Non esiste via iniziatica o percorso spirituale che non debba imbattersi con questo termine spinoso e ormai totalmente equivoco.
Purtroppo l’esproprio semiologico che la cultura moderna ha operato su molti termini con una radice spirituale, al fine di ridurli all’aspetto più “illuministico” e giacobino, non ha risparmiato neanche questo.
Il termine reale ha una radice nel latino medievale realis, da res, (cosa, bene o affare). Spesso il termine reale viene confuso con regale che deriva dal radicale indoeuropeo rex-regis (ovvero reggitore, simile anche al raja indiano, ecc.). In effetti la semiologia opera delle precise distinzioni: la derivazione da rex dovrebbe originare soltanto regale e non reale come traslitterazione italiana, ma ormai sempre più spesso si assiste ad errori semantici del genere. Il termine realizzazione, derivando dunque da res indicherebbe che si sta parlando di cose, di beni umani o trans-umani. In tal senso la realtà di una cosa dovrebbe essere un rafforzativo, ed indicarne la verità. Mentre la regalità è propria di una valenza, esplicita od occulta, caratteristica della centralità del rex, la realizzazione indica il “compimento” della realtà attraverso l’opera umana o celeste.
L’imbarbarimento consumistico del termine res, ha fatto si che la realizzazione sia diventata sinonimo di successo, di affermazione, di positivo rapporto fra impiego e guadagno, di risultato ottimale fra tempo investito e soluzione del problema, di affermazione sociale e individuale, di “possesso” della cosa desiderata, e così via, svilendo la portata assai più ampia del termine originale.
Tale esproprio indebito ha ovviamente una ricaduta sul piano spirituale, al punto che, molte volte, gli adepti, vecchi e giovani, di “discipline” più o meno tradizionali, s’interrogano sulle “tappe realizzative”, cioè sulle manifestazioni “visibili” a riscontro ed evidenza dell’opera compiuta, e si preoccupano di avere dei testimoni, degli specchi, delle gratificazioni, delle “cose” (appunto), che attestino il progresso compiuto, in una acquiescenza intellettuale forse inconsapevole, verso la massificazione consumistica di tale termine.
Questa deformazione, a nostro avviso, è stata più volte favorita anche in chiave alchemico-ermetica, quando, a partire dal rinascimento, un’accentuazione chimica delle cosiddette fasi dell’opera (dovuta probabilmente al parossistico plagio operato da centinaia di imbonitori nei confronti dei pochissimi veri alchimisti) ha contribuito non poco ad incrementare la confusione sul senso e sullo scopo del cammino ascetico, iniziatico e realizzativo.
E’ invece più difficile attribuire tale responsabilità ai filosofi-medievali, che lasciavano ben intendere il substrato simbolico ma soprattutto anagogico che sorreggeva le loro descrizioni mito-ermetiche (a partire da Dante, da Boccaccio e, ancor prima, da tutti i filosofi sufi e giudaico-cristiani che animarono i filoni ermetici e mistici di mezza Europa e, per ricaduta, anche quelli alchemici).
Ma, sfidando un poco alcune opinioni correnti, mi sentirei di dire che, proprio ad iniziare dalla fine del XV secolo, insieme alla riscoperta entusiastica del mondo classico, si sviluppa anche un piccolo tarlo di degenerescenza che, dietro la “scusa” magica e antropocentrica, porta sempre più verso la ricerca del potere, con una forma mentis sempre più mercantile. A tale forma mentis contribuiscono non poco le ormai affermate “gilde” che si appropriano progressivamente dei feudi gentilizi, dei vescovadi, e, senza averne lo “ius”, dei patrimoni sapienziali in essi contenuti.
 
