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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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La immensa ammirazione che abbiamo per il Dalai Lama e per il buddismo tibetano, testimoniata da molti anni di studio e di pratica, sia nostra che di tanti amici e soci di Simmetria, ci spinge ad ospitare volentieri questo articolo “controcorrente” che proviene da uno dei nostri più antichi ed efficaci collaboratori (v. Simmetria n° 2-3-4). L’articolo propone una visione provocatoria, fuori dagli schemi consueti, dalla quale si evince come la legittima difesa dei diritti del Tibet venga, spesso e volentieri, sottilmente strumentalizzata a favore del disconoscimento della sacralità, della spiritualità e della religiosità. C.L.

altAi più, in occidente, Sua Santità Tienzin Gyatso, (XIV Dalai Lama), appare come una specie di ‘papa’, esule dalla sua terra per colpa dei comunisti cinesi.
Un “papa” buono, affabile, che non ammonisce e non si intromette negli affari degli stati sovrani, che non cerca proseliti e evangelizzazioni, che non scomunica nessuno, che nelle sue conferenze parla di tanti buoni sentimenti e di non violenza oltre che delle “pratiche” proprie del sistema filosofico-religioso di cui è il massimo esponente.
In sostanza una brava persona, capo spirituale di coloro che si professano buddisti in ogni parte del mondo.
Il suo andare in giro è visto simile a quello del pontefice cattolico, ma di “qualità” nettamente superiore, non solo per i motivi sopra detti, ma anche per la richiesta, in modo mite, di appoggiare la sua lotta affinchè il suo popolo non venga perseguitato, la sua cultura distrutta, e che egli stesso possa tornare liberamente in Tibet.

Naturalmente questa posizione è fortemente appoggiata da tutti coloro che si ritengono buddisti, da tutti i progressisti di tutto il mondo occidentale, che ne fanno un punto d’onore e di distinzione, e ultimamente, anche da coloro che hanno condiviso e/o condividono le idee laiche, socialiste e comuniste, (ovviamente improvvisamente dimentichi della sorte di tutte le tradizioni religiose o spirituali, in paesi, fino a vent’anni fa, chiamati fratelli) oltrechè si spera, da tutti gli uomini di buona volontà.
La cosa però che ci sembra stonare nella lettura di resoconti, commenti, giudizi su questa vicenda, è la buona dose di ipocrisia che aleggia, perfino nel parteggiare per una causa giusta come quella Tibetana.
Infatti quel che è rivendicato come un atto di coerenza doveroso in rispetto di principi universali di giustizia, libertà, dignità dell’uomo, libertà di dissenso etc. etc. viene immediatamente negato in altre occasioni simili se non uguali.
Tralasciamo ovviamente valutazioni di tipo spirituale, di analisi e comparazione di tradizioni, di storia della tradizione storica buddista con le sue luci ed ombre, di non violenza e illuminazione e pratiche (termini questi ultimi di cui sono innamorati gli occidentali come lo sono della cosiddetta “marcia della pace” di Assisi).
Quanto è à la page e piena di contraddizioni questa fervorosa quanto superficiale simpatia per il Dalai Lama!

E facciamo un esempio antipatico:
Era il papa cattolico sovrano temporale, come usa dirsi, fino al 20 settembre 1870? Lo era.
Era il Dalai Lama sovrano teocratico di un paese chiamato Tibet fino al 7 ottobre 1950 ? Anche.

Lo stato piemontese rivendicava la soppressione dell’autonomia politica e territoriale di alcune regioni d’Italia, organizzate in Stato pontificio, per ricongiungere al progetto dell’unità d’Italia queste regioni? Sì.
La Cina rivendicò l’appartenenza al territorio cinese  del Tibet, rivendicando l’unità politica del territorio? Sì.
Aveva meno diritti sul Tibet, di quanti non ne avessero lo stato piemontese e i movimenti risorgimentali sullo stato pontificio? A rigor di logica e di storia sembra proprio di no.

