Cerca nel sito

poliedro home2

 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

Login (per commenti o acquisti)

Registrazione Newsletter

 

1024 1 AnxurIn occasione della visita effettuata il 29 Maggio 2017 su tempio di Venere o Feronia o Giove Anxur a Terracina, riproponiamo un aggiornamento dell’articolo del 2008 corredandolo di nuove immagini e commenti e collegandolo all’articolo di Paolo Galiano su Terracina e il culto di Feronia.

Terracina ha origini antichissime; molti la vogliono fondata dai Volsci, intorno allo sperone estremo dei Monti Ausonii, in vista del promontorio del Circeo, delle Paludi Pontine, della Piana di Fondi e della punta del Golfo di Gaeta. Un posto straordinario, che, nelle giornate limpide, consente di scorgere bene allorizzonte Procida, Ponza, e, a volte, Capri, Ischia e anche la cima del Vesuvio.

Nella fig 1 possiamo vedere uno spettacolare tramonto sulla cima del Circeo, visto dal litorale di Fondi. In primo piano è il monte S. Angelo con il tempio cosiddetto di “Giove Anxur” sulla cima e, sullo sfondo il Circeo.

Roma conquistò Terracina dopo la guerra con i Volsci, nel 406 a.C. ma solo nel 312 fu raggiunta anche dalla Via Appia, che consentì leffettiva osmosi dei culti romani con quelli locali, anche in un territorio relativamente ostile e difficile da attraversare. Fu in seguito Traiano a modificare lassetto del territorio perfezionando il “taglio” della roccia, attraverso il “pisco montano” sotto Monte SantAngelo. Forse al medesimo imperatore è attribuibile il rifacimento del porto. Ci vollero molti anni perché le bonifiche dei territori, iniziate con la repubblica e proseguite più volte durante limpero, rendessero la zona meno insidiosa e soggetta alla malaria. Lintera pianura sottostante la valle di Fondi come quella che si estende dal Circeo a Latina, anche per lenorme impegno richiesto dalla manutenzione dei canali di drenaggio, restarono comunque sempre malsane, fino ai primi anni del fascismo quando, con un opera di drenaggio realmente gigantesca, migliaia di ettari di palude vennero definitivamente trasformati in terreno agricolo.

Ma il colossale santuario, in cima al cosiddetto Monte di Giove (attualmente, Monte S. Angelo), ha origini che si perdono nella preistoria del basso Lazio, e precede sicuramente la conquista romana e forse anche lespansione dei Volsci. Dei ritrovamenti in prossimità dellarea sacra fanno presupporre che, già 12000 anni or sono (o forse anche migliaia di anni prima), i cacciatori del paleolitico avessero un riferimento rituale in quel luogo, forse connesso al particolarissimo antro oracolare intorno al quale, nellarco dei millenni, vennero costruite successive strutture religiose partendo da delle tracce dimponenti mura megalitiche difficilmente databili.

La ristrutturazione dei vecchi templi avvenne verso la fine del II sec. A.C congiuntamente a quella dei grandi santuari della Fortuna Primigenia di Palestrina, di Ercole Vincitore a Tivoli, di Giunone a Gabi e, probabilmente, anche a quella di quel centro (ormai distrutto e sommerso dalle antenne radio e dai ripetitori TV) che trovasi sulla cima del Monte Cavo, al quale facevano riferimento tutte le genti laziali, forse da molto prima della fondazione ufficiale di Roma.

 

L’attribuzione e la dedicazione del tempio terracinese a Giove Anxur (o Iuppiter puer) è tuttora controversa ma, agli inizi del secolo XX, parteciparono alle ipotesi sulla dedica e alla valorizzazione del sito, molti archeologi fra i quali lo stesso Giacomo Boni (il grande archeologo del Palatino), insieme ad un ottimo studioso del posto (assai meno famoso ma non per questo meno meritevole) che fu Pio Capponi, fondatore del museo Civico di Terracina.

