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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Seconda parte: L’analisi dei testi di Saffo

I testi di Saffo qui esaminati, composti nel periodo arcaico della letteratura greca (VIII sec. a. C.), furono tramandati per lungo tempo solo oralmente, poi in parte oralmente e in parte scritti; e solo a partire dal IV sec. a. C. furono pubblicati.
Prima di scrivere queste note, ho consultato con grato interesse la recente pubblicazione del prof. Gennaro Tedeschi, nella speranza – in parte soddisfatta – di poter recepire nuovi elementi significativi. Per ulteriori e accurate informazioni sulla biografia di Saffo, l’ambiente storico e culturale in cui visse, la tradizione manoscritta e la storia della sua trasmissione letteraria, rimando a quanto scrive il prof. Tedeschi che qui riassumo brevemente.

"Nella Lesbo arcaica la comunicazione e la trasmissione del sapere erano orali e la sua conservazione era affidata alla memoria collettiva, anche se in Grecia la scrittura era stata introdotta da almeno un paio di secoli. In quell'ambito socio-culturale immerso nella tradizione il dono divino della memoria aveva una funzione precisa. Le uniche figure sociali a possederlo erano l'indovino e il poeta, i quali intrattenevano un rapporto privilegiato con le Muse, figlie di Memoria e Zeus. Grazie a questo legame con le divinità onniscienti che rivelavano loro la storia sacra (tutte le vicende del passato, del presente e del futuro) e li rendevano pertanto maestri di verità, essi erano gli effettivi garanti e depositari del sapere comunitario. […] I testi di Saffo furono influenzati, nella scelta degli elementi formali (ritmica, metrica, lessico) e in quella dei contenuti, anche dalle circostanze che ne determinarono l'esecuzione. Rispetto a questi criteri la sua produzione può essere distinta in tre gruppi.

Il primo comprendeva i canti nuziali, destinati alle varie fasi della cerimonia, la cui esecuzione coinvolgeva l'autrice e i coetanei degli sposi. Per questi canti, destinati a un uditorio ampio e indifferenziato, comprendente tutta la comunità che durante il percorso assisteva compatta al corteo nuziale, era impiegato un linguaggio ampiamente conosciuto, debitore della diffusa tradizione poetica, come nell'esemplare narrazione del matrimonio tra Ettore e Andromaca, che è fatta con una dizione fortemente epicizzante, frammista a locuzioni della lingua locale.

Il secondo gruppo, in cui era usato un linguaggio meno convenzionale, era costituito da componimenti in forma corale o monodica che riflettevano la vita del tiaso, ma che a volte inserivano al loro interno allusioni alle vicende pubbliche, il che fa presupporre un uditorio misto (maschile e femminile), caratterizzato da legami familiari comuni o da progetti politici condivisi. Di questo gruppo fanno parte i canti riguardanti l'ambiente intimo e domestico, come il componimento dedicato alla figlia Cleide, nel quale la poetessa parla dei tempi passati, dandole utili consigli e riflettendo incidentalmente sulle coeve vicende politiche, che l'avevano costretta all'esilio. In questa categoria rientra anche il componimento riguardante i fratelli Carasso e Larico e la preghiera rivolta alle Nereidi e ad Afrodite, nella quale la poetessa formula la speranza che il fratello Carasso ritorni felicemente dall'Egitto, restauri il perduto onore della famiglia e ricambi con il male le sventure provocate dai nemici.

Il terzo gruppo infine includeva poemi eseguiti all'interno del tiaso, nei quali si sviluppavano temi sentimentali o affettivi nell'ambito di una situazione cultuale. In questo caso l'uditorio privilegiato era costituito da fanciulle, di cui a volte conosciamo i nomi (Attide, Anattoria, Eunica, Telesippa) o più in generale da compagne. Anche se l'uditorio di Saffo fu prevalentemente femminile, la poetessa non solo rimase pienamente inserita nella tradizione, ma anche nella cultura contemporanea, adeguandosi, una volta al di fuori del tiaso, al predominante mondo maschile della società aristocratica lesbia, di cui accettava i principi etici e i canoni di comportamento sociale.

