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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Esistono vari modi per avvicinarsi alla conoscenza[1], intesa nel senso arcaico del termine (quindi come gnosi, come scienza ontologica e religiosa dell’essere, come ermeneutica del Vero). In ognuno di questi metodi è presente lo studio dei testi che si rifanno ai principii sacrali di una tradizione, o l’ascolto di coloro che si presuppone abbiano conservato un coerente collegamento o, ancor meglio, un contatto reale con le Origini.

Il problema ontologico della Conoscenza nel nostro Occidente è fortemente condizionato da quell’Albero della discriminazione tra Bene e Male che, a partire dall’Eden, stabilisce l’inizio di ogni processo dialettico e logico.

Perciò, a livello razionale, la risalita dalla separazione dialettica alle radici unitive di quell’Albero, viene tentata interno dello studio di ciò che è “tramandato” o della “memoria”, e quindi dei testi che tramandano (ma spesso tradiscono la tradizione) e della riflessione sui medesimi. Tale opera culturale, si può estendere per diversi livelli di approfondimento, ragionando su ciò che si è studiato e deducendo (probabilisticamente) conseguenze logiche o evidenziando (probabilisticamente) incongruenze illogiche[2]. In genere le seconde verranno rifiutate e le prime formeranno il corpus dottrinale che il nostro millenario sistema sociale definisce come veritiero o plausibile perché dimostrabile

1028 C0006Ma non è detto che ciò che viene considerato illogico o irrazionale per alcuni lo sia tassativamente anche per altri.

Ad esempio alcuni sceglieranno di confinare il mito, la mistica, il credo nellinvisibile, tra gli irrazionali fantasiosi o superstiziosi e daranno preminenza alle tracce filologicamente e storicamente, documentate cioè sottoponibili ad un livello di coerenza sufficiente.[3]

Da ciò deriva che la dimensione storicistica, a partire dall’illuminismo in poi, ha avuto un credito assai maggiore di quella metafisica, o mistica, o magico-ermetica e perfino la religione ha dato a quasi sempre maggior credito alla razionalità teologica che alla irrazionalità mistica[4].

A parte lo studio delle fonti dirette, in genere si studia il pensiero di coloro che hanno studiato, in altri periodi storici e in altri contesti, le tematiche di cui ci interessiamo anche noi in questo momento, partendo, a nostra volta, dalle conoscenze a disposizione o, più raramente, da riflessioni o intuizioni personali. Si da comunque per scontato un desiderium sapientiae che è conditio sine qua non per lo svolgimento di un qualsiasi cammino di conoscienza reale.

Ora sulla veridicità di questo desiderium sapientiae, potremmo aprire un lungo e dubitoso capitolo (c’è chi studia per amore, chi per voglia di supremazia, chi per fame di gloria, chi per superare il dubbio, chi per abitudine, chi per mera curiosità..ecc., ecc.). Dipende da tanti fattori che non possiamo indagare in questo contesto[5].

Si può studiare l’Iliade nei testi originali o più antichi, e poi leggere le centinaia o migliaia di commenti all’opera di Omero; poi si possono cercare i commenti dei commenti ad Omero; poi si può studiare l’epoca storica in cui è stata scritta l’opera, i possibili autori coevi in un contesto religioso, metafisico, filosofico ecc.. In questo modo la ricerca può diventare un pozzo senza fondo e i riferimenti bibliografico-filologici per un solo autore e una sola opera possono diventare centinaia, migliaia, milioni. Potremmo dire che, se volessimo conoscere realmente qualcosa di Omero, dovremmo studiare la filosofia, le religioni e la storia di tutta l’umanità, e anche le scienze e le arti, a qualsiasi livello in quanto ogni aspetto della vita e della morte nell’universo può entrare in relazione con Omero e i suoi poemi, o con coloro che in qualche modo, hanno trattato argomenti simili o complementari. E alla fine ci accorgeremmo che, forse, avremmo potuto conoscere molto di più e forse… affogati nel particolare potremmo rischiare di dimenticare per quale ragione abbiamo incominciato la nostra ricerca.

