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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Credo che molti suoi allievi e la stragrande maggioranza dei suoi pazienti lo ritenessero immortale, una specie di Highlander italiano che ha attraversato un secolo di storia.

A centouno anni si è spento  il Professor Antonio Negro, luminare della medicina omeopatica a cui ha dedicato la vita intera con lo spirito e l’umiltà di chi si sente investito di una missione.  Non voglio, in queste righe parlare del suo spessore di medico e professionista, né dei suoi illustri pazienti,  papi e personaggi importanti da lui guariti: ciò che del prof. Negro mi ha colpito e che qui vorrei ora ricordare, era lo spessore umano e la sua umile grandezza.

Ho cominciato a seguire le cure del professore una decina di anni fa, quando, già novantenne, era ancora tanto richiesto dai suoi pazienti che era difficilissimo poter prendere un appuntamento con lui. Entrare nel suo studio accogliente era come fare un percorso a ritroso dall’esterno alla propria interiorità. Finestre oscurate a non turbare la concentrazione, lume dalla luce calda, poltrona comoda, libri da tutte le parti, crocefisso alla parete e quest’uomo gentile dai capelli candidi, piccolo, curvo per l’età, che con un sorriso sereno, immancabilmente chiedeva: “Gentile signora, cosa posso fare per lei?”

Iniziava  così la sua visita medica:  era quasi come essere presi per mano e portati ad affacciarsi a quella finestrella che dà sul nostro  piccolo cortile interno,  dove riponiamo e seppelliamo gran parte di noi stessi presi dallo stridere di catene del nostro quotidiano. Poneva domande a volte strane, apparentemente senza senso, ma ogni domanda spingeva il paziente a guardarsi dentro, prima timidamente e poi, incalzato dal ripetersi delle stesse, in modo più deciso, arrivando a prendere dal nostro angolo remoto quella risposta che lui già aveva intuito.  Ho avuto spesso modo di stupirmi della sua acutezza e capacità di leggere nell’animo umano, quando, prendendo la mano del paziente nella sua, sembrava leggere non le linee della vita, ma tracce della salute psicosomatica di chi gli si affidava per una cura. Il segreto della sua capacità intuitiva non era da ricercarsi solamente nei suoi studi o nella sua vastissima esperienza: il suo segreto, a mio avviso, era quell’apertura del cuore che, da uomo di fede e profonda spiritualità, lo portava ad accogliere ed ascoltare il paziente con un’empatia che non si impara sui libri e che sfugge alla logica dell’arida medicina ufficiale frastornata da protocolli e freddi macchinari di diagnostica che gelano l’anima del malato. Era un uomo di conoscenza, anteposto all’uomo di scienza che a furia di guardare vetrini si è perso la bellezza e la perfezione della totalità dell’essere umano per sminuzzarlo in organi e arti apparentemente slegati tra loro.

Ho appreso che le sue intuizioni lo portarono a trovare un rimedio omeopatico importantissimo, il SULFUR, ioduro di zolfo, utilissimo in tantissimi disturbi e rimedio costituzionale per una delle tipologie di persone individuate dall’omeopatia. Proprio lo zolfo che, con il sale e il mercurio, è parte importantissima dell’alchimia,  mi fa pensare che, attraverso tanti percorsi e insospettati rivoli, la conoscenza viene sempre allo scoperto e soffia lì dove una bella mente e un cuore aperto sono pronti ad accoglierla per porla a servizio dell’uomo e a maggior gloria di Dio.

Elisabetta Moroni

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