Al pari di Alceo o Alcmane, anche Saffo rivestì la funzione di “poeta tradizionale” e compose canti che desiderava fossero conservati nel tempo ed eseguiti continuamente; in altre parole mirava alla loro sopravvivenza e alla loro assunzione nel tradizionale patrimonio culturale della comunità". [1]

Ma se ho apprezzato l’ampio spettro di ricerche e di approfondimenti contestuali, storici, culturali, del professor Tedeschi, non posso dire altrettanto della traduzione, spesso, a mio parere, interpretata, e talvolta inconsapevolmente alterata o fraintesa, probabile conseguenza di un preconcetto (l’omosessualità e la pedofilia di Saffo) che dura sino ai nostri giorni e largamente impazza. A dimostrazione delle mie affermazioni riporto l’analisi di alcune liriche di Saffo inserite nella citata Antologia, limitandomi tuttavia a commentare solo quelle più complete e inerenti al tema trattato. Se anche il prof. Tedeschi riconosce per Saffo l’opinabilità dei giudizi contemporanei su un personaggio vissuto nel settimo secolo a. C., di cui conosciamo pochissimo sia da un punto di vista biografico che letterario, non esita tuttavia a riconoscerne l’omosessualità, perché essa, scrive il Tedeschi, si evince dai suoi componimenti.

Cerchiamo dunque di verificare questi “evincimenti”, se vi sono veramente o no.

Di Saffo ci sono rimasti più o meno 192 frammenti, 134 dei quali riportati nell’Antologia del prof. Tedeschi che segue a sua volta l’edizione curata da E.M. Voigt, Amsterdam 1971. Di questi 134 tralascio di analizzare tutti i componimenti frammentari (che ne costituiscono la parte maggiore e sono circa 111[2]) spesso fatti di solo due o tre parole o di non più di uno o due versi, da cui non è possibile ricavare assolutamente un senso e che non contengono alcun elemento riferibile ad argomenti di carattere erotico, amoroso, sessuale o simili. Altre 20 liriche, più complete e comprensibili, non le commento perché non contengono alcun elemento da cui “evincere” le inclinazioni erotiche di Saffo ma sono di carattere familiare, mitico o generiche.[3]

Ne restano 23 che sarebbero quelle indicate dal prof. Tedeschi come chiari riferimenti all’omosessualità di Saffo, e precisamente quelle segnate con i numeri 1 – 16 – 22 – 31 – 47 – 48 – 49 – 57 – 82a - 94 – 95 – 96 – 98a - 98b – 102 – 121 – 126 – 129b – 130 – 137 – 138 – 142 – 160.

Ode 1:

Si tratta di un inno costituito da sette strofe per un totale di 38 versi. La strofa è la strofa saffica minore, metro caratteristico della nostra poetessa. Si tratta di un metro solenne, cerimoniale, adatto alla lirica corale[4]. Ci è stata riportata da Dionisio di Alicarnasso (storico dell’età di Augusto, nato nel 60 a. C., ovvero circa sei secoli dopo Saffo) come esempio di sintesi profonda e smagliante di armonia. Essa apparteneva al primo libro dell’opera di Saffo, tutto in metri saffici. Spesso citata dagli antichi è stata suffragata anche dal rinvenimento di un papiro. E’ una preghiera ad Afrodite, protettrice del tiaso di Saffo e della città di Mitilene[5], che ha l’andamento di un colloquio tra persone senza sudditanza o timori. Saffo, o molto più probabilmente il coro che canta l’inno composto da Saffo, si rivolge alla dea con tono franco, non reverenziale, com’è caratteristica del rapporto tra l’uomo greco e romano con la divinità; atteggiamento molto diverso e lontano da quello di altri popoli per i quali la trascendenza del divino annienta l’uomo e lo mette in condizione di servitù.

Nella lirica la dea risponde all’invocazione e chiede a Saffo (la chiama infatti per nome) chi è che la fa soffrire, e la consola dicendole che la persona che ora le sfugge presto la cercherà e vorrà il suo amore, anche se Saffo non vorrà più amarla (la persona!). Saffo chiede alla dea di realizzare i suoi desideri e di essere la sua alleata.

Non c’è alcun elemento, nessunissimo (pronomi, desinenze, nomi, participi, aggettivi), che possa far pensare che chi fa soffrire Saffo sia di sesso femminile e non maschile; eppure la gran parte dei traduttori e dei grandi intenditori di letteratura non esitano ad affermare che la causa della sofferenza di Saffo è una donna, sua compagna o sua allieva.