Per questo lo studio logico non può mai avere una portata così olistica e, per quanto un uomo sia erudito e studi appassionatamente tutto quello che incontra, dovrà dividere, sistematicamente, la conoscenza in settori e adottare delle classificazioni, delle esclusioni, delle scelte dolorose. La filologia come modernamente è intesa, insegna come fare, ma qualsiasi filologo erudito, al termine della sua vita avrà studiato una infinitesima parte di quello che è possibile studiare e apprendere sul senso dei poemi omerici e probabilmente se ne ricorderà una parte ancora più piccola. In realtà la Filologia ha parzialmente perduto il suo significato originale che, già nel nome, dovrebbe indicare che si intende seguire con amore un percorso logico.[6]

L’erudizione va comunque in questa direzione e aggiunge in continuazione codicilli, commenti, estensioni testuali, collegamenti infiniti a ciò che si studia. Insomma procede dal particolare all’universale e a volte (non sempre) anche dall’universale al particolare, tentando di dare un senso al particolare e risalendo a tutti i collegamenti che questo particolare ha con il resto dello scibile.

Se noi immaginassimo l’Iliade come un semplice corpus che riunisce buona parte della sapienza greca del IX secolo a.C. ci accorgeremmo che, in realtà, Omero ha composto quest’opera con infiniti collegamenti e riferimenti filologici, storici, scientifici, filosofici, teologici ecc (e quindi creando una rete poligonale di interconnessioni spropositata, fra personaggi, storie, leggende, cosmogonie, ecc.).[7]

Non potendo entrare nella mente di Omero, cercheremo di vedere a cosa sono collegati i riferimenti mitologici, metafisici, scientifici, ecc. di cui sopra; e poiché ognuno di tali collegamenti ne crea altrettanti in una serie incommensurabile di maglie poligonali, ci accorgeremmo che non è possibile, umanamente, esaurire tutte le combinazioni e i collegamenti fra tutti i punti della rete.

Ovviamente l’accumulo di informazioni porta ad una visione sempre più ampia di come gli altri hanno trattato, ad esempio, il problema delle Muse in relazione ad Omero e la mia cultura, o meglio, la mia erudizione sarà una sommatoria del pensiero di altri mutuata dalla mia interpretazione delle Muse. Questo è il principio (e a mio modesto avviso, la presunzione) delle enciclopedie e, in seguito, dei computer e di tutto ciò che studia memorizza, archivia, classifica ed elabora informazioni secondo i principi classificatori della rete.

La matematica, la logica (soprattutto quella binaria), il sillogismo, la deduzione, l’equivalenza, la dimostrazione, l’algoritmo, il principio di non contraddizione ecc. ecc. sono tutti strumenti che possono aiutare ad arrampicarsi su questo particolare albero di conoscenza che, forse, mi sembra ancora possibile chiamare filologico. Ma per avere la conoscenza di cosa?

Teniamo presente che durante l’arrampicata, ci accorgeremo che si è cercato di dimostrare tutto e il contrario di tutto.

Ad esempio abbiamo cercato di dimostrare la possibilità un universo prodotto dal caso, ma anche di un universo creato da una volontà superiore, da un intelligenza in esso immanente o trascendente; si è cercato di dimostrare l’evoluzione o la devoluzione del cosmo; si è cercato di verificare la linearità o circolarità del tempo o la sua multidimensionalità[8]; si è cercato di avallare leggi fisiche o puramente geometriche eterogenee e scoprire la loro fallacità o limitatezza man mano che il ricercatore apriva lo sguardo su un campo di osservazione più ampio; si è cercato addirittura… di dimostrare Dio attraverso la teologia, o la sua inesistenza tramite la filosofia.

Insomma la dimensione umana, che è comunque caratterizzata dalla incertezza nei confronti di un universo spaventosamente grande, si sforza di costruire certezze, anzi di costruire probabilità che diventino quanto più possibile certezze a sua immagine e somiglianza. Costruire certezze che non è detto che siano anche Verità. Infatti si può esser certi del vero ma anche del falso.

Quanta matematica ho studiato in vita mia? Direi parecchia ma, in realtà, ne ricordo assai poca ma anche quella poca  (anzi solo quella pochissima che ho avuto occasione di applicare), se ci rifletto un momento, mi porta ad analizzare tutto con dei metodi quantitativi (stocastici, statistici, insiemistici, probabilistici o puramente algebrici, ecc.) che, utilizzando algoritmi più o meno complessi, alimentati da parametri accettati a priori dai quali (quindi per pura fede nella logica, e nei presupposti del linguaggio matematico), cerco di dimostrare scientificamente (parola magica) la esistenza, la qualità, la bontà, la utilità di qualcosa. Cioè, in un certo senso uso dei metodi assolutamente quantitativi per dimostrare qualcosa di qualitativo: ma non ci sarà qualche incongruenza in tale processo?

