Un pensiero consolidato anche nella cultura ufficiale proclama Saffo come donna propugnatrice del lesbismo e, ahimé, anche della pedofilia.
Nei due articoli di Lamonaca (prima e seconda parte) vengono completamente ribaltate tali tesi ufficiali attraverso una puntuale analisi filologica, lessicale e storica. Due articoli su cui riflettere, che, in quest'universo sessuomane e fobico, susciteranno sicuramente reazioni contrapposte.
Poiché la cultura e la psicologia moderne sono assai occupate a sdoganare le più svariate abitudini sessuali (e supponiamo che quanto prima arrivi anche la richiesta di uno "sdoganamento" della pedofilia) crediamo sia interessante sollevare almeno Saffo da tale attitudine (C.L.).

 

Mia cara "amica",

spero tu possa gradire

il lungo e complesso lavoro

che ha spinto un uomo qualunque

a renderti giustizia come donna

 e restituire dignità alla tua poesia 

Prima parte

Circola la notizia che gli abitanti dell’isola di Lesbo intendono querelare le associazioni gay per l’uso improprio e diffamatorio che si fa di questa parola. Eppure da secoli, ancor prima dei Romani, le donne dell’isola di Lesbo hanno la nomea di essere state sregolate e corrotte e che tra loro la poetessa Saffo fosse la più famosa! Gli "specialisti" che scrivono oggi i testi scolastici affermano che nella Grecia antica, o anche molti secoli prima, la pedofilia e i rapporti etero e omosessuali tra adulti e giovani erano ampiamente praticati e legalmente riconosciuti e facevano parte del sistema educativo dell’epoca o comunque appartenevano a secolari riti d'iniziazione per entrare nel mondo degli adulti. Se questo era il costume dei tempi, perché Saffo era ed è accusata di essere donna turpe, dato che aveva normali e consentiti rapporti omosessuali con le sue compagne e pedofili con le sue alunne? E perché i Romani disprezzavano le donne di Lesbo, tanto da usare la parola lesbia per indicare l’immoralità delle donne, quando invece l’arbitrio sessuale era prassi comune?

Qualcosa non torna.

Quanto si dice e si scrive su Saffo e sull’educazione dei fanciulli nel mondo antico è falso, è una calunnia, una diffamazione nata da errori di comprensione e di traduzione della lingua greca antica, frutto della diffusa ignoranza degli studiosi moderni. Di conseguenza la maggior parte degli studenti di oggi è sicura, anzi certissima, che Saffo sia stata omosessuale, anche se non sa in che epoca sia vissuta, cos'avesse scritto, e non ha mai letto uno solo dei suoi versi. Sarebbe sufficiente conoscere la sua vita per scoprire che non c’è alcuna "prova" della sua omosessualità e pedofilia, ma solo supposizioni confuse e controverse. Al contrario i suoi contemporanei, ad esempio il poeta concittadino Alceo, ne esaltavano la purezza, il corretto comportamento come figlia, madre e moglie, addirittura ne indica la "venerabilità". Ancora in un papiro del II secolo a. C. (circa quattro secoli dopo Saffo) si ribadisce che Saffo trascorse la sua vita educando in serenità, in un "collegio" da lei diretto, non solo le ragazze più nobili del luogo, ma anche quelle provenienti dalla Ionia e persino dalla Sicilia, e che fu tenuta in altissima considerazione dai concittadini. Inoltre questa sbandierata omosessualità - che a esser più corretti dovrebbe essere bisessualità incline alla pedofilia - e i turpi comportamenti non sembrano trasparire in alcun modo dalla lettura dei pochi versi ci sono pervenuti. Non è corretto che si diffondano "dicerie" storiche, artistiche, letterarie, etiche e sociali basate sull’ignoranza e sul sentito dire, ma che sono in grado d'influenzare e manipolare non solo i giovani. Queste falsità mirano a giustificare e rendere prassi comune una sessualità surrogata e posticcia, con l’intenzione di trasformare un sentimento nobile e antico come l’amicizia (nelle società antiche in particolar modo il "cameratismo" dei guerrieri[1]) in un eccesso di piacere fisico fine a se stesso; e spacciare addirittura la pederastia come un rapporto tra adulti e giovani finalizzato all’iniziazione sessuale, per introdurre questi ultimi nella società degli adulti!