Lo stato pontificio è durato più o meno 1500 anni, lo stato teocratico tibetano altrettanto, e nel corso della loro storia ambedue hanno visto invasioni, interruzioni di potere, difesa dei rispettivi confini, come qualsiasi altro stato sovrano.

Dicevano i fautori dell’unità d’Italia che, oltre a realizzare il progetto politico dell’unità d’Italia, si trattava anche di sottrarre alla perniciosa influenza del papato e della chiesa cattolica le masse italiane, gestite da tale potere nel segno dell’ignoranza, della superstizione e dell’arretratezza (viene ripetuto ancora oggi….)? Sì
Sostenevano, Mao e il potere cinese, in linea con la tradizione ideologica di riferimento secondo la quale la religione è oppio dei popoli, che bisognava “liberare il Tibet dalle influenze imperialiste” e sradicare dalle masse l’ignoranza, la superstizione e l’arretratezza dovuta alla caratteristica di essere un paese governato da una teocrazia? Sì
Fin qui le analogie sono tali e tante che è inutile perfino fare citazioni di qualsiasi tipo.

Poi…

Una volta realizzata l’Unità d’Italia, tramite le leggi del nuovo parlamento italiano si cercò di attuare un programma volto a limitare e possibilmente sradicare l’egemonia cattolica in Italia.
Già nel l855 il Re piemontese firmò un decreto del Parlamento che sopprimeva gli Ordini contemplativi e gli Ordini mendicanti, cioè Francescani e Domenicani, con la motivazioni che questi Ordini religiosi erano ormai inutili, i loro membri non lavoravano, non producevano. Lo Stato risorgimentale poteva benissimo fare a meno di loro.
Nel 1861 si possono contare 70 vescovi rimossi dalla loro sede o incarcerati, centinaia di preti in prigione, 12.000 religiosi e suore che vivevano nel Sud appena annesso al Piemonte sbattuti fuori dai conventi. 64 sacerdoti e 22 frati fucilati, perlopiù in Meridione. Dopo la presa di Roma, si registrano ben 89 sedi vescovili vacanti in tutta Italia. I vescovi nominati dal Papa non possono prendere possesso delle loro chiese perchè lo Stato unitario lo impedisce.
Nel 1871 la sinistra liberale, allora all’opposizione, avrebbe voluto che la Chiesa fosse trattata come un’associazione privata, voleva cioè la nomina statale dei vescovi, si era già scordata di Cavour (una libera Chiesa in libero Stato) ma la supremazia dello stato verso tutte le religioni, era contro indennizzi e assegni annui al Papa.
Prevalse così la via di mezzo della Legge delle guarentigie che regolò unilateralmente i rapporti con la Chiesa, riconoscendo l’autorità religiosa del Papa, concedendogli un assegno annuale e l’uso, ma non la proprietà, di Vaticano, Laterano e Castel Gandolfo, fissò l’assegno mensile (o congrua) per i membri del clero, il diritto (bontà loro) a nominare i vescovi in tutta Italia e non solo nel territorio dell’ex stato pontificio, rinunciando al loro giuramento di fedeltà al re. Il papa non era responsabile davanti alla giurisdizione penale italiana, poteva ricevere diplomatici accreditati, disporre di una guardia, di telegrafo e di corrieri diplomatici.

 E in Tibet? Invaso il Tibet tra il 1950 e il 1951, la Cina propose un patto in 17 punti che venne firmato sotto la pressione cinese (cannonate e truppe di occupazione), per certi versi analoga, nello spirito, alla legge delle guarentige. Ma essendo il Tibet un po’ più vasto di S.Pietro, tale patto voleva anche introdurre delle riforme, ovviamente di stampo  marxista leninista (tra le quali postazioni militari permanenti e discarica di scorie nucleari). Poiché alcune riforme del nuovo governo, tra le quali quella di una redistribuzione delle terre, sarebbero risultate impopolari, queste vennero proposte solo nelle regioni più periferiche del Kham orientale e nell'Amdo. Qui, nel 1959, con il supporto, ormai riconosciuto, della CIA, venne organizzata una rivolta che venne stroncata provocando decine di migliaia di morti. Tenzin Gyatso (XIV Dalai Lama) e altri funzionari del governo si esiliarono in India, ma sparuti gruppi di resistenza continuarono la lotta in patria fino al 1969. Nel 1965 venne creata la Regione Autonoma del Tibet.