La dimostrazione, ovvero la soluzione del problema, deriva quasi sempre da una probabilità, più o meno elevata, dell’esistenza di qualche altra cosa a monte e a valle su cui faccio affidamento. Dal punto di vista aristotelico e galileiano possiamo dire che quando un processo, un evento, una legge fisici o matematici, si ripetono identici a se stessi senza mai contraddirsi, vengono dati per veri.

1028 C0007Ma c’è un filone scientifico che afferma invece che una teoria è vera solo quando…è possibile contraddirla. Quindi perfino il “Vero” diventa oggetto di analisi logica sul suo senso e sulla possibilità d’essere.

A volte  ciò che chiamiamo dimostrazione è una definizione per approssimazione (e questo è ciò che angosciava Guénon, sia a proposito del calcolo infinitesimale come del concetto di infinito); altre volte la dimostrazione si basa sull’evidenza numerica attraverso una drastica semplificazione del problema del rapporto fra quantità eterogenee oppure contenenti molte variabili o rapporti fra numeri (considerati assoluti, perfetti, immodificabili ma inseriti in matrici di equazioni che prevedono più soluzioni).

Ma, soprattutto la dimostrazione, deve fidarsi ed avvalersi parola, dalla quale attende una assolutezza concettuale che, in teoria, richiede migliaia di parole per pervenire ad una definizione condivisa.

Per questo alcuni pensano che la matematica sia l’unica scienza che assicuri una asciuttezza, una sintesi che travalichi la dialettica e le parole[9].

Ma in realtà non è affatto così, in quanto ogni numero ed ogni algoritmo nascondono un oceano di ipotesi, di presupposti, e di atti di fede nei confronti di qualsiasi espressione, anche la più semplice. Oltretutto ogni numero nasce nell’antichità come, simbolo, come canto, come espressione qualitativa di realtà trascendenti o metafisiche. Oggi ci resta solo la sua forma quantitativa, svincolata da tutti questi significati.

Faccio un esempio semplicissimo, svincolato, per ora, da aspetti esoterici o metafisici: se dico che 4:2 è uguale a 2, oltre a dare per scontato di sapere esattamente cosa siano il numero 4 e il numero 2, oltre a dare per scontato che io sappia cosa vuol dire dividere un numero con un altro, prescindo assolutamente da cosa siano (materialmente, eticamente, filosoficamente, e metafisicamente) sia il 4 che il 2. Cioè prescindo dalle loro qualità.

Faccio notare che, estendendo a dismisura questo ignorare (che ha portato la matematica e a volte anche la logica a diventare strumenti universali per trattare qualsiasi problema e invadere benignamente, ma non sempre, qualsiasi ramo dello sapienza e della scienza) facilito l’operazione, e mi autorizzo separare la soluzione del problema dal senso del problema stesso.

Tornando alla divisione di prima sappiamo che il risultato della divisione sarà lo stesso sia che si tratti di uomini, di patate, di libri, di chilometri da percorrere, ecc.

Se dovessi applicare tale legge ad un particolare caso della vita umana, ad esempio alla popolazione di un ufficio, e alla necessità di distribuire due uomini in due uffici diversi, potrei dire subito che ne entrano due in ogni ufficio cioè che 4 uomini divisi per 2 possibilità di distribuirli in 2 luoghi predeterminati, originano … due coppie di uomini in due posti diversi. Il che, se seguissi il linguaggio semiologico e non matematico, vorrebbe dire che se divido 4 per 2 parti ho comunque e sempre 4 individui: però separati tra loro in coppie di due.

Cioè il risultato (2) non conserva più memoria della operazione di partenza in quanto tale risultato sarebbe stato identico anche se avessi voluto dividere 8 uomini in 4 stanze.

Da ciò deriva che “2” può essere il risultato di infinite operazioni mentre in realtà tali operazioni hanno una portata filosofica abissalmente diversa una dall’altra.

