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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Spiritualità e potere (politica, vizi e virtù).
 
Nel Vangelo si legge che quando Cristo si recò a casa della Maddalena, quest’ultima lavò i piedi di Gesù con costosi unguenti. Giuda Iscariota che era il “tesoriere” del gruppo si lamentò dicendo che tutti quei denari spesi si sarebbero potuti dare ai poveri.
 
Scrive Elemire Zolla in un bellissimo libretto (Cos’è la tradizione):
«In queste poche parole è racchiusa l’intera filosofia della tradizione diabolica. Essa propugna infatti il rovesciamento dei criteri: non spetta al culto (dunque a ciò che fonda metafisicamente la moralità e il consiglio di donare ai poveri) bensì all’atto di donare ai poveri, spoglio di ogni ragione, spacciato per fine ultimo. Quanto a dire reso ipocrita, transitorio, alla mercè della psiche. Se al culto si toglie il primato, lo si ruba altresì all’oggetto del culto, all’essere perfettissimo, togliendo la supremazia all’essere perfettissimo se ne nega implicitamente l’assolutezza, cui si contrappone la natura relativa d’un atto umano, dunque dell’uomo. Nel biasimo di Giuda è già racchiusa la sostituzione dell’uomo al sacro. Poiché un bisogno umanitario è anteposto all’idea di perfezione assoluta, mancherà altresì ogni criterio per porre in ordinata gerarchia i bisogni, prevarrà alla fine il bisogno più violento, più nevroticamente astuto».
 
Questa lunga citazione può servire a introdurre il tema sul quale vogliamo fare qualche riflessione e che si riaggancia al precedente editoriale su gerarchia e Verità: l’impegno sociale dell’uomo che tenta di cimentarsi in una via spirituale. Tema che deve essere valutato con doverosa attenzione, visto che essendo tutti immersi nella vita associata, viene ripetutamente da chiedersi come comportarsi per essere coerenti.
In realtà il termine esatto non sarebbe come comportarsi ma come esserci.
Società, opinione pubblica, diritti delle minoranze, democrazia, social network, indignati, movimenti politici, impegno, ecc. Chiunque è travolto, invaso, insidiato, a volte costretto dall’imperativo del prendere posizione. In questi tempi di crisi sociale più acuta la tentazione di ribellarsi allo stato di cose esistenti è anche più forte e comprensibile.
Ma la strada che alcuni hanno intrapreso nella ricerca spirituale impone una serie di quesiti che non possono essere ignorati. Ad esempio: votare in un modo o in un altro cosa implica sul piano della ricerca della Verità? Impegnarsi in politica si concilia no con il rafforzamento delle virtù senza le quali ogni cammino spirituale diventa un pio desiderio? Infine cos’è l’organizzazione sociale e la forma politica che assume rispetto alla Tradizione e al percorso spirituale?
Si può partire dalla semplice constatazione che vivendo nel mondo, bisognerà pur partecipare alla vita comune, evitando soprusi, violenze, ingiustizie, e lottando contro di esse.
E’ vero del resto che nel Vangelo di Matteo c’è scritto:« Cercate il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta», e dunque l’impegno politico non è tra le attività da prendere in considerazione. Ma tutti noi usiamo reagire subito e, quando riteniamo che la misura dell’ingiustizia sia colma ce ne usciamo con la domandache fare?”; cosa possiamo fare, o cosa dobbiamo fare? Cosa dobbiamo fare sottende l’attivismo continuo e totalizzante, come se nulla potesse esistere se non viene convertito in un’azione o uno schema d’azione.
Quel cosa dobbiamo fare rimanda a un noi.
Noi chi? Forse in molti casi è soltanto un io, desideroso di affermare la propria volontà di potenza, mascherata da bontà e amore per gli altri (e questi altri sono per di più selezionati (!), non si sa in base a quale deliberazione). Ma forse amore per gli altri è una parola grossa, forse si può sostituire con una frase di moda che attualmente si chiama “bene comune”.
 