Il nome di Anxur viene soprattutto da alcune parole di Virgilio che, nel VII libro dell’Eneide parla delle popolazioni che vennero in soccorso a Turno contro Enea. Fra questi c’erano “quis Iuppiter Anxurus arvis/ praesidet et viridi gaudens Feronia luco” Nel commento di Servio appare la spiegazione delle parole di Virgilio, che afferma come nelle campagne terracinesi si celebrassero i culti di Giove Fanciullo e di Giunone Vergine, che prende anche il nome di Feronia (a questo proposito vedi anche la nostra visita al Lucus Feroniae).

Che Anxurus derivi dal greco “privo di rasoio”, cioè imberbe o che sia una corruzione di origine volsca, non cambia molto.

Il fatto porta comunque a supporre un culto di origine antichissima e l’associazione di Giove a una Giunone vergine fa pensare ad una Saturnia Tellus, dove le divinità primordiali (e Feronia è una di queste) erano ancora assai collegate ai culti agricoli, e precedevano di gran lunga l’osmosi con i nomi di divinità greche.

Il  ritrovamento di un’area oracolare e di una serie di steli votive dedicate a Venere ha fatto ulteriormente supporre che l’attribuzione a Giove non fosse necessariamente corretta o completa, oppure che il sito fosse stato successivamente “abitato” da divinità maschili e femminili, come spesso accaduto ai centri oracolari di tutto il Mediterraneo, a partire da quello di Delfi.

Le mura che circondano il tempio, con delle torri disposte a distanza regolare, sono state attribuite a Silla ma qualcuno le retrodata al III sec. A.C., quali baluardi contro l’esercito di Annibale durante la seconda guerra punica. In seguito, su tali mura, si sono innestate fortificazioni d’epoca medievale (interne ed esterne all’area del tempio vero e proprio).

Quello che noi definiamo come “tempio” è una struttura presumibilmente articolata su tre livelli.

La terrazza intermedia mostra le fondamenta di una edicola, completamente disassata rispetto all’orientamento di tutta la struttura rivolta a Sud-Ovest mentre il grande tempio, di cui restano soltanto le fondamenta e le arcate di sostegno, è rivolto a Sud come chiaramente visibile nella nostra approssimativa planimetria di fig. 2 dove abbiamo indicato e numerato le principali strutture su cui ci siamo soffermati.

 Facciamo notare che la parte rivolta a est guarda direttamente verso il Vesuvio e verso il golfo di Gaeta, mentre quella rivolta ad ovest punta sul Circeo, sulla cui cima trovansi appunto quei resti di mura megalitiche, che, al pari di quelle visibili anche sulle fondamenta di Giove Anxur, restano generalmente sottaciute dall’archeologia ufficiale, in quanto, come già detto, costringerebbero forse a retrodatare la “civilizzazione” di determinati siti, di diverse migliaia d’anni.

 Sulla parte Ovest del monte esiste una struttura che sembra una copia in piccolo di quella che sorge sul grande criptoportico, chiamata attualmente piccolo tempio. Nella fig. 3 tale piccolo tempio viene mostrato dal basso. Questo giustificherebbe l’esistenza di due realtà cultuali completamente differenti e quelle del piccolo tempio, assai precedenti alle seconde; le arcate del piccolo tempio hanno sostenuto, con il sopraggiungere del cristianesimo, anche il monastero di cui sono riconoscibili pochissime tracce.

 

Sono stati fatti molti tentativi di attribuire una dedicazione alla parte arcaica. Vi sono stati trovati residui di pittura, definiti genericamente di tipo “pompeiano”, letteralmente massacrati dall’incuria e dal vandalismo dei “turisti” desiderosi di lasciare firme e insulsi messaggi d’amore.