Il prof. Tedeschi, che abbiamo preso come punto di riferimento, traduce:

Dal variegato trono immortale Afrodite, figlia di Zeus orditrice di reti, ti supplico, con ansie e tormenti non domarmi, o Augusta, nell'animo: ma qui vieni, se mai anche altre volte, udendo da lontano la mia voce, le prestasti ascolto, lasciata l᾿aurea dimora del padre venisti, dopo aver aggiogato il cocchio. Βelli ti conducevano veloci passeri intorno alla nera terra, battendo fitte le ali, dal cielo attraverso l'etere. Subito giunsero; e tu, o beata, sorridendo nel tuo volto immortale, chiedesti perché ancora una volta soffrissi e perché ancora una volta ti invocassi e che cosa soprattutto volessi che accadesse per me con animo folle. "Chi ancora una volta devo persuadere a ricondurre per te al tuo amore? Chi, o Saffo, ti fa torto? Giacché se fugge, presto inseguirà, se non accetta doni, sarà lei a darli, se non ama, presto amerà anche controvoglia". Vieni a me anche ora, liberami dagli aspri affanni, e quello che l'animo brama per me si compia, compilo, e tu stessa sii mia alleata.

Da dove spunta questo lei non presente nel testo greco? Il verso greco dice solamente:

se non accetta doni, te li darà:

αἰ δὲ δῶρα μὴ δέκετ᾿, aλλὰ δώσει,

Se non è specificato un pronome si dovrebbe intendere un amante maschio. L’arbitraria aggiunta nella traduzione italiana del pronome femminile lei è l’evidente frutto di un preconcetto. Questa forzatura non richiesta, perché assente nel testo greco, che parte dall’idea che Saffo fosse omosessuale e che pertanto chi non la ama non è un uomo, come sarebbe logico, ma è una donna, fa subito capire quale sia l’origine di tutte le dicerie su Saffo. Potremmo già fermarci qui dove appare subito chiaro il modo in cui sono stati interpretati e tradotti i versi di Saffo e gli aggiustamenti che hanno subito per far tornare i conti e avvalorare l’ipotesi che fosse una “lesbica”; ma la serietà e l’importanza dell’argomento impongono di continuare.

 Ode 16:          

4 strofe saffiche in cui la poetessa afferma che tra i tanti interessi degli uomini (la guerra, il commercio, la coltivazione della terra) a lei interessa l’amore. E’ presente il mito di Troia, Elena e la sua ardita scelta d’amore. Vi è citata anche una Anattoria che è lontana, ma non si comprende il nesso con i versi precedenti.

Alcuni una schiera di cavalieri, altri di fanti, altri ancora una flotta di navi, sulla nera terra dicono sia la cosa più bella, io invece quello per cui d'amore si è presi. È molto facile farlo intendere a chiunque; perché colei che di molto eccelleva in bellezza tra gli esseri umani, Elena, dopo aver abbandonato il pur valorosissimo sposo, andò a Troia traversando il mare, né della figlia né dei suoi genitori si ricordò affatto, ma traviò lei che era morigerata Cipride, infatti possiede una mente inflessibile e facilmente compie quello che pensa.  Così ora lei mi ha fatto ricordare Anattoria, che è lontana.

Dove si evincono gli elementi dell’omosessualità? Cosa avrebbe fatto Anattoria per suscitare il ricordo di Saffo, che scelta avrebbe operato simile a quella di Elena? A chi infatti è riferito il lei dell’ultimo verso, ad Elena o ad Anattoria? Non è detto.

Frammento 22:        

19 versi, frammenti di strofa saffica (ricordo che le integrazioni tra parentesi quadre sono supposizioni degli studiosi).

... opera ... il volto ... spiacevole ... ... no, l'inverno ... dolori... ... ti esorto a cantare

[Go]ngila, o ...anti, prendendo la delicata arpa, fino a quando di nuovo un simile desiderio voli intorno a te, che sei bella: ché quella tua veste la sbigottì a vederla, io ne sono lieta, e infatti una volta rimproverava la stessa Cipride. Come prego ... questo ... voglio ...

Da questi versi mutili e incomprensibili si evincerebbe che Afrodite rimprovera (ma non è specificato il soggetto di rimproverare) alcune fanciulle perché non si concedono alla reciprocità amorosa! E inoltre che una supposta “…ngila” sia una fanciulla oggetto delle attenzioni amorose di Saffo che la invita a cantare. A me sembra una follia! Si tratta di un clamoroso imbroglio. Dove sono scritte queste supposizioni? Si legga la nota 147 che è un vero e proprio delirio interpretativo.