Il medioevo, in realtà, non aveva un gran bisogno di creare “ermetismi” perché la potente ascesi religiosa medievale che coinvolge ed unisce tutta l’Europa e parte del Medio Oriente, è “naturalmente” un crogiolo ermetico, in un evidente connubio fra mistica e gnosi. La cherche du Saint Graal, il pellegrinaggio, le guerre Sante, le iniziazioni dei monaci e dei cavalieri, la costruzione delle grandi cattedrali, ecc., ripropongono costantemente un perfetto percorso “realizzativo”, mostrato splendidamente dai romanzi d’amore e guerra, dai racconti trovadorici, dalle agiografie religiose del tempo e non solo dai trattati “specificamente” magici o alchemici.
Non esiste l’angoscia, tutta moderna, di separare il mistico dall’ermetista. I conventi, i vescovadi, i feudi, ospitano frati e laici alchimisti, ermetisti, e… mistici, che studiano insieme gli antichi codici, pregano, e preparano le medicine per il corpo e per l’anima.
Sotto questo profilo la spiritualità medioevale è un libro aperto, e fin dai tempi di Alfonso “El Sabio” ogni poesia, ogni trattato, si propone con molteplici chiavi di lettura; aperte apparentemente a tutti, in quanto la partenza è animata da fervore ed amore, ma presto il cammino diventa spietatamente selettivo, diventa ascesi purissima, contrassegnata da una costellazione di trasformazioni a cui pochissimi accedono. Il medioevo, in questo modo sviluppa una gerarchia naturale. L’iniziale timore benedettino a destinare tempo allo studio, trascurando la meditazione e la contemplazione, si trasforma in un vero e proprio “sistema” operativo in cui tutto l’iter iniziatico del monaco appare come una vera e propria operazione alchemica che presto verrà estesa nelle potentissime “confraternite”.
Quando, dopo il XIV secolo, scompare l’anonimato medievale, principio d’ogni autentica ascesi, inizia la fioritura dei canonici smaniosi d’emergere, dei rampolli di famiglie mercantili a caccia dell’oro solubile o ancor meglio, di quello… in lingotti, e inizia il “collage” fra opere ermetiche e trattati alchemici. E, soprattutto, dal simbolismo “immediato” del medioevo si inizia a arzigogolare con le parole e con i processi, a volte nascondendo la sapienza nell’umiltà, altre, forse, nascondendo la…. presunzione nell’ignoranza.
Lungi da me la pretesa di voler spiegare in poche righe qualcosa di una disciplina e di un excursus meta-storico per il quale sono necessari ben altri approfondimenti (e sicuramente non solo testuali) ma, da quel poco che, per necessità, viene travasato da un sistema ad un altro, possiamo forse limitarci ad alcune considerazioni sul rapporto fra realizzazione e “frammentazione in tappe” di una disciplina spirituale. Per cui quanto segue è soltanto una proposta di lettura, senza alcun supporto o pretesa filologici1.
 
Un problema a mio avviso poco esaminato, riguarda proprio la particolare percezione temporale lineare che, in moltissimi trattati (soprattutto alchemici), sembra distinguere il processo ascetico-realizzativo. La successione meccanicistica tra esperimenti, anche se velati nel racconto simbolico, sembra quasi escludere la necessità di una trascendenza. La descrizione del procedimento può anzi apparire quasi “evoluzionista”, darwiniana..
La letteratura “gotica” dell’Ottocento ha poi ulteriormente accentuato l’aspetto fantasmagorico, ponendo in evidenza gli effetti “speciali” di cui l’operatore poteva essere testimone durante le varie trasformazioni della materia Tali presenze ed effetti sembrano parti dell’opera, quasi “obbligate a manifestarsi” in funzione della buona esecuzione dell’esperimento. Questa successione chimica trova del resto una sua giustificazione nel metodo, fortemente “deduttivo”, che tende a volte a considerare lo sviluppo della coscienza alla stregua della preparazione di un prodotto chimico che, ovviamente, necessita di tecniche in sequenza, di operazioni rigidamente contrassegnate da determinati segni (“stelle”, colori, odori, precipitazioni, soluzioni, fissazioni, e “manifestazioni” di varia natura e ordine). A tali effetti materiali, se ne accompagnano, a volte, altri d’ordine psichico, fluidico o, come si dirà più tardi, eterico. Forse fu anche per questo se, nell’apparentemente scettico secolo dei lumi, le dottrine cialtronesche, professate da maghi fasulli, trovarono un credito enorme e una volgarizzazione assai maggiore di quanto non ne avessero avuto nel rinascimento quelle dei pochissimi… maghi veri.
Tale matematica della chimica (che è tanto più precisa quanto più è moderna) conduce alla confidenza in una sicura realizzazione di un determinato prodotto, purché venga rispettato il metodo quantitativo, sia che tale evento sia accompagnato da “effetti speciali” come che tali effetti non ci siano.
Oggi, che viviamo in un mondo che, dal punto di vista spirituale, ha abbondantemente toccato il fondo, l’industria farmaceutica ayurvedica-occidentalizzata, lavora tranquillamente sul “mercurio”, come su altre sostanze volgari, ai confini fra la chimica e l’erboristeria, e prepara, con sistemi scientificamente codificati, molti prodotti che, una volta, se accompagnati da pratiche d’ordine magico, sarebbero stati definiti come appartenenti all’ermetismo (per la qualifica iniziatica che avrebbero comportato).
Il “prodotto” di tale farmacopea industriale ha dunque ancora qualcosa di ermetico?
 
