Terracina sorge di un’esigua terra pianeggiante sulle rive del mare, tra il Monte S Angelo che la protegge a sud e le paludi pontine a nord: fondata dai Volsci con il nome di Anxur probabilmente intorno al V sec. a. C. e poi conquistata dai Romani che la chiamarono Tarracina,  ebbe più volte ricostruzioni del tessuto urbano e dei suoi templi nel corso dei secoli fino all’età medievale, per cui, ciò che maggiormente ci interessa, i santuari che costituiscono il complesso del Monte S. Angelo nella forma che oggi vediamo risalgono tra la fine del II e l’inizio del I sec. a. C. ma sono certamente il rifacimento di costruzioni molto più antiche, come confermano alcune strutture ancora visibili.

Il complesso è costituito da due templi di età differente: il cosiddetto “tempio maggiore”, che si credeva dedicato a Juppiter Anxurus (il cui tempio è stato invece identificato con ogni probabilità sull’acropoli della città nel giardino dell’attuale convento di San Francesco[1]) ed oggi invece ritenuto aedes di Venus Obsequens, collegato alla conquista da parte di Silla della città nelle lotte contro Mario, e il “tempio minore”, più antico, dedicato a Feronia. La distinzione tra i due templi è evidente nella loro posizione rispetto alla città: il più antico tempio di Feronia ha asse principale nord-est/sud-ovest ed è rivolto verso di essa, così come le altre strutture più antiche quali il cosiddetto auguraculum, mentre quello di Venere, spostato sull’asse nord/sud, si affaccia sul porto e, trovandosi più in alto, non è quasi visibile da Terracina.

1025 PiantaUna precisazione è necessaria: Venus Obsequens non è, come traduce semplicisticamente la Boccali[2], la “Venere obbediente” “che si inserisce perfettamente in un campo ideologico tanto femminile quanto servile, la divinità dellobbedienza in tutti i suoi aspetti”, ma la “Venere favorevole” ai suoi seguaci, quale fu Silla, che così propiziano il dono della sua grazia divina in quanto Dèa della Vittoria[3].

Poiché la struttura dei santuari è stata già descritta accuratamente nell’articolo di Claudio Lanzi pubblicato su questo sito in occasione di una delle precedenti visite nel 2008, che riportiamo in seguito aggiornandolo con nuove immagini, qui approfondiremo invece il significato della Dèa Feronia, la divinità protettrice di Terracina, tanto che la città era situata tra due santuari, l’uno posto a sud, cioè il tempio minore di Monte S. Angelo, e l’altro a nord sulla Punta di Leano, oggi completamente scomparso ma del quale restano evidenze letterarie.

Complesso il significato di questa Dèa preromana[4] e di origine latina, sabina o meglio volsca, popolazione originaria del nord della Sabina prima di spostarsi verso il sud del Lazio dove fondò le grandi città delle mura ciclopiche.

Feronia è adorata oltre che a Terracina anche in altre zone del Lazio, in primo luogo nel lucus Feroniae ai piedi del Soratte, ma era anche venerata dai Piceni e dagli Umbri[5] ed aveva altri luoghi di culto ad Amiternum nel delubrum Feroniae e forse presso la Fonte Ferogna di Narni[6]. A Roma, era celebrata alle Eidus di Novembre, dove era associata a Juppiter, cui sempre erano riferite le Eidus, e alla Fortuna Primigenia del Capitolium nella ricorrenza del dies natalis del suo tempio nel Campo Marzio.

Anche se il suo culto privilegia luoghi lontani dai centri abitati preferendo zone selvagge, Feronia non è una divinità della selva, come Diana, ma si situa nel punto di passaggio tra il colto e l’incolto, dove inizia l’azione ordinatrice dell’uomo sul caos della boscaglia. Come scrive Dumézil[7]: “Feronia tutela ‘la na­tura’, le forze ancora selvagge del mondo dell’incolto, ma per metterle al servizio degli uomini, della loro alimentazione, della loro salute[8], della loro fecondità”.