Ma se invece prendessi il senso del dividere in uno dei suoi tanti significati da dizionario, e quindi dividessi in due i 4 uomini di cui sopra, otterrei… 8 mezzi uomini. Per cui devo stare bene attento a specificare che dividere, in questo caso, vuol dire separare gli uomini due a due mantenendoli nella loro integrità originale… e non dividerli in due, uno per uno. Se così facessi diventerebbero mezzi uomini e ovviamente morirebbero e quindi perderei l’omogeneità del risultato e il risultato sarebbe appunto… otto mezzi uomini che corrisponde invece a moltiplicare 4 uomini per due volte. Quindi se divido senza tale…accortezza il risultato…potrebbe essere maggiore del dividendo. Inoltre perderei il senso della indivisibilità del numero “1” che è il componente del 4 che deve restare integro (anche se nessuno ha stabilito che debba essere così).

Questo processo per assurdo sta ad indicare che la divisione non modifica la quantità dei componenti di partenza ma la “distribuisce” diversamente anche se tale presupposto non è poi così esplicito.

Supponiamo ora che due fra questi uomini divisi in 2 gruppi, si odino a morte e quindi non possano assolutamente stare nella stessa stanza. Allora la matematica mi viene in aiuto con equazioni elementari e mi dice che 4:2 fa effettivamente 2 ma che devo leggere questo risultato in modo più complesso. Se infatti voglio dividere 4 uomini in due stanze il risultato non sarà solo il numero due ma dovrà essere analizzato distinguendo la “natura” del due. Infatti il primo “due” sarà composto da entità omogenee e compatibili (gli uomini che vanno d’accordo), il secondo da “due” entità incompatibili. Ne consegue ancora, seguendo sempre la logica, che un membro, tra quelli incompatibili fra loro, se voglio mantenere lo stesso risultato e cioè “due” uomini per ogni stanza, andrà spostato a far parte di un altro “due” cioè quello composto da uomini compatibili mentre il primo due, che era composto da entità compatibili, sarà spezzato in modo che uno dei due uomini compatibili fra loro vada nella stanza da cui ho levato uno dei due uomini incompatibili. Tutto ciò è esprimibile matematicamente con equazioni di primo grado??.  

Supponiamo ora che due dei quattro uomini da dividere (entrambi incompatibili fra loro) in due stanze siano allergici al colore verde e che le stanze a disposizione siano tutte di colore verde. La logica mi dice che il problema non ha soluzione a meno di cambiare colore alle stanze  o di costringere gli uomini a sopportare la loro allergia.

Quindi in realtà, la “qualità” delle stanze che accoglieranno gli uomini offre un ulteriore parametro che non avevo considerato in partenza.

Ora se gli uomini che non sopportano il verde sono gli stessi che non si sopportano fra loro, mi troverei di fronte al fatto che la convivenza negata dalla incompatibilità caratteriale mi viene riproposta dall’allergia al verde.

Ovviamente possiamo continuare con questo gioco all’infinito, aggiungendo ogni volta dei fattori che rendono impossibile il risultato, cioè la divisione mentre, dal punto di vista squisitamente matematico, la soluzione è sempre possibile.

Ho creato questo calembour per mostrare come la logica riduca sempre il problema alle quantità della logica; ma le quantità di un problema logico sono in realtà solo quelle che io decido di prendere in considerazione e quindi adottano delle semplificazioni teoretiche drastiche pur di risolvere il problema.

Cioè si basano su…un laico atto di fede.

 

1028 C0009Voglio dire che una sommatoria di quantità logiche non assolve mai il compito di esprimere la qualità del problema ma riduce le sfumature dell’immisurabile a qualcosa che sia sempre misurabile.

Sono consapevole che, qualsiasi matematico mi direbbe che queste considerazioni non c’entrano nulla con la matematica in se e che, in questo modo, attribuisco funzioni non numeriche ad enti numerici. Ma forse non è esattamente così: dipende da quanto vogliamo spingere avanti…l’eresia.