In realtà, proprio in coloro che vorrebbero ripristinare l’accesso a valori perenni o considerati tali e che sentono tali valori prepotentemente minacciati dal caos attuale, sembra sempre urgente la domanda «che cosa dobbiamo fare».
In realtà in quel cosa dobbiamo fare, per chi persegue una via spirituale suona, purtroppo inconsapevolmente, come un addio alla preghiera, alla contemplazione, al dominio della propria interiorità, al perseguimento e rafforzamento delle virtù; insomma come un addio a tutto quello che serve per essere nel mondo senza subire il fascino del grande seduttore. Cosa dobbiamo fare rimanda alla speranza che si possano sovvertire, una volta per tutte (che bellezza) le sorti del mondo con l’azione (politica, sociale, filantropica): una speranza che non è una virtù ma il desiderio, l’illusione di un sovvertimento di cui non si conosce l’esito, perché non è chiaro lo scopo, il fine, non sono chiari i mezzi.
La tradizione dell’antitradizione è perennemente presente ogniqualvolta la vita spirituale passa al secondo, se non all’ultimo posto.
Cosa dobbiamo fare in realtà, per l’uomo con una forte tensione spirituale dovrebbe divenire cosa dobbiamo essere, che è tutt’altra cosa.
Se si persegue la Verità, che è lo scopo precipuo di una Via, allora stare nel mondo, che è il regno della necessità e del bisogno, significa prima di tutto indagare come esserci. Bisognerebbe aver chiaro che il come esserci, nonostante tutte le cadute in cui occorriamo, deriva solo dall’esercizio delle Virtù e la Tradizione è il grande sostegno. Sperare, cioè sognare di ripristinare un mondo edenico, o tradizionale nella sua interezza (attraverso un’azione esteriore), equivale a scambiare il motivo della via spirituale con la voglia di cambiare il mondo: il che significherebbe avere il potere di sconfiggere il Male. Un atto di superbia non da poco.
 
Si deve invece partire dal fatto che il cosiddetto sociale, inteso in senso lato, è proprio il male incarnato, e convogliare energie solo a vantaggio della collettività senza aver modificato preventivamente l’esserci è un’illusione e un pericolo.
Il sociale come idolo, o meglio la bestia sociale sotto qualsiasi forma politicamente pensata è perdere l’attenzione verso soprannaturale, il discrimine.
Diceva Platone che la collettività è come un grosso animale, che rischia di divenire l’oggetto della propria adorazione e fissazione. Il sociale è relativo (basti pensare a come le folle possono seguire questo o quello, cambiando con repentinità, senza criterio) e nega l’assoluto. Poiché il sociale travalica il singolo individuo, la singola persona umana, il sociale nega alla radice la relazione. E la relazione tra gli esseri umani in questo modo perde l’autenticità, cioè impedisce un rapporto di verità, e la collettività esercita un così il grande potere di rendere l’uomo schiavo, perché nessuna folla può avere un contatto con il trascendente, che è sempre un contatto individuale.
Cosa dobbiamo fare allora suona forse più chiaro: tentare di limitare il Male, limitandolo prima di tutto in noi stessi, resistere alla tentazione, senza di che non potremo limitarlo da nessuna altra parte.
Partecipare alla vita associata, schierarsi, impegnarsi è un’attività propria dell’uomo. Ma chi vuole crescere e fortificarsi sul cammino spirituale, proprio a causa di questo tremendo potere dissolutivo (anziché consolidante) del “sociale”,dovrà mettere a seria prova quelle virtù che caratterizzano la famosa casa costruita sulla roccia del tempio spirituale. Le virtù simul stabunt, simul cadent, come staranno insieme, così insieme cadranno (se solo una di esse traballa).
La vita associata e le forme politiche appartengono al regno di questo mondo, al regno della necessità. Fino a che punto sarà possibile, impegnandosi, evitare che l’ira, l’accidia, la superbia, la lussuria, l’avarizia, la gola, l’invidia, con i loro derivati (dall’insulto all’omicidio, dalla violenza all’arroganza, dalla vanità al sopruso ecc.) dilaghino travolgendo le fragili barriere delle nostre supposte virtù? E’ un bel problema che non può essere esorcizzato.
Le regole della politica appartengono al regno della necessità: esserci dentro significa necessariamente accettarle. Osservarle dal di fuori pone immediatamente in evidenza quanto coloro che vi sono immersi siano lontani da ogni tipo di Tradizione o vita spirituale.
Nel corso dei secoli si sono avute diverse forme di organizzazione sociale, e dunque di gestione del potere, che di pari passo alle vicende umane (economiche, culturali, sociali) sono cambiate; ma nessuna di esse è mai riuscita a sostenere veramente il primato di una via spirituale (forse soltanto quella pitagorica). L’ancoraggio alla tradizione exoterica, per secoli, è servito (fino all’Illuminismo) a mantenere solo la trasmissione parziale dei principi immutabili ed eterni, anche se nella pratica questa trasmissione è andata stemperandosi, imbastardendosi, corrompendosi fino alla quasi distruzione. Per fortuna la Tradizione spirituale o dovremmo dire esoterica, essendo eterna, sopravvive sempre ai tentativi di distruggerla: potrà avere periodi brillanti e altri clandestini, ma riemergerà sempre.
 