A proposito della distorta interpretazione della parola pederastia, che letteralmente significa amore per i giovani, una mentalità sessuomane e sporadici casi di degenerato comportamento hanno portato a concludere che la pederastia fosse una forma di amore omosessuale ed eterosessuale tra adulti e giovani, ovvero di pedofilia. Questo sarebbe stato il rapporto normale tra docenti e allievi, questo era il sistema educativo scolastico in Grecia e a Roma! Assolutamente falso! Lo dimostra tutta l’ampia tradizione che c'informa molto bene sulla paideia greca antica. I Greci dell’età arcaica e classica chiamavano pederastia la forma istituzionalizzata della pedagogia, come dimostrano le pagine di Platone nel Fedro. Solo nei secoli successivi (a partire dal III sec. a. C.) i casi di degenerazione della pederastia, che furono sempre combattuti e stigmatizzati dalle leggi del tempo, finirono per far assumere alla parola pederastia il significato di pedofilia e anche quello di omosessualità in genere. Questa parola è rimasta in uso fino ai tempi moderni, quand'è stata sostituita definitivamente (e impropriamente) dal termine omosessualità. Per un ulteriore approfondimento del fatto che i rapporti sessuali tra adulti e giovani non fossero considerati normalità, ma degenerazione, sia in età arcaica che in quella classica e persino in pieno ellenismo propongo in calce un passo di Porfirio (IV secolo d. C. e non ancora in egemonia cristiana), nella Vita di Plotino da lui scritta al cap. XV.[2] Rileggerei inoltre con maggiore attenzione il racconto di Senofonte, nell’Apologia di Socrate, in cui il maestro Socrate impartisce una lezione di convenienza (diremmo oggi di morale) al suo giovane allievo Alcibiade – da tutti preso in giro per la sua omosessualità – nell’approccio sessuale che il giovinetto aveva architettato invitandolo a dormire a casa sua. Consiglierei di leggere la novella del Fanciullo di Pergamo, nel Satyricon di Petronio (siamo forse nel I sec. d. C. in età neroniana), in cui è evidente che la posizione dei genitori del dissoluto figliolo non era certo aperta e permissiva nei confronti del pervertito Eumolpo che ne abusa. Durissimi sono i versi di Giovenale contro la corruzione e l’omosessualità; e così Quintiliano (siamo sempre nel I sec. d. C. nell’età dei Flavi) e le sue chiarissime indicazioni sull’educazione dei giovani, nei primi due capitoli dell’Institutio oratoria, dove la moralità e il rispetto sono le qualità fondamentali e imprescindibili di un docente.

Le ragioni e le prove della manipolazione storica e letteraria

"La tradizione d’età post-classica greca, nella quale Saffo venne descritta come una pervertita, costituisce probabilmente una dimostrazione di stupidità letteraria: si tratta di una caricatura della vera poetessa, invenzione del teatro comico ateniese, alla quale prestarono fede importanti studiosi della tarda antichità".[3]