Questo per dire che la qualità “morale”, spirituale e filosofica dell’addetto “laico” dell’Arte, non entra assolutamente in relazione con la possibilità o meno di conseguire un risultato chimico (e anche fluidico e psichico) apprezzabile.
Ora, poiché tali “risultati” intermedi vengono normalmente segnalati quali sensibili traguardi per il raggiungimento di una determinata fase realizzativa, ne consegue che schiere di aspiranti maghetti e di aspiranti “maestri” s’imbarcano nello studio di tali discipline alla ricerca dell’effetto, e commerciano con le parti meno nobili del creato pur di scatenare qualche forza nascosta tra le bolle della loro minestra chimica.
Ciò è naturale in quanto nelle scuole di cucina spirituale di ogni genere e grado è ormai da secoli assente qualsiasi tipo di filtro; e tutti quanti guardano affannosamente alla “meta”, trascurando barbaramente la colorazione spirituale sia del cuoco come di ciò che da lui viene cotto nel pentolone magico, assaggiato, esercitato e a volte, ahinoi, distribuito durante il cammino.
Che l’anima s’inzaccheri di protervia, e si sporga sul balcone satanico invece che su quello angelico, ha poca importanza. Quello che interessa è il raggiungimento della scopa o della …bacchetta magica di Harry Potter.
 
Ora è arrivato il momento di domandarci: “Quanto si è… realizzato, colui che ha tecnicamente imparato a produrre una pallina di mercurio, più o meno molecolarmente coeso da legami d’ordine chimico”? A che serve far colare dell’argento o dell’oro dal crogiuolo, dopo tante peripezie e tentativi? a che serve prodursi in funamboliche tecniche ritmiche individuali e collettive, se l’anima del praticante è restata la stessa di prima (o spesso è peggiorata) e se la coscienza individuale non ha sviluppato una briciola di fuoco d’Amor di Sapienza in più rispetto allo stato iniziale??
 
Non sto assolutamente ribadendo l’inattendibilità dei cosiddetti soffiatori nei confronti degli adepti sinceri della Grande Opera (su questo si presuppone d’esser tutti abbastanza d’accordo), ma sto cercando di mettere in evidenza come i tanto attesi segnali, che ogni seguace della via d’Ermete o di Pitagora, o di quella esicasta e di quelle “tantriche” (ah, che disastro ormai con le parole deformate), o di altre, cerca durante il lavoro, NON sono un attestato del Vero successo dell’Opera.
Ci piace ricordare una rara ed eccezionale testimonianza del vero fuoco d’Amore, (che questa volta peschiamo a caso, proprio da quel rinascimento dove ormai si affacciano i futuri miasmi della rivoluzione francese). Tale testimonianza ce la da il Santinelli nel rapporto con la principessa Aldobrandini, che esce con tanta grazia e sapienza ermetica dalle sue rime E’ un caso raro, senza sfoggio di strumenti e vanterie sugli effetti della pratica, ma dove lo spirito passa sovrano attraverso tutta l’Opera (v. A.M.Partini, La rugiada Celeste- Ed Med.).
Queste affermazioni potrebbero sembrare demotivanti, e assai contraddittorie rispetto a quanto affermato da schiere di nuovi e vecchi esoteristi, che parlano specificamente di aspetti plateali. Ma chiunque abbia un minimo di dimestichezza con i rudimenti di un vero percorso ascetico (che molti tendono rigidamente a distinguere da quello ermetico) sa benissimo quanto tali effetti possano essere ingannevoli e quindi come sia importante diffidarne, andando invece alla ricerca delle cause.
 