Ma i risultati di un “miglioramento” dell’umanità, e per miglioramento non intendiamo i beni materiali, che si sono sviluppati sempre e comunque grazie all’ingegno umano, il miglioramento della trasformazione interiore dell’uomo, quell’obiettivo lì, che rendesse la vita associata più sopportabile e meno angosciante, quello non si è realizzato sotto nessun potere.
Qualcuno anzi è stato oppresso proprio da quei poteri che promettevano un nuovo paradiso, illimitato e per sempre, al punto di azzerare il passato, e ricominciare da loro stessi il conteggio degli anni di una nuova epoca (la rivoluzione francese, il comunismo, il fascismo, ecc.: anno I, anno II di questa o quell’altra nuova era di un mondo nuovo, di un uomo nuovo).
Per ora, in un solo caso il computo del tempo ha subito una svolta, prima o dopo Cristo, e vale per tutto il mondo anche se qualcuno (non a caso soprattutto gli studiosi accademici o scientifici) preferisce scrivere “prima o dopo l’era volgare” per non voler nominare il Nome… imbarazzante. Ma che sia avvenuta una trasformazione epocale, questa è l’unica cosa che non si può mettere in discussione.
Un’obiezione fondata sembrerebbe essere: allora dobbiamo sopportare tutto e/o rinchiuderci da qualche parte? E’ un’obiezione senza valore: rinchiudersi o sopportare comporta ugualmente una lotta spirituale; solo che il recinto dentro il quale si svolge questa lotta è un altro (immaginiamo la lotta per la trasformazione interiore in un monastero, alle prese con relazioni corpo a corpo).
Anche i filosofi Stoici, i Platonici padri e i Padri della Chiesa si son ben cimentati con questi problemi, e pur attraversando momenti di grande difficoltà, hanno sempre ripetuto che tali problemi non vanno negati (si cadrebbe in un dualismo manicheo e sterile): fanno parte dell’uomo dalla caduta e vanno affrontati con le regole dello spirito tradotto in pratica.
Poiché le questioni della vita associata sono infinite, sembrerebbe che solo la retta ragione sostenuta dal progresso spirituale possano affrontarle. Di fronte alla guerra, per esempio, secondo purtroppo le regole del mondo, limitare il Male nel nostro Occidente, significò esplorare il discorso della guerra giusta (vedi sant’Agostino o san Tommaso, comunque ben ispirati dal diritto Romano). Di fronte al tentativo di imporre al primato spirituale quello mondano, fu ritenuto necessario ricorrere a delle guerre, dalle quali nessuno in realtà uscì vincitore, e che servirono però a consolidare situazioni transitorie di convivenza sociale. Di fronte all’assenza di protezione per i deboli, costante di qualsiasi vita associata, si arrivò a quell’apparente contraddizione che furono i monaci guerrieri medievali. Di fronte alle miserie prodotte dall’industrialismo si promossero società di mutuo soccorso, sindacati. Di fronte all’indifferenza dei poteri economici e politici rispetto alla miseria nel mondo, si sono promosse forme di sussidarietà in attesa di svolte economiche che non avvengono mai. Ma ognuna di queste cose è regolarmente franata in un’amministrazione del potere connesso all’intervento sociale. Per cui l’esportatore di “bontà” e di giustizia, ha finito sempre per divenire, a sua volta, creatore di prevaricazione e d’ingiustizia.
L’esercizio del potere è lo scopo finale della politica e della bestia sociale. E il potere, (anche quello spirituale) facilmente trascolora nell’abuso e nell’oppressione, diventando lo spazio per eccellenza del demonio. Non è difficile dimostrarlo.
L’esercizio del potere ha delle regole tutte sue, appartiene a questo mondo. Scandalizzarsi più del necessario del modo con cui viene esercitato è un grande esercizio di ipocrisia che riguarda tutti e in cui in particolare eccellono i politici, accusandosi l’un l’altro. La bestia sociale aspira al potere e il potere riconosce solo la forza, distrugge chi è debole.
Per il potere l’umiltà è una cosa abominevole. E una volta preso il potere, non vi è nessuno che vi rinunci in ossequio alla Verità.
Cosa può farsene il potere dell’umiltà, che è una delle qualità dell’uomo che aspira a una vita spirituale? In realtà oggi, attraverso la negazione dell’Assoluto, del trascendente e della metafisica, grandi masse affidano alla politica (cioè all’Idolo-id-eale politico), più che ieri, la loro salvezza, e la risoluzione di ogni Male.
Solo una vita spirituale cercata e perseguita mette al riparo dall’idolatria.
Ogni potere, anche se ammantato di buone intenzioni non potrà mai mantenersi fuori dal Male.
In questo Dostoevskij ci potrà essere d’aiuto.
 
