sforzate di ragionare sulla chimica del processo. Il processo è segreto e mica si può dire a tutti!.

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Anche le spade hanno un’anima e vanno temperate e battute all’infinito. Non so se il nonno di Uccio le temperasse con le cozze…; glie lo domanderò qualora dovessi tornare dalle sue parti.

Ma ovviamente anche la percussione col martello ha tanti significati.

Ci ricorda non solo Vulcano ma soprattutto Pitagora che trasse dai suoni delle incudini nelle fucine dei fabbri la sua teoria musicale. Infatti il mio amico Uccio iniza a farmi ascoltare il suono del martello più leggero (insomma, si fa per dire:10 Kg) in confronto a quello pesante (20 kg). A seconda di dove il martello colpisce il pezzo da lavorare il suono cambia, così come cambia in funzione della parte dell’incudine che lo sostiene. E poiché i due martelli in genere si alternano (uno è usato dall’apprendista e l’altro dal maestro) ne viene fuori una poliritmia assai simile a quella della pizzica salentina.

Mi spiega Uccio che gli apprendisti venivano qualificati in funzione della loro abilità a mantenere perfetto il ritmo durante le lavorazioni e a colpire con precisione il ferro nel punto con il giusto colore. Da tale ritmo e dalla precisione del colpo dipendeva la qualità del lavoro.

Due colpi leggeri, uno forte poi due forti e due lievi che si alternano vorticosamente. Una magia che si aggiunge alla forma e al colore del metallo che cambia, anzi danza, al suono dei metalli.

A questo punto il mio nuovo amico Uccio prende un altro pezzo di metallo piatto, una lamiera assai malridotta.

Disegna col gesso una figura, poi prende questo metallo (non temperato) e inizia a ritagliarlo a colpi di scalpello). La lamiera prende forma. È una foglia di edera. Uccio la salda velocemente ad un chiodo e mi regala l’oggetto che vedete in figura.

Tempo totale del processo: 10 minuti.

Ha costruito l’oggetto d’arte e lo strumento per creare l’oggetto.

Gli ho stretto la mano con forza e ho sentito il vigore arcano delle arti e dei mestieri: secoli di affascinante storia corporativa, di scuole di metallurgia e di musica nelle botteghe dove il fabbro apre ancora la porta di chi vuol visitare “interiora terrae”. A proposito di musica: Antonio Mazza, detto Uccio, è uno straordinario tenore lirico. Da rifletterci no?

 

 

 

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