Per entrare in un dettaglio specifico, abbiamo notato come in molti articoli apparsi anche in riviste “serie” (e quindi non solo in quelle millenariste e “acquariane” che privilegiano il sensazionalismo misterico), stiano dilagando delle fin troppo esplicite esposizioni di alcune fasi (rieccole!) della cosiddetta via a due (estratte, in genere, da testi più noti dei filoni ermetici del rinascimento e, alcune, dalle sezioni che per anni erano state tenute riservate all’interno delle frangedi alcune scuole sopravvisute).
Quella che da sempre è stata considerata via Regia, viene perciò apparentemente spiattellata attraverso la descrizione di una serie di operazioni che coinvolgono le emanazioni fisiche del corpo, dallo sperma al sangue, ad altro (altrove dette “estrazioni”). Insomma, una bella mattina uno si alza dal letto, si legge un bel libro e la sera, coricandosi con la sua compagna (speriamo quantomeno di sesso opposto) inizia a fare l’apprendista della spagiria a due vasi!
Su questo aspetto val la pena spendersi un pochino di più e con un minimo di malinconia, in quanto molte scuole vincolano la “scalata” ai gradi iniziatici ad una specie di curriculum, assai più basato sulla successione delle …fotocopie rubacchiate alla vedova dell’esoterista di turno, che sull’autentica elevazione dell’anima. Ne deriva che molti allievi, nella corsa all’accaparramento di qualche effetto, finiscano per confondere l’esperienza con l’effetto, l’effetto con la causa e la causa con la effettiva realizzazione.
E, proprio quando si parla di vie binomiali, o “tantriche” che dir si voglia, lo sfacelo caotico rappresenta il traguardo più facile da raggiungere. E mentre si accumulano riti ed effetti, più o meno speciali e stimolanti, si isteriliscono le magiche orecchie del cuore alle cause, e l’adepto si trova a sviluppare un ego sempre più grande che non impedisce davvero il conseguimento di apparenti risultati, ma che porta tali risultati a servizio di quel signore con le corna e la coda che abita al piano di sotto. Ergo: realizzazione zero.
 
C’è da dire che le discipline ermetiche orientali ed occidentali si sono, necessariamente sempre rivolte, più o meno esplicitamente, alla dinamica dei centri sottili, al flusso delle correnti fluidiche e, infine, al cosiddetto risveglio dei forse eccessivamente pubblicizzati chakra (ormai tranquillamente cucinati insieme alle sephiroth in un unico calderone, nel quale qualche sapiente ghirlanda delle lettere si mescola perfino alle turlupinature dei cerchi sul grano). Dal che si deduce che questa, che sia in Oriente come in Occidente era una scienza regalmente (e non solo realmente) iniziatica, è diventata un mercato delle vacche, in tutti i sensi.
 