L’etimologia di Feronia viene riportata da Dumézil a ferus, cioè non cul­tus, agrestis, il che rende possibile l’interpretazione di Feronia come analoga femminile del vedico Rudra (affine al latino rudis, sinonimo di ferus), il Dio “della boscaglia e della giungla, sempre pericolosa e inso­stituibilmente utile, ‘signore degli animali’ e, grazie alle sue erbe, gua­ritore… protettore non degli schiavi liberati [come Feronia] ma dei fuo­rilegge[9].

Carandini collega invece Feronia a far, il farro[10], sottoli­neando un carattere agricolo che però la Dèa non possiede come sua prin­cipale funzione, essendo non il “luogo” delle messi ma la “causa” di esse, differenza che bene spiega Ovidio parlando di Tellus e di Ceres: “Hanno Ceres e Tellus comune ufficio, / perché questa è causa delle messi, la se­conda il luogo[11].

Una terza ipotesi etimologica potrebbe collegare Feronia a feralis e ai Fe­ralia e quindi al mondo ctonico, e questa ipotesi trova i suoi indizi a Praeneste, dove la Dèa potrebbe essere addirittura precedente la stessa Fortuna Primigenia[12]: vi sono infatti elementi per una sua possibile identificazione con Juno  (uno dei nomi di Juno è Juno Feronia, come si legge in un’iscrizione proveniente dal territorio di Verona[13], dove erano numerosi i cittadini prenestini emigrati), alla quale è dedicato un altare trovato a Praeneste fuori della Porta del Sole come Juno Palostica o Palosticaria, aggettivazione che potrebbe tradursi con “Juno che sta presso la palude”[14]. Questo metterebbe in rapporto una Juno-Feronia prenestina con l’ambiente della palude, che ha sempre avuto connotati inferi e che ben si adatta a Feronia, la quale nel Corpus glossariorum[15] è detta Dea agrorum sive inferorum.

La sua “qualità” più importante è nell’essere madre di Dèi e di eroi fondatori di città: a Terracina è la madre di Juppiter, e per questo lo Juppiter Anxurus è raffigurato come un giovane imberbe, e a Praeneste del Re fondatore della città Erulo/Erilo[16]. Questo crea una complessa rete di analogie con altre divinità del mondo latino e romano: in quanto madre di Juppiter può essere accostata a Fortuna Primigenia di Praeneste, madre della coppia Juppiter-Juno, e alla Greca Rhea madre di Zeus, ma in quanto protettrice dei campi coltivati (dalla connessione tra gli Antenati sepolti nella terra e i frutti che da questa nascono si origina il suo aspetto “agricolo”) a Ops, la Dèa dell’abbondanza, e poiché è Dèa agrorum anche a Fauna[17].

Ma Feronia ha anche un’altra valenza: è la divinità a cui si rivolgono gli schiavi che divengono cittadini liberi con l’atto legale detto manomissio, che era spesso seguito da una cerimonia che si teneva a Roma nel tempio di Feronia, dove il liberto vestiva la toga del cittadino romano e poneva sul capo rasato un pileus, da cui l’espressione “servos ad pileum vocare” per significare la liberazione di uno schiavo[18]. Feronia segna il passaggio dallo stato selvatico a quello civile, poiché lo schiavo non era considerato un essere umano ma una “cosa”: nella tenuta agricola lo schiavo altro non è che un “instrumentum vocale”, secondo la descrizione di Varrone[19], superiore solo all’“instrumentum semivocale” che è l’animale e all’“instrumentum mutum” che è l’aratro o la zappa, per cui veniva venduto in solido con tutto ciò che si trovava nella fattoria quando questa cambiava padrone. In questo di nuovo vediamo come la Dèa si pone sul limite tra il silvestre incolto e la zona civile e coltivata dell’ager, ma il rapporto con lo schiavo liberato non può non far pensare al rituale della Diana nemorense, in cui lo “schiavo” che riusciva ad uccidere il “Re dei boschi di Nemi” diveniva uomo libero e a sua volta nuovo Re.