A Siviglia nel XVI secolo, in mezzo a una folla di diseredati, Gesù riappare, non per il Giudizio finale, ma dare un po’ di sollievo. Viene riconosciuto, comincia a operare miracoli. La folla lo circonda, lo abbraccia, lo acclama. Il grande Inquisitore passa per la piazza, lo riconosce, lo fa subito arrestare. Durante la notte il grande inquisitore va a visitare il suo prigioniero, annunciandogli che il giorno dopo lo farà bruciare sul rogo. Poi gli spiega le sue ragioni. Se la situazione del mondo è in questo stato è colpa sua dice. Affidando la fede a un atto di libertà, ha proposto agli uomini un compito del tutto superiore alle loro forze. Infatti ricordandogli le famose tentazioni nel deserto che Cristo aveva subito, l’Inquisitore gli ricorda che il rifiuto delle proposte del diavolo (la trasformazione di pietre in pani, l’essere preso in salvo dagli angeli dopo essersi buttato da una rupe, il dominio e il potere su tutto il mondo) ha avuto come conseguenza che la via della fede è legata al possesso di una grande spinta spirituale. Ma non tutti sono capaci di questo, incalza l’inquisitore. Gli uomini sono spesso come bambini, sono angosciati, smarriti, non sono capaci di superare le loro debolezze, sono pieni di vizi. «Libertà e pane terreno, dice l’inquisitore, a sufficienza per ciascuno non sono concepibili insieme, poichè giammai sapranno farsi le giuste parti fra di loro». Perciò rimprovera Cristo di aver giudicato troppo altamente gli uomini, senza capire che sono degli schiavi con l’animo del ribelle. «Ribelli dal fiato corto, incapaci di sostenere il peso della loro stessa ribellione». Ecco la necessità dell’esercizio del potere. La chiesa invece, che vuole salvare tutti, si rivolge agli uomini concreti esercitando il potere e l’autorità, e ha fatto più di Cristo, perché «permetteremo il peccato, e loro ci vorranno bene per questo, e rimetteremo ogni peccato che noi vorremo, assumendoci noi l’onere del peso, e tutto questo perché li amiamo veramente». La chiesa, in altri termini si assume il compito della decisione visto che gli uomini non sono in grado di farlo. Il grande inquisitore ricorda poi anche la sua vicenda personale: lui non era uno assetato di potere, è stato nel deserto a fare l’asceta per anni, ha lottato contro le tentazioni, ha irrobustito il suo spirito. E ha deciso liberamente di tornare tra gli uomini perché il suo cammino era riservato a pochi, e questo gli era sembrato ripugnante. E’ tornato tra gli uomini per aiutarli, e in nome della predicazione di Cristo, ma anche meglio! Il grande inquisitore è mosso da una sincera voglia di aiutare il prossimo, ma mosso da un’infinita e realistica sfiducia negli uomini e per converso da un altrettanto fastidio per gli eletti, che predicano una virtù che sono solo loro in grado praticare e si disinteressano degli altri. Perciò gli aristocratici, con la loro separatezza non servono agli uomini.
Dopo questo discorso, sebbene l’inquisitore abbia imposto al Cristo di tacere, lo guarda stizzito per la calma con la quale Cristo lo guarda mentre lui Aspetta per qualche tempo che il suo Prigioniero gli risponda. Ma tutt’a un tratto si avvicina al vecchio in silenzio e lo bacia piano sulle esangui labbra novantenni. Ecco tutta la sua risposta. Il vecchio parla. sussulta, va verso la porta, la spalanca e gli dice: «Vattene e non venir piú... non venire mai piú... mai piú!». E lo lascia andare.«Il Il bacio gli arde nel cuore, ma il vecchio persiste nella sua idea».
 