Ora, a mio avviso, non è possibile non imputare ai grandi “importatori” ottocenteschi (soprattutto inglesi e tedeschi) delle discipline orientali (vedi Elena Blavatsky e soci) una disastrosa diffusione della dinamica dei centri, come se si trattasse di una passeggiata, in cui il risveglio della povera kundalini è stato progressivamente ridotto ad una specie di viagra per erotomani. Tale rovinosa successione di fraintendimenti sull’eros orientale, è ricaduta massivamente nella affannosa e ansiosa riscoperta delle dottrine ermetiche e dell’eros occidentali.
Ciò che in Occidente era abbastanza confinato nella ristretta cerchia dei conoscitori della Cabala giudaico-cristiana o dell’ermetismo, e in Oriente protetto dalle sette shivaite o dal tantrismo kachimiro e tibetano, viene improvvisamente “commercializzato”, e mescolato attraverso la traduzione massiva di testi che, nello stesso Oriente, erano riservasti ai rishi, ai brahamani o comunque a ristrette confraternite iniziatiche.
E’ dunque proprio l’Occidente che, dopo migliaia di anni di riservatezza, ha reso “democratico” il patrimonio ascetico liturgico immenso delle biblioteche ashramiche e stranamente, dopo aver volgarizzato (non nel senso dantesco, purtroppo) tutto ciò che passa sotto il nome di “yoga” e di “tantra” si è domandato se c’era qualcosa da volgarizzare anche sul nostro fronte.
Ha riscoperto ovviamente che, anche in Occidente…avevamo (ma guarda un po’) i centri sottili (ma quanto saranno sottili?), c’era la spagiria “tantrica”, e c’era perfino il mercurio. E ne ha fatto metodicamente carne da macello. (Sulle ragioni politiche, religiose, metafisiche ed economiche di tale imbarbarimento abbiamo trattato in numerosi articoli ed editoriali).
E’ pazzesco notare come il trambusto enorme che si è creato, ad esempio, intorno all’alchimia mandarina (e al ramo specifico del taoismo che s’interessa di tali processi, con i suoi famosi “campi di cinabro” la cui “diffusione” in Occidente inizia con Matjoi) abbia avuto pesanti ricadute sulla riscoperta e spesso sul fraintendimento dei nostri maestri dell’ermetismo rinascimentale e medievale.
C’è da tener presente infine che, molte delle scuole ri-sorte agli inizi del novecento, hanno un carattere esotico più o meno “ateo”, con una spiccata e contraddittoria tendenza alla riscoperta del paganesimo (come se lo stesso avallasse qualche forma di ateismo). Ciò ha ovviamente affascinato i transfughi occidentali dal cristianesimo, ancor più delusi dopo la “débacle” dei riti post conciliari (e qui le responsabilità della chiesa di Roma, a nostro avviso, sono enormi).
In questo trionfo della “liberazione democratica delle scienze ermetiche”, lo zen e… l’arte di riparare le motociclette (senza alcuna offesa per l’autore) hanno messo d’accordo scienziati atei e… massaie pagane, a volte in funambolici equilibri fra sesso misterico e arti marziali, teorie relativistiche e realizzazioni spirituali. E’ così iniziata, tra i boschi e i campi della sterminata vallata esoterica, la spietata… “caccia alla lepre Mercuriale” che, grazie a Dio, ha le ali sulle zampe e corre come una matta: e quindi non è facile acchiapparla.
Ma se ne possono prendere i surrogati, per cui ormai abbiamo migliaia di apprendisti stregoni o aspiranti iniziati, che profondono parole e a volte sostanze che ritengono adatte alla trasmutazione, in una specie di democratica, e cafonesca orgia dionisiaca collettiva.
“Venghino venghino signori (diceva Trilussa parlando del proprietario del Circo che invitava gli astanti sotto la tenda) più uomini entrano, più bestie si vedono”
Ora mi sia permesso dire che c’è un personaggio particolare, ormai totalmente trascurato e frainteso da tutti i novelli compagni di Nocciola fattucchiera.
E tale personaggio chiamasi Saturno.
Egli ci racconta che il tempo della “realizzazione” non soggiace al tempo ordinario; Il Tempo è la sostanza stessa di cui è composto Saturno, figlio di Urano. Ma ciò che di norma consideriamo “tempo” e cioè la successione degli eventi e delle esperienze lineare, non rappresenta lo Spirito del Dio. L’ingresso nell’universo delle trasformazioni realizzative avviene attraverso due valvole. Due valvole, emblema del Dio con la falce lunare eviratrice del padre, ma procacciatrice di messi; valvole che si aprono e si chiudono nel cuore del grande Dio laziale, ospitato da colui che, queste porte è in grado di aprirle e chiuderle, e cioè da Giano. E senza tale passaggio in tali filtri misterici nessuna esperienza può essere “realizzativa”. Non sto propugnando una variante esotica, una nuova strada spirituale per gli scalatori… delle “piramidi di luce” a modico prezzo, ma sto semplicemente esplicitando una trascuratezza operativa che, se nell’uomo Antico era impensabile, nell’uomo moderno è diventata “norma”. L’uomo moderno misura i suoi spostamenti interiori con l’orologio; e Saturno non ha l’orologio ma la clessidra.
Se non si comprende che la vera ed unica materia dell’opera è tra le mani dell’operatore, che l’unico vero fuoco è fuoco d’Amore, e che l’unico centro in grado di coordinare e regolare gli altri centri (sottili, sottilissimi…. capillari) è il centro della croce, dove, appunto, tutte le clessidre ruotano, si seguiterà a girare in tondo alla continua ricerca di qualcosa di esterno a noi, che modifichi qualcosa d’interno a noi, in una speculazione assurda e inutile.
E questo è bene che seguitino a farlo i cercatori di “realizzazioni” tangibili e di “mete” ben visibili.
Ma, come diceva quel piccolo frate eremita delle montagne toscane, che ho citato in altri articoli, coloro che cercano la Verità, è forse opportuno che s’impegnino a chiedere udienza al grande re del Lazio (questa volta da rex regis) che è stato ospitato dalla più complessa ed ermetica figura dell’universo mitologico laziale; e poi magari capiranno realmente perché il “suo tempo”, viene detto aureo.
C.L.
1 Ho cercato di fornire alcune tracce filologiche sulla teoria della maggior chiarezza della scienza ermetica medievale in confronto a quella rinascimentale nel mio Sedes Sapientiae (cap. IV). Ho sempre fatto riferimento ad autori poco coinvolti nell’esoterismo,  proprio perché gli interventi degli addetti ai lavori in tale campo sono spesso eccessivamente "di parte"

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