147) Il rimprovero della dea è suscitato dalla riottosità delle fanciulle a sottomettersi alla norma della reciprocità amorosa, mentre la gioia della poetessa è motivata dalla nascita del desiderio nella fanciulla a cui è rivolto l'invito a cantare. Il supposto nome [Go]ngila compare anche nel frammento 95, al verso 4, ma il frammento, che anticipo, ampiamente mutilo, dice solo questo:

Frammento 95:

... Gongila ... certo un segno ...a tutti e soprattutto ... Ermete giunse ... io dissi: "O signore, non ho proprio paura. No, per la beata dea, ...  non piace affatto essere troppo agitata dalle ansie. Di essere morta il desiderio mi tiene e di vedere le rugiadose rive dell'Acheronte fiorite di loto ..."

Da che cosa si evince che la Gongila del verso 4 sia una fanciulla oggetto delle attenzioni amorose di Saffo? E quale sarebbe il senso logico di questo frammento?

Ode 31:

Ci è stata tramandata dall’Anonimo del Sublime (X, 2) autore sconosciuto appunto e forse vissuto anche lui nel I secolo a. C. Si tratta della più celebre tra le liriche di Saffo, tradotta dai più grandi artisti e poeti di tutti i tempi. E’ composta da quattro strofe saffiche a minore più il lacerto di un verso, per un totale di 17 versi. Non sappiamo se la citazione dell’Anonimo contenga il carme per intero oppure sia solo una parte di un carme più lungo. I commentatori hanno parlato di questa lirica come di un “quadretto amoroso” senza una precisa collocazione.

Mi sembra183 che sia pari agli dèi quell'uomo che di fronte a te siede e da vicino ascolta attento te, che dolcemente parli e sorridi amabilmente; questo davvero il cuore nel petto mi sbigottisce: come, anche per poco, ti guardo ecco che non riesco più a parlare, ma la lingua è spezzata, un fuoco sottile sotto la pelle si è diffuso rapidamente, con gli occhi nulla vedo, le orecchie ronzano, su di me il sudore si spande  e un tremito tutta mi cattura, più verde dell'erba sono, poco lontana dall'essere morta sembro a me stessa. Ma può capitare che tutto si può sopportare, poiché anche il povero ...

Il Prof. Pizzocaro, e moltissimi altri prima e dopo di lui, vedono in questa lirica la descrizione di un triangolo amoroso. Non so da quale elemento dei versi si può evincere che il quadretto rappresenti tre persone: un giovane davanti ad una giovane e Saffo che li guarda e prova emozioni terribili di gelosia perché lei è lesbica ed è innamorata della giovinetta. Prima domanda: perché l’uomo che sarebbe seduto di fronte alla sua amata gli sembra essere simile agli dei? La gelosia dovrebbe far dire a Saffo parole diverse. Infatti va subito detto che il “di fronte a te siede” quel te è riferito a se stessa, alla poetessa, che ha di fronte un uomo che la guarda e che a lei sembra bello come un dio e che la fa emozionare. Saffo adopera una tecnica frequentissima nella poesia lirica di parlare di sé come vedendosi da lontano. Lei (ovvero Saffo) ride, fa la disinvolta, ma dentro di sé sente il cuore sussultare ecc. con tutto ciò che splendidamente ne consegue. E il “come un poco ti guardo” successivo, è una traduzione ambigua e forzata perché il ti è riferito all’uomo e a nessun’altra perché non c’è nessun’altra donna, perché non è detto nei versi; anche se hanno provato loscamente ad aggiungervi un “o Attis” in fondo alla lirica, desunto da non so quale fantomatico scolio papiraceo, che è stato successivamente rigettato in quanto falso. Purtroppo alcuni libri di scuola e pubblicazioni importanti ancora si ostinano a riportare il nome di Attis, una delle allieve citate da Saffo, che in questa lirica non esiste da nessuna parte. Quando si fece notare la manipolazione, un filologo esclamò: “Peccato, era così bello quel nome di donna!”. Peccato, sarebbe stata la prova provata dell’omosessualità di Saffo, e invece ha rivelato l’imbroglio!

Frammento 47:        

Quasi due versi, pentametri eolici.

              

Eros mi squassò l'animo, come il vento che sul monte piomba tra le querce.