Quanto sia degna di fede tale invenzione biografica lo si può capire dal fatto che in una di quelle commedie comparivano come suoi corteggiatori due poeti, uno dei quali era Archiloco, morto prima che Saffo nascesse, e l’altro era Ipponate, che non era ancora nato quando la poetessa era morta da tempo. Da queste comiche dicerie nacque il preconcetto della immoralità di Saffo che permane sino a oggi.
Nella prima parte di quest'articolo, che ha carattere generale, intendo dimostrare quali sono gli elementi che hanno portato alla diffamazione non solo di Saffo ma, caso d'inaudita gravità, alla creazione della favola di una società antica (minoica, greca, romana e quant'altro) omosessuale e pedofila, completamente libera da ogni pregiudizio di sesso, che veniva praticato largamente e senza regole, come sanno fare solo gli uomini di oggi, emancipati e liberi.
L’ origine di tutto ciò è in un’incredibile svista storica, suffragata da un "giocare con le parole", distorcendo il loro vero significato, che invece muta nel corso dei secoli, e soprattutto dalle interpretazioni che ne fanno le traduzioni. A leggere infatti i testi antichi, anche i più "sacri” e autorevoli, una maligna interpretazione o un’errata o fraintesa traduzione possono arrecare danni incalcolabili. Proprio da queste distorsioni sono nate le dicerie su Saffo e da ciò ne sono derivate le traduzioni che manipolano e adattano le medesime al preconcetto diffuso. Così è nata la "favola" di una società antica in cui ai giovani venivano insegnate le pratiche sessuali e omosessuali per entrare nel mondo degli adulti.

Tra le più travisate è la parola amore (gli esempi che seguono si riferiscono alle traduzioni in lingua italiana). Espressa così com’è, senza le opportune sfumature, contestualizzazioni, comprensioni, potrebbe essere tranquillamente fraintesa: amare i genitori, amare i fratelli, amare gli amici, amare il nostro prossimo e persino cristianamente i nemici, sono espressioni che hanno significati e sfumature decisamente diversi da amare una donna, un uomo, una fidanzata, un compagno coi quali s'intrattiene un rapporto sessuale.

I Greci dell’età arcaica e classica distinguevano perciò chiaramente, e senz'alcuna doppia interpretazione, tra omoerotico e omosessuale. Omoerotico era una definizione non prettamente sessuale, che si estendeva a tutto ciò che era attinente alla sfera degli affetti e dell’amore, ed era omos quand'era rivolta a persone affini, care e fidate, di entrambi i sessi, più vecchi o più giovani, ma non prevedeva un rapporto sessuale. Se questo poi accadeva, ciò era considerata una trasgressione "di pessimo gusto" se fosse avvenuta tra coetanei (non c’era il senso giudaico-cristiano di peccato), ma era assolutamente inaccettabile se rivolto verso i bambini o i ragazzi. Questa trasgressione rendeva i praticanti indegni, e veniva definita perciò omosessuale, pedofila, incestuosa e quant'altro. Per questi casi si prevedevano anche delle pene, persino la pena di morte.[4]

Tornando alle travisate traduzioni, per capire meglio ciò che scrivo prendiamo come esempio il passo dei Vangeli in cui Giovanni è citato come il discepolo che Gesù "amava", quem amabat Iesus";[5] così traduce in latino San Girolamo nella Vulgata, senza rendersi conto che esponeva Gesù e Giovanni al sospetto di un possibile rapporto omosessuale. Il testo greco da cui San Girolamo desumeva la sua traduzione dice infatti on efilei o Iesus; il verbo del testo greco è filèo, che in latino sarebbe stato preferibile tradurre diligebat ovvero prediligeva, aveva a cuore; e questo era il senso del testo greco. La traduzione latina della Vulgata è un esempio di traduzione non attenta a possibili future errate interpretazioni.
Un altro esempio, tratto dall’Antico Testamento, è legato a usi e costumi che, col passar del tempo, possono essere facilmente equivocati. Nel celebre canto di Davide davanti al corpo straziato del giovane Gionata, figlio di Saul, suo amico più caro, Davide dice (2 Samuele 1, 17 – 27):

L’angoscia mi stringe per te
fratello mio Gionata.
Tu mi eri molto caro,
la tua amicizia era per me preziosa
più che amore di donna.[6]