La famosa Leggenda del Grande Inquisitore, che ho sinteticamente riassunto, è contenuta nel romanzo I fratelli Karamazov. Leggerla e rifletterci è un grande esercizio di umiltà e forse orienta verso la chiarezza. Le parole del vecchio inquisitore non sono peregrine, possono essere ambigue, ma contengono l’essenza del potere, esercitato convintamene per il bene comune. A un certo punto lui griderà a Cristo che per poterlo esercitare si è alleato con Satana, «noi abbiamo preso da lui Roma e la spada di Cesare» per… la salvezza degli uomini.
Chi, impegnandosi a qualsiasi livello, con qualsiasi modalità voglia impegnarsi nell’arte della politica e della “partecipazione”, non potrà non tener conto che la lotta per il bene degli uomini viene rapidamente sommersa dalla necessità dell’esercizio del potere ad ogni costo.
Se i migliori (come i Pitagorici una volta a Crotone) potessero governare, e per un certo periodo potessero esercitare questa attrattiva, convincendo tutti gli altri a lottare contro le proprie debolezze, quanto tempo potrebbero durare? Avrebbero comunque bisogno di consolidare un potere, per non permettere ad altri di esercitarlo a danno degli uomini, e così facendo li confermerebbero di nuovo nelle loro debolezze e nel loro asservimento.
Chi conquista il potere lo difenderà con le unghie e con i denti. Tutta la sua pretesa spiritualità troverà aggiustamenti continui con le imposizioni mondane, a scapito di tutte le sue virtù e di tutti i suoi desideri di “migliorare” il mondo e dovrà convincersi che un pezzo del discorso dell’inquisitore è realistico, e veritiero, e che nessuno che faccia politica può sentirsi diverso e migliore di lui.
La sola soluzione sta in quel bacio finale.
Voglio dire che le tentazioni ci saranno sempre, e le cadute pure –in questo senso parlo delle regole della politica che non possono cambiare perché connaturate all’esercizio del potere- ma il problema di fondo è come esserci, non come agire.
Tre citazioni che mi sembrano pertinenti ai tempi che viviamo per concludere.
Una è di Ortega y Gasset (da La ribellione delle masse): «L’anima volgare, riconoscendosi volgare, ha l’audacia di affermare il diritto alla volgarità e lo impone ovunque». La democrazia attuale ne è l’esempio più vicino.
Ma ciò è dovuto anche a coloro che si credono eletti e che pensano che basti il loro esempio a trascinare gli altri, scordandosi che la virtù è direttamente proporzionale alla tentazione che si deve combattere e respingere.
Perciò Simone Weil scriveva, ed è applicabile a qualsiasi attività politica:«Il grande errore dei marxisti e di tutto il XIX secolo è stato di credere che procedendo diritti davanti a sé, si salisse per aria». 
L’ultima, del grande sociologo Max Weber, quello che spiegò magistralmente il rapporto tra capitalismo ed etica protestante (da Il lavoro intellettuale come professione):« Il mondo è governato da demoni e chi si immischia nella politica, ossia si serve della potenza e della violenza, stringe un patto con potenze diaboliche. Chi non lo capisce in politica non è che un fanciullo», e scoprirà un giorno, che è diventato simile al grande inquisitore.
Sine tuo numine, nihil est in nomine, nihil est innoxium.