Ma dov’è l’evidente segno di omosessualità?

Frammento 48:        

Solo due versi considerati unanimemente la prova inconfutabile dell’omosessualità di Saffo

Venisti, bene facesti, io ti bramavo, portasti refrigerio nel mio cuore ardente di passione.

                 

Ma chi è che parla, a chi, perché, in che senso? Chi ha detto che sia Saffo e chi ha detto che si rivolge ad una donna e non a un uomo? Non c’è alcun elemento che possa farci capire se si rivolge a un uomo o a una donna. E se pure dovesse rivolgersi ad una donna, perché le parole non potrebbero esprimere un senso di amicizia, senza scadere nell’omosessualità? Tra l’altro la traduzione del verbo bramavo è volutamente forzata così come tutte la parola passione e altre parole del verso, frutto di un vero e proprio ingiustificato preconcetto.

Frammento 49:        

Due versi distinti ma messi insieme da Bergk grazie all'informazione di Terenziano Mauro.

Io ti amavo, Attide, tanto tempo fa ...

*******

 mi sembravi una fanciulla piccola e sgraziata.

Perché questo amore di Saffo per Attis dovrebbe essere di tipo pedofilo e non quello normale tra una maestra e un’allieva? E’ vero che viene usato un verbo forte, tipico degli amanti, ma spesso li usiamo anche noi nei confronti dei fanciulli o dei parenti. Chi scrive ha avuto più di tremila alunni, maschi e femmine; molti li ha “amati” e li ama ancora ma senza alcun palese o recondito pensiero sessuale! Riguardo al passaggio di Attis nel gruppo della rivale Andromeda, mi permetto di muovere qualche obiezione. Per chi è abituato, nel leggere i testi antichi, a far riferimento ai confronti con la mitologia, appare subito chiaro che qui si sta parlando non di una Andromeda supposta rivale di Saffo, ma di Andromeda, figlia di Cassiopea, che fu legata ad una rupe per essere data in pasto a un mostro suscitato da Poseidone per punire Cassiopea per aver osato definirsi più bella delle Nereidi. Andromeda fu liberata da Perseo che la sposò e da cui ebbe 6 figli tra cui Perse (progenitore dei Persiani) e Gorgofone, madre di Tindaro. Vedremo infatti che i Tindaridi sono citati in altri versi sempre in correlazione con Andromeda, la supposta rivale di Saffo. In realtà Andromeda è rivale di Afrodite (che nata dalla schiuma del mare ha a che fare con le Nereidi); probabilmente la divinità avrà dato il nome ad un altro tiaso concorrente con quello di Saffo. Sarebbe interessante capire quale tipo di attività proteggesse Andromeda, rispetto ad Afrodite.

Frammento 57:        

Tre versi spesso considerati prova della omosessualità di Saffo. Ognuno verifichi da sé.

Quale zoticona ti ammalia la mente ...

e chi, vestita di zotica veste ...

non sa tenere sollevati i suoi straccetti sopra le caviglie?

Frammento 82a:     

Più graziosa della delicata Girinno è Mnasidaca.

Dov’è questo altro eclatante evincimento di omosessualità?

Ode 94:          

Frammento di un papiro famoso. Strofe di due gliconei più un tetrametro dattilico.

A parere degli studiosi, questo carme è “l’evinciatore” tra i più significativi dell’omosessualità di Saffo. Per quanto mi riguarda si tratta della dimostrazione palese del vergognoso preconcetto con cui si interpretano parole affettuose tra un’educatrice e le sue allieve. Si possono notare le innumerevoli “integrazioni” di parole mutili o mancanti, tese a far dire al componimento quello che sta in testa a coloro che ne fanno l’esegesi.

Davvero vorrei essere morta. Lei mi lasciava piangendo, tra le molte cose questo mi disse: "Ahimè, come abbiamo sofferto terribilmente, Saffo, davvero a malincuore ti lascio". E io così le rispondevo: "Va', sii felice e ricordati di me, sai infatti come ti avevamo a cuore; ..." ma io voglio richiamarti alla memoria le tue parole e quante piacevoli e belle esperienze provavamo.