Il testo italiano che riporto è quello della Bibbia di Gerusalemme che, traducendo dal greco (versione dei LXX), è attenta all’interpretazione della parola usata col senso di amore, agapesis, traducendola prima come "amicizia" e subito dopo come "amore". Il verbo greco agapao può essere tradotto come accogliere con amore, amare, trattare affabilmente, avere caro. La scelta dipende dal contesto, dal tempo e dal luogo in cui viene usato. Qualcuno in malafede avrebbe potuto benissimo tradurre solo con amore, insinuando il dubbio che tra Davide e Gionata potessero esservi stati rapporti molto più che camerateschi o di amicizia, cioè non semplicemente omoerotici ma omosessuali. Se ne sarebbe potuto ricavare che Davide era stato scelto da Samuele come giovane amante di Saul (cantava per lui e ne era l’intimo servitore); dopo l’uccisione di Golia divenne la persona da lui più amata (ovvero il guerriero più fidato); a sua volta Davide avrebbe scelto come suo amante Gionata: dunque negli usi e costumi dei tempi era praticata la pedofilia e l’omosessualità. Ma ciò è palesemente assurdo.

Eppure è proprio questo che si afferma oggi con tutta sicurezza nei libri di scuola e nei saggi sulla civiltà greca e romana riguardo ai rapporti tra educatori e giovani allievi in una società guerriera dei tempi antichi.
Gli errori d'interpretazione, per ignoranza o mistificazione, emergono anche - un esempio tra i tantissimi - nella scorretta e maldestra traduzione di alcune pagine di Strabone (Geografia X, 4 – 12), un geografo greco del I sec. a. C., operata da Francesco Ambrosoli (1830 circa). Da questa sciagurata traduzione prende il via il travisamento del sistema educativo minoico, spartano, ateniese, in cui hanno sguazzato i moderni studiosi, da Michel Foucault alla professoressa Eva Cantarella, alla "pindarica" introduzione di Giulio Guidorizzi nell’edizione Oscar classici greci e latini, 1993, pag. XI. Costoro, felici d'aver trovato confermate le proprie "rivoluzionarie" idee sulla paideia greca (e per ingiustificata estensione romana), non si sono scomodati a controllare la traduzione vetusta e approssimativa dell’Ambrosoli: quando qualcosa sembra confermare i nostri pensieri e le nostre supposizioni, la si accetta subito come certa e inconfutabile!

Mi preme notare che l’Ambrosoli, laureato in legge, autodidatta per gli studi di letteratura e lingua classica, amico del Giordani, di Monti, e a fasi alterne degli Austriaci, e che si trovò a essere emarginato dai propri incarichi di insegnamento della giurisprudenza, per sopravvivere si ridusse a dare ripetizione di greco e latino. Probabilmente non aveva la competenza necessaria per essere un buon traduttore e tuttavia la sua edizione della Geografia di Strabone (e chi altri si sarebbe sobbarcato una simile noia?!) lo rese noto sino a fargli conseguire una cattedra universitaria in lettere. Dove ha sbagliato l’Ambrosoli?
Non aveva tenuto conto che le parole greche usate da Strabone potevano avere significati diversi da quelle usate da Eforo di Cuma, morto nel 330 a. C., da cui aveva desunto le informazioni per la sua opera: infatti, descrivendo l’antica civiltà minoica, riferisce di una "strana" usanza dei Cretesi.[7] Da notare che la definisce strana e quindi non doveva essere una norma comune. Strabone usa parole come erastòs, eromenos, kleinos, filetora, ecc. che ai suoi tempi avevano significati diversi da quelli usati tre o quattro secoli prima di lui da Eforo, per non dire di Omero, di Esiodo e dei diversi dialetti del greco arcaico e, risalendo ancora nel tempo, delle diverse "lingue" micenee.
L’Ambrosoli non si rende conto di tutto questo e traduce Strabone scolasticamente: erastos, che al tempo di Omero e comunque almeno sino al IV sec. a. C., significa in un contesto guerriero il più amato, ovvero il più fidato, il compagno d’armi di cui più mi fido, l’Ambrosoli lo traduce l’amante; eromenos è l’amato; kleinos è l’amasio; filetora è il corteggiatore.