Infine Feronia sembra avere, anche se non accertata da fonti letterarie o epigrafiche, anche una valenza profetica, il che spiega la presenza dell’oracolo nel santuario di Terracina: la sua “qualità tellurica” come Diva inferorum la mette in rapporto con il mondo dei morti che sono capaci di conoscere gli avvenimenti futuri, come sappiamo dal viaggio di Ulisse negli Inferi durante la sua permanenza nella vicina terra di Circe, a cui Feronia è riportabile essendo ambedue Dèe dei luoghi selvaggi e madri di Picus Re degli Aborigeni, che nelle diverse versioni del mito è detto figlio di Circe e Ulisse o di Ops-Feronia e Mars[20].

Link al Resoconto della Visita del 29/4/2017


[1] BOCCALI Esempio di organizzazione delle fonti antiche per la ricostruzione del quadro della vita religiosa di una città e del suo territorio in età preromana e romana : Terracina, in “Cahiers du Centre Gustave Glotz”, 8, 1997. pp. 181-222.

[2] BOCCALI Esempio di organizzazione cit. p. 189.

[3] Come abbiamo spiegato in GALIANO Venere, la Grazia divina, parlando del suo tempio nel Circo Massimo, il più antico tempio di Venere a Roma, precedente quelli innalzati alla Venere Erucina, la Dèa della prostituzione sacra proveniente da Erice.

[4] Per uno studio più approfondito di Feronia, con particolare riguardo ai suoi possibili rapporti con Soranus Pater e la Iuno di Praeneste, rimandiamo a GALIANO Il tempo di Roma, p. 369-367.

[5] DUMÉZIL La religione romana arcaica, Milano 1977, p. 361.

[6] COLONNA Culti dimenticati di Praeneste libera, in Le Fortune delletà arcaica nel Lazio e in Italia -III Convegno internazionale di studi archeologici dellantica città di Praeneste, 1994, pp. 91–98.

[7] DUMÉZIL cit. p. 363.

[8] Negli scavi del santuario del lucus Feroniae a Capena sono stati ritrovati numerosi ex voto che rendono certa la funzione di Feronia come Dèa guaritrice.

[9] DUMÉZIL cit.  pp. 364–365.

[10] CARANDINI La nascita di Roma - Dèi, Lari, Eroi e uomini allalba di una civiltà;, Torino 1997, p. 154 nota 7.

[11] OVIDIO Fas I, 673–674.

[12] Sull’accostamento tra Feronia e la Juno di Praeneste ci rifacciamo a COLONNA Culti dimenticati cit.

[13] DESSAU Inscriptiones latinae selectae, Berlino 1902, 2, II n° 3482.

[14] Da un *palosticus che si forma da palus come domesticus da domus; analogamente a Roma l’arcaica Juno Caprotina era in rapporto con la Palus Caprae.

[15] Corpus glossariorum latinorum, Lipsia 1894, vol. V p. 456.

[16] VIRGILIO Aen VIII, 864.

[17] Nel citato Il tempo di Roma abbiamo analizzato queste relazioni in rapporto al significato del nome di Rea Silvia madre dei divini Gemelli.

[18] Nella Ri­voluzione Francese l’uso del pileus, cioè del berretto frigio, diventerà il simbolo per eccellenza della libertà.

[19] VARRONE De agric I, 17: “Ora dirò quali cose siano necessarie in agricoltura. Queste si dividono in tre parti: strumenti di genere vocale, semivocale e muto, il vocale nel quale si comprendono i servi, il semivocale i buoi, il muto gli aratri”.

[20] CARANDINI cit. p. 208 nota 90.

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