Molte corone di viole e di rose e di crochi accanto a me ti ponesti intorno al capo e gettasti

intorno al collo delicato molte ghirlande, intrecciate, fatte di fiori, e tutto il tuo corpo con profumato unguento di fiori abbondantemente ti ungesti e col balsamo regale. E su morbide coltri dalla delicata ... appagavi il desiderio di fanciulle ... Non c'era (festa nuziale) né santuario né ... da cui noi fossimo lontane, né bosco sacro, né luogo di danza, né strepito di crotali ...

Nonostante il forzato senso dei frammenti, restano versi meravigliosi, manifesto di una civiltà emancipata e leggiadra, di un sistema educativo raffinato e verecondo, fatto di grazia e decoro. Tutto si può sporcare con intenzioni errate e preconcette.

Ode 96:         

Papiro Berolinensis 9722, col. 5. Il papiro è parzialmente leggibile solo per i tristici centrali, gli altri sono quasi incomprensibili. Tra l’altro il nome Arignota spezzato tra il verso 4 e 5, da molti è considerato non un nome ma un participio e tradotto come “rivelata”. In tutto 35 versi che, insieme al carme 94, costituiscono il cavallo di battaglia degli evinciatori dell’omosessualità e della pedofilia della poetessa. Nulla è presente nel componimento che possa far pensare a desideri erotici e omosessuali. Piuttosto appare come un delicatissimo canto di affetto e amicizia tra compagne di studi che si sono lasciate.                                                                         

... da Sardi spesso qua rivolgendo la mente a come vivevamo insieme, fermamente considerava te simile alle dee, Arignota, e gioiva soprattutto del tuo canto. Ma ora lei si distingue tra le spose lidie come talvolta, dopo il tramonto del sole, <accade che si distingua> la luna  dalle dita di rosa sovrastando tutte le stelle: la luce diffonde egualmente sul mare salmastro e sui campi rigogliosi di fiori. La bella rugiada si spande e le rose sbocciano e i delicati cerfogli e i fiori del meliloto. Spesso si aggira, memore della delicata Attide, e nel fragile animo per il desiderio mordace quasi si divora. E andare laggiù noi ... questo non ... frequente fa risuonare ... nel mezzo. Per noi non è facile eguagliare le dee in amabile bellezza, ma tu hai ... attraverso il cielo e Afrodite a noi versava nettare da un'aurea brocca ... con le mani Persuasione... al tempio di Geresto ... amiche ... di nessun ...

Frammento 98a:      

12 versi in cui ricorda la madre e dai quali non si evincono incesti.

Frammento 98b:      

9 versi lacunosi in cui compare il nome della figlia (come sopra, non si evincono incesti)

Frammento 102:      

4 versi dove si canta l’amore per un ragazzo: ma allora era bisessuale?? Faccio notare infatti che la presenza del paidòs, incontrovertibilmente maschile, non permette alcun fraintendimento voluto o casuale. Il distico (?) ha l'andamento di un canto folclorico eseguito dalle donne durante il lavoro al telaio.

Madre mia dolce, proprio non riesco a tessere la tela: sono aggiogata dal desiderio di un ragazzo a causa della delicata Afrodite.

Frammento 121:      

Un verso equivoco (!) lo riporto:

               

Ma se ci sei amico, cercati il letto di una moglie giovane: non potrei sopportare di vivere con te, ché sono anziana.

Frammento 126:       

Un solo verso. Lo riporto senza alcun commento: lascio a chi legge il compito di giudicare. Notare

tuttavia la nota 618 di commento:

…dormendo sul petto di una delicata compagna.

(618) Si tratta di una situazione omoerotica (Treu, Burzacchini) cfr. Theogn. 1063s., nonostante lo scetticismo di Page e di altri che pensano sia un frammento estrapolato da un epitalamio (Welcker, Kaibel).

 

Frammento 129b:    

Un verso veramente equivoco! E’ citato da Apollonio Discolo a proposito della parola emethen.

... o qualcun altro tra gli uomini ami (più) di me ...

 Frammento 130:      

Due distici messi insieme ma non è spiegato il perché. Uno dei celebri evincimenti dell’omosessualità di Saffo. Di Andromeda abbiamo già detto, così per Attide. Li riporto:

Ancora una volta Eros, che le membra scioglie, mi squassa, dolceamaro irresistibile rettile

***

...Attide, ti venne a noia darti pensiero di me e voli da Andromeda.

Frammento 137:      

I due versi citati da Aristotele si prestano a diverse e contrastanti interpretazioni. Non si evince l’omosessualità di Saffo; piuttosto il contrario:

- Voglio dirti qualcosa, ma il pudore me l'impedisce ...