Commenti  

# Amministratore Commenti 2012-08-09 23:58
I problemi posti dall’interessante articolo di Nick su spiritualità e potere a mio avviso si collegano a quello, più ampio, dell’esercizio delle virtù per chi tenta di perseguire una Via spirituale.
A tal proposito vorrei proporre alcuni distinguo.
1. Occorre distinguere chi ritiene che per seguire la Via spirituale occorra “uscire dal mondo”: entrare in monastero, fare l’asceta, o come i padri del deserto, ecc.
Insomma, come esortava San Bruno dell’ordine dei certosini, “fugitiva relinquere et aeterna captare”.

Non a caso Zolla, in quella sua bellissima opera “Che cos’è la Tradizione” (che non definirei “libretto”: ho potuto constatare che la lettura di quel libro ha “convertito” più d’un ateo materialista), si inserisce nel filone del “quietismo”; secondo lui lo scopo massimo dell’uomo spirituale è quello della contemplazione dell’essere perfettissimo (pag. 147, ed Adelphi); per ottenerla occorre ”non avere interessi da difendere, paure da sedare, bisogni da soddisfare” (Zolla, “Uscite dal mondo” Adelphi, 2005, p.15).

Ad un gradino inferiore, ma nella stessa direzione, si potrebbe citare l’aforisma di Elias Canetti :”Chi vuole pensare deve rinunziare a darsi da fare”.
Anche l’asceta, credo, non vada esente dall’esercizio delle virtù, ma il suo “combattimento spirituale” è quasi esclusivamente con se stesso.

2. Se non si opta per questa scelta radicale, l’esercizio delle virtù, credo, coinvolge inevitabilmente il nostro prossimo.
2.1. C’è un prossimo “più prossimo”: genitori, figli, mogli, mariti, amici, dipendenti , ecc., tutti coloro, insomma, con i quali abbiamo un rapporto più o meno diretto.
Nei confronti di tutti costoro l’esercizio delle virtù si potrebbe sintetizzare nell’insegnamento del grande Isacco di Ninive: “Bada a che nessun male sia assolutamente arrecato a chicchessia per mano tua, fosse anche un malvagio” (Prima Collezione, 65).
Ovviamente facile a dirsi ma difficilissimo a farsi, specie se il male arrecato all’altro coincide... con il bene verso se stessi.