Ne deriva che a Creta, nell’età minoica, un "innamorato" (ovvero un guerriero) poteva permettersi di rapire un ragazzo di suo gradimento, avvisando opportunamente la famiglia del ragazzo, per portarselo per due mesi a casa sua (due mesi e non di più, prevedeva la legge!) per usarlo come amante (ovvero scudiero), trascorrendo il resto del tempo a caccia o in banchetti. Alla fine del periodo, dopo averlo ricoperto di doni (come prevedeva la legge!), lo rimandava a casa. Il ragazzo, se era stato contento e felice di essere stato l’amante (ovvero lo scudiero) di un uomo adulto, era tenuto in grande considerazione dagli altri e godeva di privilegi e di un posto d’onore nelle celebrazioni pubbliche.
Tradotto come fa l’Ambrosoli non ci possono essere dubbi, se non sbigottimento, per un’usanza che uscirebbe da ogni logica e convenzione nella storia dell’umanità. Far passare questa falsità dai Minoici agli Spartani è stato facile, dato che anche a Sparta, secoli dopo, vigevano simili usanze; anzi era il padre stesso che affidava il proprio figlio all’amico più fidato perché avesse con lui rapporti omosessuali (in realtà, com’è logico, perché lo iniziasse alle armi) e lo trasformasse così in guerriero. La Cantarella, nel libro Bisessualità nel mondo antico, arriva a dire che lo sperma dell’amante si infondeva (inspirava!) nell’amato trasmettendogli le virtù guerriere! 
Ma provate a sostituire le parole amante, innamorato, amatore, con le parole amico fidato, scudiero, compagno d’armi: il senso del brano cambia completamente e tutto diventa credibile, chiaro, comprensibile. Tant'è che poi Strabone stesso finisce per chiamare i ragazzi rapiti parastatenti che significa appunto coloro che ci stanno più vicini, ovvero i compagni d’arme! Così cleino significa prescelto e filetore, non significa l’amante ma l'estimatore.

I vocabolari di greco classico, ad esempio il famosissimo Rocci, non sanno distinguere tra le sfumature di significati arcaici, ionici, eolici ecc. da quelli post-classici e dell’età ellenistica. Per cui sarebbe opportuno scrivere un nuovo vocabolario che chiarisse il senso delle parole secondo il periodo in cui sono state usate.
L’ultima frase del passo citato dell’Ambrosoli: Queste pertanto sono le usanze di quel paese rispetto all’amore, non è presente nel testo di Strabone e probabilmente l’ha aggiunta (ma questa è malafede) il nostro impagabile traduttore.

[1] Il vago e velleitario pacifismo di gran parte degli uomini delle moderne società tecnologicamente avanzate fatica a ricordare e accettare che, fin a non tantissimi anni fa, il mondo era "afflitto" dalla casta dei guerrieri, che ne occupava un posto importante e dominante. Oggi i nostri militari professionisti spazzano le strade infangate e portano via macerie. Però il buon pacifista non si rende conto che la guerra, uno dei più grandi mali dell’umanità, continua ancora oggi a impazzare nelle mani di affaristi, politicanti, gente senza scrupoli che assolda canaglie a poco prezzo o poveri disgraziati, per perseguire, con prove fraudolenti e inaudite menzogne, appoggiate da false organizzazioni internazionali, squallidi scopi di tornaconto economico.

[2] A una commemorazione platonica io lessi un mio carme: Nozze sacre. Poiché aleggiava in essa un'ispirazione mistica, in un senso riposto, ci fu uno che mormorò: 'Porfirio è diventato pazzo'; ma egli disse, in modo che tutti potessero udire: 'Ti sei rivelato a un tempo poeta, filosofo e ierofante'. Allorché il retore Diofane lesse una sua Apologia dell'Alcibiade del Convivio platonico, in cui sosteneva l'opinione che uno debba concedersi, per apprendimento di virtù, alle voglie del maestro innamorato. Plotino scattò più volte, tutto fremente, per abbandonare la riunione. Riuscì a frenarsi; ma, sciolto l'uditorio, ordinò a me, Porfirio, di contraddire Diofane con uno scritto. Costui ricusò di darmi il suo libro; ond'io ripresi a memoria le sue argomentazioni e le confutai in uno scritto che poi lessi dinanzi ai medesimi ascoltatori riuniti. Esso piacque tanto a Plotino, che, anche durante la conferenza, continuamente soggiungeva: 'Bene, colpisci così; e splenda agli umani la tua luce”'.