 

Anche gli affreschi più recenti di una comunità cristiana, precedente il 1000 e dedicata a San Michele (da cui proviene il nome di Monte S.Angelo) sono ridotti a poco più che ombre sulle pareti (una ventina di anni or sono erano ancora ben visibili). Le sovrastrutture medievali di questa sezione, realtive a successive fortificazioni da parte dei vari signori del posto, si sovrappongono a quelle latine che restano comunque individuabili dalla esecuzione caratteristica in opus incertum o reticolatum. 

Noi abbiamo più volte avanzato l’ipotesi che, oltre ad avere una ovvia funzione rituale, l’area del piccolo tempio, rivolta ad ovest, potesse essere riservata alle abitazioni degli agli addetti al culto. Ma sarebbe forse necessaria un’opera di scavo più approfondita nella parte retrostante il convento.

E’ invece quasi certo che lo sperone di roccia di fig 4 (contrassegnato nella planimetria dal numero 5) circondato da un piccolo recinto, proteggesse con un’edicola, un foro parlante, e che tale foro fosse il “punto d’ascolto” dei vaticini provenienti dall’antro oracolare.

Ci siamo a lungo soffermati su tale sito, sia cercando di comprenderne l’orientamento stellare come le relazioni con gli altri luoghi della costa laziale.  In fig 5 viene individuato esattamente tale foro, posto sulla sommità dello sperone e purtroppo ormai ostruito, a partire da poche decine di centimetri di profondità. L’emozione di trovarsi sulla bocca dell’antico oracolo è ugualmente straordinaria ma l’amarezza per lo stato con cui tale struttura viene conservata è altrettanto forte.  

Ora, per scendere su un piano eminentemente tecnico, noi riteniamo che lescursione termica tra linterno della montagna e lesterno assolato, provocasse una costante e forzata circolazione daria che, in certi momenti, poteva rendere lintero sito “parlante” non solo attraverso il sacerdote (o forse la sacerdotessa) vaticinante, ma anche attraverso i suoni del vento incanalato con violenza fra le rocce e soffiato fuori attraverso questa piccola fessura.

 

Il foro sulla roccia entrava probabilmente in comunicazione con i penetrali misteriosi della montagna sacra e con lingresso allantro oracolare (nella planimetria tale ingresso è contrassegnato dal numero 6). Di tale antro sono rimasti alcuni gradini e una grotta che avanza per pochi metri; più oltre è completamente ostruita come si può parzialmente vedere dalla fig  6  E presumibile che, nel passato, si entrasse nel ventre della montagna per molte decine o forse centinaia di metri.

 

C’è da osservare che un sistema di “comunicazione” del tempio con le viscere della terra trovasi anche in altri siti sacri d’area laziale (ad esempio su monte Cavo che noi abbiamo avuto, a suo tempo, la fortuna di visitare) e ripete quel rapporto misterioso fra tempio visibile e “caverna cosmica” che poi sarà ripreso nelle cattedrali romaniche e gotiche con la cura per le “cripte”.

Nel tempio di Giove Anxur tale antro si trova più o meno a due terzi della lunghezza dell’impressionante criptoportico (fig 7) e quasi in asse con il sovrastante “foro” da cui uscivano i misteriosi vaticini. Il criptoportico ha un’acustica straordinaria, oggi parzialmente perduta in seguito alle due aperture del lato est e del lato ovest, mai ripristinate. 

C’è da dire che, assai prima dei tempi di costruzione della galleria che attualmente ha “profanato” Monte S, Angelo, si era a conoscenza di una grande grotta sotterranea, piena di stalattiti e stalagmiti (effettivamente scoperta e subito…asfaltata e cementificata, durante i lavori di costruzione della strada) che ospitava un piccolo lago termale: e non è affatto detto che questo, nell’antichità, non fosse accessibile dall’alto del tempio e costituisse un luogo addetto alle lustrazioni sacrificali così come mostrato dal nostro schizzo di fig 8.