- Ma se desiderassi cose onorevoli e belle, e la lingua non agitasse qualcosa di brutto a dirsi, il pudore non velerebbe il tuo sguardo, ma parleresti di ciò che è giusto.

Frammento 138:      

un frammento di due versi. Anche qui l’interlocutore è maschile (bisessualità?):

... fèrmati qui davanti a me, mio caro, e mostra la grazia che ti posa sugli occhi ...

Frammento 142:      

Il frammento, se contestualizzabile, testimonia che l’amore di Saffo verso le sue compagne era solo amicizia. In un altro frammento si afferma infatti che l’amore per le sue compagne era simile a quello di Latona con Niobe. Da notare l’uso della parola etairai, ovvero etère, che appunto al tempo di Saffo significava compagna, amica e nei secoli successivi ha assunto anche altri e diversi significati.

Latona e Niobe erano carissime compagne.

Frammento 160:        

Questo verso è citato da Ateneo, XIII, 71 d, per la parola etairais, che significava appunto compagne e non amanti.

Questi versi intonerò con arte per dilettare le mie compagne.

Conclusione seconda:

L’analisi obiettiva, priva di preconcetti, senza forzare il senso delle parole o mettere insieme frammenti presi da fonti diverse, senza integrazioni assurde e strampalate, denota inequivocabilmente l’assurdità delle dicerie su Saffo.

Il lettore scrupoloso che avrà avuto la pazienza di leggere sino a qui, dica chiaramente se ha trovato un verso, uno solo, da cui è possibile affermare che Saffo fosse pedofila o lesbica. Mi pare piuttosto una vergogna infangare in questo modo, travisando e deformando il senso delle parole, una donna meravigliosa come Saffo e ancora più vergognoso che nessuno si sia adoperato per difenderla.

Se dunque le cose stanno così, chi restituirà alla povera Saffo la sua onorabilità?

 

[1] Gennaro Tedeschi, Saffo, Frammenti, Antologia di versi. Ed. Univ. Trieste 2015

[2] 3- 4 – 6 – 7 – 16° - 18 – 19 – 20 – 21 – 23 – 24 – 25 – 26 – 27 – 30 – 33 – 35 – 36 – 37 – 38 – 39 – 40 – 41 – 42 – 43 – 44b – 44Ab – 46 – 50 – 51 – 52 – 53 – 54 – 58° - 58b – 58c – 58d – 62+71,8 – 63+87 – 64° - 67° - 68b+69 – 73° - 76 – 84 – 88 – 100 – 103 – 103b – 103c – 104 – 105 – 105° - 105b – 106 – 107 – 108 – 109 – 110 – 111 – 112 – 113 – 114 – 115 – 116 – 117 – 118 – 120 – 122 – 123 – 124 – 125 – 127 – 128 – 150 – 151 – 152 – 153 – 154 – 155 – 156 – 157 – 158 – 159 – 161 – 162 – 163 – 164 – 166 – 167 – 168 – 168° - 168b – 168c – 172 – 176 – 185 – 188 – 190 - 192

[3] 2 – 5 – 9 – 9° - 15 – 17 – 32 – 34 – 44 – 55 – 56 – 68+70+75° - 81 – 86+60+63 – 90 – 99aLP – 101 – 140 - 141

[4] Sarà questo il metro adoperato da Orazio per le diciassette strofe del Carmen Seculare che celebrò il millennio di Roma.

[5] Nelle città della Grecia arcaica, soprattutto nelle colonie dell’Asia Minore, isolate dalla madre patria ed esposte all’ostilità delle popolazioni locali, tra l’ottavo e il sesto secolo a. C. esistevano associazioni in cui i partecipanti si legavano tra loro con un giuramento di reciproca assistenza. Si trattava di associazioni diverse, specie di aristocratici, con comuni interessi militari o religiosi. Talvolta erano vere e proprie associazioni politiche che alimentavano le lotte tra le famiglie nobili. Quelle costituite dai maschi si chiamavano eterie, quelle femminili erano i tiasi. La fazione che vinceva la contesa aveva poi il comando della città e il capo dell’eteria vittoriosa era il tiranno. Queste associazioni si ispiravano ad analoghe esistenti secoli prima a Creta i cui membri erano distinti per cittadinanza. Saffo dirigeva un tiaso dedicato ad Afrodite.

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