[3] A. Robert Burn, Storia dell’antica Grecia, Cap. V, par. 2: Saffo e la sua epoca.

[4] Cfr. la Lex Scatinia romana, le leggi soloniane per la tutela del decoro e della gioventù, le leggi ebraiche e così via.

[5] Giovanni 20, 2

[6] 26ἀλγῶ ἐπὶ σοί

ἄδελφέ μου Ιωναθαν

ὡραιώθης μοι σφόδρα ἐθαυμαστώθη

ἀγάπησίς σου ἐμοὶ ὑπὲρ ἀγάπησιν γυναικῶν

[7] “Vi è poi a Creta un costume singolare perché non con la persuasione ma con la rapina si procacciano gli amanti (eromenos). L’innamorato (erastos), tre o più giorni prima di effettuare il divisato rapimento, ne dà notizia agli amici del giovane, ai quali sarebbe poi vergogna grandissima di nasconderlo o l’impedire ch’egli andasse passeggiando per quelle vie ch’egli suol frequentare; quasi che ciò facendo confessassero che il giovinetto sia indegno di avere siffatto amatore (erastou). Però quando costui nel grado e nelle altre qualità sia pari o superiore al giovane [da lui amato] (integrazione non presente nel testo di Strabone), gli amici e i parenti insieme raccolti non si oppongono al ratto se non leggermente o per semplice formalità, ma volentieri poi lasciano che sia eseguito. Solo quando si tratta di un amante non degno si studiano di impedirlo; ma anche in tal caso devono cessare da ogni persecuzione tosto che il rapitore abbia condotto nella propria Andrìa il giovane da lui amato. In generale poi stimano amabile (erasmion) non già chi è dotato di singolare bellezza ma chi è coraggioso e modesto. Il rapitore, dopo aver fatto parecchi doni all’amato, lo conduce in quella parte del paese ch’ei vuole, accompagnandolo però sempre coloro che intervennero al rapimento. Quivi passano in banchetti e in cacce due mesi (né è lecito tenersi più a lungo un giovinetto); dopo di che ritornano in città. Il fanciullo, nell’atto di essere accomiatato, riceve in regalo una veste, un bue e un vaso da bere. Questi sono i regali previsti dalla legge.Il giovinetto, dopo il suo ritorno, sacrifica il bue a Giove e banchetta con coloro dai quali fu accompagnato; poi dichiara se la compagnia del suo rapitore gli fu gradita o no; giacché la legge prevede che se gli fu usata qualche violenza egli possa domandarne soddisfazione e dichiararsi libero da ogni impegno contratto…Però sono invece tenuti in onore i parastatenti (come sogliono essi chiamare i rapiti). E alle corse e nei festini occupano i più onorevoli posti; e possono ornarsi diversamente dagli altri con gli abiti avuti in dono dagli amanti (eraston): e non solo mentre che son giovinetti, ma sì anche quando sono diventati uomini adulti portano una veste distinta; per la quale può conoscersi chiunque è stato cleino; giacchè i Cretesi chiamano cleino l’amato (eromenon) e filetore l’amante (erasten). Queste pertanto sono le usanze di quel paese rispetto all’amore”. Quest’ultima frase non è presente nel testo di Strabone ma è stata aggiunta dall’Ambrosoli.

 

Commenti  

# Claudio Lanzi 2017-10-02 11:02
Riceviamo da Marisa Martelli e pubblichiamo questo simpatico e brevissimo commento

Applausi e gratitudine per la sua erudita disinfezione.

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