 

Un parziale “excursus” speleologico era ancora possibile fino ad una trentina di anni or sono, passando attraverso una cavità situata tra il monte di Giove e il “pisco” montano (ma già allora non era praticabile al di la di un centinaio di metri, a causa delle frane dovute sicuramente ai pesanti bombardamenti subiti dalla montagna durante lo sbarco alleato del 1943).

L’insieme fa presupporre una tiplice ritualità che comportasse una salita al monte, una pausa dedicata alle offerte sacrificali e al culto esterno, che si svolgeva sul grande spazio antistante il grande tempio e infine, forse, un culto ctonio, riservato ad una gerarchia più ristretta o iniziatica. Forse tale culto non era poi così lontano da quello che in Grecia celebrava i misteri Eleusini, ma la caratteristica di avere un’intera, grandiosa, zona lustrale al disotto della montagna tempio (una specie di immenso geode vivente e intatto), è una peculiarità propria di Giove Anxur in quanto non ci risultano esempi analoghi.


Tale aspetto, ovviamente, non ha più alcuna documentazione valida a supporto ma, a nostro avviso, ha qualche base per costituire una ipotesi accettabile, anche se il ….massacro operato dalla cementificazione e dalla duplice galleria, avendo coperto e distrutto ogni traccia del lago, ha reso indimostrabile l’assunto che evidenzierebbe un certo tipo di funzionalità della Montagna sacra.

Il ritrovamento di moltissimi piccoli oggetti votivi (vasellame, oggetti, mobili, realizzati per lo più in piombo) gettati in una apposita fossa sulla cima del tempio, ricorda quei tipi di crepundia, tipici delle offerte delle bambine durante i riti di passaggio alla pubertà, perciò non è da escludere che questo aspetto ctonio fosse propriamente collegato alla richiesta di benevolenza della madre Terra.

 

Restano delle foto del lago sotterraneo, fortunatamente prese durante i lavori, che al momento non abbiamo rintracciato ma che ci ripromettiamo di pubblicare. Un po’ poco… ma meglio di niente.

Sulla cima del tempio, in prossimità di un ulteriore sperone di roccia (fig9), è stato individuato il cosiddetto auguraculum, sede sia di avvistamenti ed auspici come di probabili riti di “seppellimento” dei fulmini (pratica forse importata dalla limitrofa Etruria). Una caratteristica del Monte di Giove è sempre stata infatti, a memoria dei terracinesi, quella di attirare una incredibile quantità di fulmini.

Nell’auguraculum vive un pluricentenario albero di carrubo, che torce le sue radici fra le rocce e i residui del recinto augurale. Da tale punto è possibile godere di una vista mozzafiato che si perde dal golfo di Gaeta, alla punta del Circeo, alla retrostante area lacustre di Fondi. La fortuna di esserci stati in un giorno privo d’assalti turistici ci ha consentito di apprezzarla in pieno. (Fig 10).

Teniamo infine presente che sia la montagna, come la stessa città di Terracina, sono state bombardate a tappeto dagli americani durante l’ultima guerra e che buona parte del lato est era pieno di grotte intercomunicanti e di accessi alla parte interna, sottostante il tempio (anche se non al lago).

 Segnaliamo infine che, parte delle acque termali provenienti dal Monte, sgorgano tuttora da due sorgenti. La prima orrendamente sommersa tra i piloni della uscita dell’autostrada dalla galleria, la seconda arriva fino al mare, con un lieve odore sulfureo (in prossimità dell’”Ostricaro”, all’inizio della Via Flacca). 

A tali acque si attribuisce da sempre un valore terapeutico sul corpo e sull’anima: residuo forse di una sacralità ormai dimenticata ma sul non inquinamento delle stesse non siamo pronti a giurare.

C.L

Link ad Articolo di Paolo Galiano su Giove Anxur e la Dea Feronia

Fai il LOGIN o REGISTRATI per inserire commenti