Durante la Grande rivoluzione culturale, i cinesi organizzarono campagne di vandalismo contro monasteri e siti simbolo della cultura tibetana. Dal 1950 venne distrutta la quasi totalità dei monasteri, oltre 6.000, di cui molti secolari. Circa 1.200.000 tibetani vennero uccisi. Si tratta comunque di stime, in quanto non furono diffusi rapporti ufficiali e i tibetani non erano in grado di potere verificare con esattezza il numero. Anche gli arrestati furono molte migliaia. Anche oggi si contano tibetani, soprattutto monaci e monache, nelle carceri cinesi per reati politici legati alla richiesta di indipendenza. Infine, con grandi esodi di massa di coloni cinesi, si cerca attualmente di rendere la popolazione tibetana, “minoranza etnica”.

Ci sembra poter affermare che solo la tradizione bimillenaria del nostro paese, Romana e Cristiana, ha permesso che certi passaggi epocali di crisi avvenissero in modo più temperato, e senza altissimi costi umani e con limitate distruzioni delle tradizioni.

E adesso facciamo fantastoria.

“… Dopo il 1870 al Papa di Roma venne chiesto di rinunciare ai suoi pretesi diritti, mentre tutt’intorno venivano distrutte chiese, chiusi monasteri, e chi si ribellava (metti: come i briganti meridionali) doveva soffrire un’autentica repressione,
A questo punto il Papa di Roma, temendo per la sua incolumità si trasferì in Svizzera, dove per la neutralità del paese, era più sicuro vivere. A questo punto però si scatenò una vasta repressione nei confronti di tutto ciò che facesse riferimento alla Chiesa cattolica, fino a vere proprie distruzioni di tradizioni millenarie.
Il Papa allora si costrinse a girare il mondo, nazioni, visitare  capi di stato, che per motivi di opportunità politica o per convinzione fossero d’accordo ad appoggiare le sue richieste, che si possono riassumere a) nel riconoscimento dello stato autonomo pontificio, sia pure ridotto al solo Lazio, e  b) la conservazione delle tradizioni cattoliche.
Ma voi sapete che il potere politico assolutamente anticlericale e antireligioso denunciò queste richieste come separatiste e minacciose dell’unità territoriale italiana, e protestò con gli stati che ricevevano il papa come un’autorità non solo religiosa ma anche temporale…”

La domanda è: ma siamo sicuri che tutti coloro che nel mondo occidentale e in Italia, gli Odifreddi come i Flores d’Arcais come i radicali, come gli ex comunisti, difenderebbero la libertà di un papa siffatto di andare in giro a rivendicar diritti? Loro che ad ogni parlar di un papa o di un vescovo, protestano per l’ingerenza? E le fantomatiche masse democratiche, che nelle loro varie gradazioni di intelligenza sono tutte con il Dalai Lama e contro Ratzinger, sosterrebbero le stesse tesi? Ma come potrebbero?

Dicono i cinesi: il leader spirituale buddista è un “pericoloso separatista”, finanziato dai paesi occidentali, in particolare dagli USA, impegnato più a cercare di liberare il Tibet che a promuovere la propria missione spirituale.
Lo stesso Dalai Lama nella propria autobiografia parla di finanziamenti CIA al movimento Tibetano, in particolare nel periodo di guerra fredda, fase storica che vedeva impegnata l’America a sostenere tutti i movimenti contro i diversi regimi comunisti nel mondo.
Non si diceva lo stesso da parte degli stessi progressisti, almeno da una buona parte di loro, negli anni 80 di Giovanni Paolo II a proposito di Solidarnosc e della lotta contro il regime da parte dei cattolici?

