Cerca nel sito

poliedro home2

 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

Login (per commenti o acquisti)

Registrazione Newsletter

Adorno della bellezza incorruttibile di uno spirito dolce e silenzioso»[1]

 

 «Padre, io ti chiedo lo Spirito Santo che illumini la mia mente,
 purifichi i miei sensi,
penetri con l’amore il mio cuore.
Prego lo Spirito Santo che apra tutto il mio essere
e mi renda capace di cogliere,
attraverso il visibile,
l’invisibile dell’Icona del Tuo Figlio.
Donami poi, o Signore,
la forza di diventare io stesso icona di Lui.
Amen».

Preghiera dell’iconografo

Bello estetico e bello teologico: l’icona luogo di Bellezza teofanica

In un manoscritto del Monte Athos si trova espressa con forza la necessità della «preghiera con le lacrime, affinché Dio penetri per l’anima» dell’iconografo[2]. L’icona, costituita da una tavola di legno stagionato su cui viene stesa una tela poi ricoperta da vari strati di gesso, non va confusa con la pittura a soggetto religioso presente in Occidente. Non può essere vista come una semplice raffigurazione del mondo operata in chiave spirituale dall'artista, bensì va considerata quale «luogo della presenza di Dio e canale privilegiato di Grazia»[3], la cui essenza è fondata «nel cuore stesso della fede cristiana, cioè nel mistero dell'Incarnazione del Figlio di Dio»[4]. Non si tratta dunque di un'immagine in cui l'iconografo cerca di esprimere il proprio pathos religioso, ma piuttosto della risposta ai quesiti esistenziali e spirituali che l'uomo è chiamato ad affrontare nell'itinerario della vita. A chi si pone di fronte a queste opere lignee, dai tratti coì essenziali da apparire, talvolta, grezzi e privi di senso estetico, può rivelarsi «la visione di una pace infinita, stabile, indistruttibile, una "pace dall'alto", dal Mondo delle beatitudini. All'inimicizia e all'odio dovunque regnanti si offre un'unione reciproca che fluisce in un eterno e silenzioso dialogo, nell'unità eterna delle sfere supreme»[5].          Il bisogno dell'uomo di vivere pienamente un cammino spirituale ed esistenziale, costellato di difficoltà e di prove dolorose da superare, porta alla ricerca di una presenza vicina e sensibile, al tentativo di costruire giorno dopo giorno un rapporto personale con la divinità. La venerazione delle icone non si riduce alla contemplazione di un'immagine sacra, anzi si fonda «non solo sul contenuto stesso delle persone o degli avvenimenti in esse raffigurati, ma sulla fede in questa beata presenza»[6]         

Per comprendere meglio le connotazioni specifiche dell'icona, che la distinguono radicalmente da qualsiasi altro dipinto, anche da quello legato all'ambito religioso, è forse opportuno richiamare alcune considerazioni formulate da L. A. Uspenskij riguardo al concetto di bellezza presente nell'arte occidentale e in quella iconografica. Nella rappresentazione pittorica, sia che si consideri l'autore dell'opera o il fruitore di questa, risulta evidente che ad affermarsi, in modo cosciente oppure irriflesso, è «la personalità umana»[7]. In questo caso la capacità espressiva dell'artista e la sua abilità nel servirsi di colori e di tecniche particolari assumono la massima importanza, mentre il contenuto della realizzazione pittorica viene ritenuto secondario. L'iconografia si presenta come un'arte decisamente contrapposta all'esaltazione della libera creazione del pittore. Secondo L. A. Uspenskij, «la bellezza di un'icona [...] è espressa dall'artista soggettivamente, secondo il rifiuto cosciente del suo io, che si annulla di fronte alla Verità rivelata»[8]. Se nella pittura occidentale, sia profana sia religiosa, prevale il «culto del personale, dell'esclusivo e dell'originale»[9], l'iconografia può essere definita un linguaggio espressivo allusivo e simbolico del divino, la cui intenzione «non è di provocare né di esaltare in noi un sentimento umano naturale. [...] Il suo fine è di orientare verso la Trasfigurazione tutti i nostri sentimenti, così come la nostra intelligenza e tutti gli altri aspetti della nostra natura, spogliandoli di ogni esaltazione che non potrebbe che risultare negativa e nociva»[10]. La venerazione dell'icona, ampiamente diffusa soprattutto presso il popolo russo, non va perciò considerata quale semplice devozione ad un'immagine votiva[11]. Attraverso la contemplazione dei colori e dei soggetti rappresentati il fedele può cogliere una realtà diversa da quella umana, ossia la presenza di Dio: Non venero la materia, ma venero il Creatore della materia, che per me si è fatto materia, che ha assunto la vita nella materia e per mezzo della materia ha realizzato la mia salvezza.[12]
L'icona non ha un valore puramente didascalico o estetico, bensì intende essere un tramite reale della Rivelazione. Secondo la Chiesa ortodossa russa, l'immagine sacra non può essere disgiunta dall'essenza stessa del cristianesimo, anzi ne costituisce «un attributo indispensabile»[13] in quanto conseguenza dell'Incarnazione: In memoria perenne della vita nella carne del nostro Signore Gesù Cristo [...] noi abbiamo ricevuto la tradizione di rappresentarlo nella sua forma umana, cioè nella sua Teofania visibile, ben sapendo che in questo modo esaltiamo l'umiliazione del Verbo di Dio.[14] La dimensione estetica si perde quasi totalmente a favore di quella teologica e l'icona viene ad essere immagine anticipatrice dell'eschaton, della piena realizzazione del progetto di Dio sull'uomo. A sua volta, l'iconografia diventa «arte ecumenica»[15], capace di generare un'unità fondata sulla fede e sulla santità.

Fai il LOGIN o REGISTRATI per inserire commenti