2.2 Oltre al prossimo “più prossimo” c’è poi la “società” in cui viviamo.
La domanda è: l’esercizio delle virtù impone a chi persegue una Via spirituale dei doveri nei suoi confronti?
La risposta non credo possa dipendere dalla probabilità di conseguire qualche risultato concreto. Vale qui l’altro aforisma di Zolla :”non è necessario sperare per intraprendere né riuscire per perseverare”.
Si può anche citare, se è ancora permesso, la ben nota frase di chiusura di “Rivolta contro il mondo moderno” di Evola: “se l’età ultima , il kali-yuga, è un’età di terribili distruzioni, coloro che vi appaiono e malgrado tutto vi si tengono in piedi possono conservare frutti non facilmente accessibili agli uomini di altre età” (p.444).
La risposta positiva mi pare la più convincente,se, ripeto, non si intende uscire dal mondo.
Cito sempre Zolla: “Agli uomini carnali bisognerà pur offrire un qualche sistema giuridico che li preservi (forse) da troppo gravi peccati, che apra uno spiraglio alle loro possibilità spirituali che un giorno per avventura si destassero? A costoro bisogna offrire le possibilità di una vita spirituale pur senza sapienza e conoscenza” (da “Che cos’è la Tradizione”, p.315).

Non è, questo, un atto di misericordia? Non è esercizio di virtù e nel contempo “Politica”?
Oppure si deve lasciare che i “molti spregevoli” (Eraclito, “Dell’origine” Feltrinelli,2009, p.97, Fr.44), si “sazino come bestie” (Id. Fr.103, p.173), come “porci godono del fango più che dell’acqua pura” (Id. Fr.48, p.101) ?
Credo sia esercizio di virtù opporsi, ad es., a questa (o alla) democrazia, al delirio consumista e della pubblicità, all’idea di questa crescita economica sfrenata invocata come novello Spirito Santo, a questo trionfo della materia, al dominio della tecnica, alla produzione di regole per la migliore convivenza sociale, private di qualsiasi fondamento sacro e tradizionale, in una società diabolica che spinge molti ad una competizione spietata, lasciando altri in una precarietà disperante?
Del resto, non è stato magnifico esercizio di virtù e nel contempo atto di alta Politica, ad es., il harakiri di Yukio Mishima, sicuramente un iniziato, per protestare contro la decadenza del Giappone moderno? o la rivolta “in piazza” e il sacrificio dei monaci tibetani contro l’oppressiore cinese?
3.Come fare tutto ciò e nel contempo preservare gelosamente la spazio per la preghiera, la meditazione, la contemplazione, i riti, è un problema conseguente, delicato, ma non impossibile da risolvere.
Non è forse più virtuoso dedicare del tempo a questa Politica in senso nobile piuttosto che “ammazzarsi” di lavoro?
Ovviamente io sono il primo che non riesce a farlo e per questo mi sento egoista, sento che non sto dando quello che dovrei, e forse potrei, al mio prossimo.
Carlo. P.
# Amministratore Commenti 2012-08-10 00:04
Al commento di Carlo dovrebbe probabilmente rispondere Nick.
Ma mi permetto di osservare che i due straordinari atti "politici" ai quali giustamente viene attribuita una importanza ed un carisma "virtuoso" sono stati compiuti:
a) Nel primo caso da un iniziato che, come prima cosa, ha posto sull'altare se stesso.
b) Nel secondo caso da dei monaci (ugualmente iniziati nel loro cammino di perfezione) che hanno fatto qualcosa di simile a quella di Mishima.

Questo dimostra appunto che l'"atto" politico ha un senso nobile e socialmente utile, quando si compia al culmine di un percorso ascetico o comunque spirituale... e non all'inizio, o addirittura ancor prima di...iniziarlo.

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