Cosa è cambiato?

Inoltre i cinesi  alla notizia della possibile indicazione da parte del Dalai Lama del proprio successore, hanno incaricato il proprio portavoce ufficiale per gli affari internazionali, di sostenere  come “questo atto violerebbe le regole della religione tibetana e i rituali millenari sulla reincarnazione del Lama”.
Naturalmente i progressisti indignati respingono l’idea che il regime cinese possa arrogarsi il diritto di dettare o interpretare regole religiose, e indicare il successore del Dalai Lama, che è un evidente tentativo di sottoporre l’autorità spirituale a quella temporale per farne un “instrumentum regni”.
Che strano! In Italia gli stessi hanno da ridire (ma anche il fruttivendolo cattolico praticante e il meccanico ateo sotto casa) che il papa abbia concesso la semplice possibilità che si possa liberamente celebrare una messa in latino…

Cosa si ricava da ciò? Che  giornali, giornalisti e tv, che sono purtroppo gli unici “formatori” e  “informatori” dei loro utenti, sono sia in cattiva come in buona fede, gli agenti sistematici della disinformazione, ma soprattutto delle notizie in linea con il “trend culturale” che si batte per la distruzione del sacro, perfino quando dicono di appoggiare il Dalai Lama, cioè un capo spirituale che rivendica un’autorità, anche temporale, e non si piega al potere secolare.
Il problema sta nel non rivendicare con onestà intellettuale la propria visione nel dare notizie, nel chiedere mobilitazioni di coscienze, adesioni, firme etc.(a proposito di appelli alla solidarietà: come mai sono scomparse le kefie all’improvviso dappertutto….?).

Si vuol dire che se qualcuno ha cambiato idea sulla possibilità che esista uno stato teocratico avrebbe il dovere di dirlo mentre chiede l’appoggio al Dalai Lama, e avrebbe anche il dovere di dire che sostiene il Tibet e non, per esempio, i Talebani, perché esprime un giudizio di valore netto, chiaro, argomentato.
Perciò si impone una domanda:  tutti i nostri amici occidentali, sinceramente buddisti (che spesso, in omaggio ad un’antiamericanismo di maniera, sono dispiaciuti che l’Iran di Komeini sia così teocratico, e che i talebani siano un po’…selvaggi), sono consapevoli di reclamare uno stato, sì uno stato teocratico per il Dalai Lama, contro il legittimo stato cinese, mentre aborriscono l’idea che un Papa in Italia intervenga su questioni di principio e partecipi al dibattito su questioni spirituali per tentare di orientarle?

Si vuole un esempio fresco? Il Dalai Lama è stato invitato in Italia nelle scuole a parlare, a destra e a manca. Movimenti studenteschi e un gruppo di ben 70 fisici universitari, sicuramente sensibili al problema del Tibet, chiedono a gran voce e minacciano sfracelli se Benedetto XVI si presenterà, ancorché invitato dal Rettore, all’università La Sapienza, di Roma, perché “oscurantista, reazionario e medievale”, come recita il loro appello alla mobilitazione. La Sapienza! Nata Roma il 20 aprile 1303 per volontà di papa Bonifacio VIII, perché sicuramente anche lui “oscurantista, reazionario e medievale” (Dante lo mette addirittura all’Inferno).

Accipicchia! Che coerenza! Che buoni sentimenti di giustizia, libertà e non violenza!

Le conclusioni sono due e valgono ovviamente anche per il cattolicesimo o qualsiasi tradizione religiosa o metafisica: di quale buddismo si parla e si straparla in occidente (da Richard Gere a Fausto Bertinotti, da Maria la mia vicina, a Roberto Baggio)?
Chi avrà il coraggio di smascherare, parlando evangelicamente con il sì sì  no no, l’attacco sistematico al sacro e alla tradizione sotto le molteplici forme con cui si realizza?

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