Infatti questo piccolo assurdo sulla logica può diventare molto più articolato se lo estendo a situazioni che normalmente non vengono definite da numeri ma da parole o da idee. Ad esempio potrei far procedere la mia ricerca sull’Iliade di Omero per tesi, per scelte, per esclusioni, per categorie aprioristiche che comportano sempre un opinabile giudizio di merito: se ho in mente di dimostrare la veridicità di un risultato predefinito (ad esempio dimostrare che Briseide, e non Elena fu la vera eroina dell’epopea) potrò lavorare logicamente fino a produrre un sufficiente numero di elementi attendibili che supportino la mia tesi ma questo non potrà impedire che qualcuno, con strumenti o abilità dialogiche migliori delle mie o comunque diverse…dimostri il contrario.

Dunque, procedendo in questa direzione si comprende facilmente come qualsiasi procedimento logico teso ad una dimostrazione possa diventare dogmatico o, al contrario, possa naufragare nel relativismo più devastante (il problema ha sempre una soluzione - il problema non ha mai una soluzione) in quanto, al principio, si ipotizza comunque qualcosa di indimostrato e si spera di dimostrarlo (dando fede al processo dimostrativo, dialettico, e all’ipotesi iniziale).

 

Per fare un ulteriore esempio, ricordo che siamo vissuti per centocinquanta anni, bombardati da una teoria scientifica come l’evoluzionismo che si basa assolutamente su dei dogmi parascientifici che tutti temono di porre in dubbio. Cosa è che ci tranquillizza sulla affidabilità di una tale teoria? Il fatto che una serie di studiosi ne attestino la validità su parametri logici. In realtà è stata dimostrata (con altri parametri altrettanto logici) la alta improbabilità o addirittura la falsità di questa teoria scientifica (come di tante altre); eppure esiste una fede nella scienza e quindi nella logica (ma non sarà una contraddizione in termini?) che non accetta di essere sconfessata soprattutto quando una teoria si accoda alla teoria sociale o economica del tempo.

C’è da dire che di queste eresie della logica ci si preoccupa meno quando la teoria è più astratta: ad esempio sappiamo che, in un universo euclideo tridimensionale è probabile che le rette parallele non si incontrino mai o che “forse” si incontrino all’infinito. In universi polidimensionali tale teorema non ha senso ma la cosa non turba (apparentemente) il nostro quotidiano perché…. a controllare cosa succeda a queste due povere rette mentre sprofondano nell’infinito, non ci è mai andato nessuno.

Dunque la differenza tra qualsiasi scienza espressa da termini che finiscono per logia è solo formale (teologia, filologia, psicologia, astrologia, ecc.) in quanto si basa sull’uso della logica per dimostrare un assunto che, per convenzione, potrebbe anche essere apparentemente assurdo o irrazionale.

Ad esempio, nella teologia, è razionalmente illogico che Maria, essendo una donna, resti vergine durante il parto; nella filologia che quanto scrive Ferecide sulla nascita degli Dei sia vero; nella astrologia che l’Ariete sia dominato da Marte, ecc.  La logica è uno strumento meraviglioso, amato smisuratamente da migliaia d’anni, ma che si cura solo della dimostrazione dell’assunto attraverso se stessa e i collegamenti che riesce a fare con tutto ciò che è utile a perseguire il suo processo. In ciò dimostra d’essere uno strumento ingegneristico formidabile ma è priva della possibilità di abbracciare l’assurdo, l’irrazionale, lindimostrabile e lillogico come possibile nell’excursus conoscitivo. La matematica, che per sorreggersi su se stessa in ogni frangente non teme di accorpare nella logica anche l’irrazionale, ha creato i numeri irrazionali, gli spazi polidimensionali e immaginari ecc…tradendo la logica sensoriale e spingendosi, appunto, nell’immaginario.

E qui si confina fatalmente con l’altro versante della Sapienza: quello che si basa sulla mistica, sull’ermetismo e, perché no, sulla magia.

Un bel guaio per molti.

 

[1] Col termine conoscenza andiamo da “ciò che si muove conosce ciò che si muove di Eraclito, all’ “anima conosce il contrario col contrario di Anassagora, al “ciò che assolutamente è, è  ancheassolutamente conoscibile, mentre ciò che non è in nessun modo, in nessun modo è conoscibile di Platone fino al raffinato quanto discusso “la conoscenza in atto è identica con loggetto conosciuto di Aristotele

[2] La logica viene definita in moltissimi modi. Uno dei più efficaci (Abbagnano-Fornero) è il seguente: “Disciplina che privilegia lo studio di insiemi coerenti di enunciati (un insieme di enunciati si dice coerente se esiste una qualche situazione possibile che rende veri simultaneamente tutti gli enunciati dellinsieme)” Riferendoci invece all’Organon di Aristotele possiamo dire che la logica è quella che definisce le Categorie, cioè le classi in cui si divide tutto ciò che è. Da tale tentativo, rimasto in auge in occidente per millenni, derivano infinite conseguenze sul metodo, sulla coerenza, sulla teoria e sull’accettabilità o meno di ipotesi e teoremi. Nel secolo scorso Russel, Didekind e Frege cercarono di fondare una branca della logica attraverso la quale, utilizzando esclusivamente i simboli della matematica, tentarono di definire il concetto di “numero intero”. Nel 1950 le funzioni di probabilità, attraverso Karnap e Keynes divennero il definitivo supporto ad una logica induttiva e deduttiva e vengono tuttora usate per dare conferma o meno ad una teoria scientifica.

[3] Per stabilire la coerenza di qualcosa rispetto ad un presupposto è necessario che il presupposto…sia coerente con se stesso. Più tale presupposto è complesso più le coerenze logiche sono complesse. E’ inoltre strategico stabilire un processo di relazione e di affidabilità fra il conoscente e il conosciuto e definire se sia preminente sapere loggetto che si vuole conoscere o definire chi è che conosce. Da questo bivio partono filosofie divergenti ma tutte presuppongono una iniziale ipotesi non dimostrata logicamente, che solo in seguito si cercherà di dimostrare.

[4] Molti mistici hanno passato grandi guai con l’ortodossia ufficiale, sia in ambito cristiano, che musulmano che ebraico. Il mistico è sempre un po’ “folle”. E’ uno sperimentatore del sacro e dell’illogico e perciò facilmente entra in conflitto con l’assolutismo dottrinale.

[5] v. Maleducazione Spirituale e l’Anima Errante del sottoscritto Simmetria ed.

[6] Se in questi ultimi secoli la filologia è passata da amore per la parola ad essere studio storico del linguaggio ciò ci appare in fondo come un tradimento nei confronti della Filologia così come intesa nel IV secolo da Marziano Capella che, nel suo testo straordinario “Le nozze tra Filologia e Mercurio, richiama la visione neopitagorica e neoplatonica. Infatti fa dire ad Apollo che esiste “una vergine assai dotta di antica stirpe e che conosce il Parnasoche penetra i segreti con grande applicazione e con impegno sapiente riese a prevedere tutto ciò che gli stessi Dei presagiscono”. Anzi, specifica Marziano, che ius habet illa, deos urgens in iussa coactos. Parla dunque della Filologia come Sapienza pari alla Filosofia, se non superiore o ad essa complementare e in grado di piegare il volere degli Dei.

[7] Seguendo una ricerca di molti anni fa che avevo promosso insieme all’Arch. Mazzola e al Dott. Serafini sulla comparazione tra urbanistica e divisione delle funzioni delle città in celle poligonali, osservammo che si può considerare un testo, un autore, una leggenda, una filosofia, assimilabili alla faccia di un poligono con un perimetro comunque complesso e composto da tanti lati quanti se ne vuole, ognuno dei quali rappresenta un aspetto della filosofia o della leggenda sotto esame. Tante facce poligonali (se tra loro compatibili) costituiscono a loro volta un poliedro; gli spigoli che definiscono le singole facce possono essere riuniti in un solo punto, al centro della faccia poligonale; è un concetto che si trova nella teoria dei poliedri duali che, nella geometria euclidea, riducono ad un punto quello che nel poliedro di partenza è una superficie. L’unione dei nuovi punti che “riassumono” in un elemento aspaziale una intera faccia crea un nuovo poligono (duale). E’ un sistema molto utile per ridurre, per via logica, sistemi complessi a sistemi semplici e che, a livello esclusivamente matematico è assimilabile ad un aspetto dell’insiemistica.

[8] Simmetria ha recentemente pubblicato un testo del prof. Maciej Giertych dell’Accademia polacca delle Scienze, basato sulla totale contestazione dell’evoluzionismo e del modo con cui lo stesso viene dogmaticamente insegnato nelle scuole. Evoluzione, Devoluzione, Scienza Simmetria ed. 2017 Roma

[9] vedi nota 2

 

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