Uno dei più persistenti ricordi della mia prima classe elementare è un bellissimo astuccio di cartoncino che racchiudeva i pastelli della “Adica Pongo” di Lastra a Signa con il prestigioso marchio e nome di “Giotto”.
La sottile scatola riportava un’illustrazione, ovviamente molto colorata e graziosamente accattivante, raffigurante due personaggi in antiche vesti. Da mio padre seppi che il signore con il buffo copricapo e con l’aria tra il sussiegoso e l’attento era il pittore Cimabue, che osservava ammirato un ragazzetto mentre questi a sua volta disegnava su una pietra una delle pecore che pasceva.
Passarono gli anni, e anche molte scatole di prodotti della “Fila Giotto”, finchè un giorno scopersi che dietro quel semplice ma esplicativo disegno, si celava uno dei più sottili inganni in campo artistico dell’uomo del nostro secolo.
La piccola e policroma illustrazione, in effetti, si rifà ad un episodio “leggendario” della vita del giovane Giotto da Bondone. La “tradizione” infatti ci racconta che il pittore Cimabue, “talent scout” ante litteram, girovagando per le colline, si imbattesse in un bambino che guardava gli armenti e si accorse del talento innato di costui vedendolo disegnare le pecore su una roccia.
Ammettiamo e concediamo che questo fatto sia realmente avvenuto esso va semplicemente interpretato da quello che è ma anche alla luce di altro significato ben più grande. Cimabue è pittore noto affermato e anche alquanto benestante e dipinge, come tutti sanno, ancora secondo i canoni antichi dell’arte pittorica romanica con uno stile ancora “iconico”. Egli dunque rappresenta nella tradizione pittorica occidentale ancora una “vecchia scuola”, ma la rappresenta pienamente essendone egli Maestro e depositario del sapere artistico. Proprio in quanto tale Cimabue riconosce immediatamente, intuisce, nel senso che “legge dentro”, chi ha di fronte a sé in quel prato, tra quelle pecore. Il Maestro riconosce l’Allievo.
Sembra un caso, ma il caso, sappiamo bene non esiste. Giotto era pronto per Cimabue almeno quanto questi era pronto per averlo come discepolo.
Se dunque quest’ incontro sia realmente accaduto, e se in tal modo, in realtà a noi nulla muta nell’essenza, perché ciò che vuole esemplificare la “storiella” per il volgo è ben leggibile a chi sa leggerla con altri occhi.
Giotto comunque crebbe artisticamente nella bottega di Mastro Cimabue, e soprattutto, oltre che grande ed innovativo pittore fu Architetto.
Fatto quest’ultimo da non obliare facilmente.
Il pastorello di Bondone è uno straordinario Maestro Architetto e se lo è questo avviene in quanto ha studiato presso Cimabue e forse con altri.
Giotto “rompe” con l’immagine dipinta all’uso romanico e bizantineggiante, ma non sovverte alcuna Tradizione, ne rinnova semmai le regole dando la sua personalissima ed italica interpretazione del gotico, erige campanili e progetta chiese. Avrebbe potuto fare tutto questo da solo un semplice, per quanto artisticamente dotato, pastorello in odor di Chianti? Con buona pace dei fautori del “self made man”, ne dubitiamo.
Per quanto benedetto dal dono divino del suo talento, Giotto sarebbe rimasto un semplice pastore senza aver avuto maestro Cimabue.
Ecco perché quel disegno sulla scatola dei pastelli racchiude un sottile inganno. Il messaggio moderno, anzi contemporaneo, che esso trasmette è estremamente semplice quanto sottile:
“Scopri l’Artista che è in te.
Basta il tuo talento, bastano questi pastelli, Cimabue ( il maestro, l’insegnante, i tuoi genitori ) è soltanto il muto, silente certificatore che tu sei in grado di fare da solo.”
Ora, se questo “messaggio subliminale” si limitasse ad essere semplicemente uno dei tanti metodi di marketing per vendere il prodotto non ci sarebbe poi così tanto male. La pubblicità è da sempre l’anima del commercio, sia che si vendano colori a tempera sia polizze vita.
E’ che piuttosto da tale sciocchezzuola si evince invece uno dei più grossi mali che affliggono il mondo dell’arte oggi a noi noto. L’idea errata e malsana che “basti esprimersi liberamente”, nessun Maestro né Regola sono necessari, basta a tutto l’”istinto” - “pecore matte” avrebbe detto il concittadino di Giotto, le pecore che disegnava sulle pietre del Casentino - il “talento” ma soprattutto… la “passione”.
Nessuno mai che dica che per diventare un Artista, sì bisogna avere l’innato talento, sì bisogna avere il sacro fuoco della passione, ma soprattutto bisogna avere un Maestro. Un Maestro vero. Perché nessuno, mai, né Fidia né Prassitele, né Simone Martini né altri si è “fatto da sé”. Nulla è più riprovevole per gli Antichi dell’essere senza “ascendenti”, il “figlio di nessuno”, il “figlio di madre ignota” che i romani ben citano nel loro sapido linguaggio, è sempre, come Merlino, “figlio del Diavolo”.
Non è un caso se infatti Dante fa chiedere da Cacciaguida suo avo “chi fuor li maggior tui?”.
Perché senza stirpe, noi umani, senza dunque chi ci ha preceduti e chi ci ha “allevato” non possiamo essere nessuno. Un Artista viene creato dal suo proprio Maestro. Sempre. Poi l’allievo, a volte, supera, rinnova, cambia, trasforma ciò che ha imparato in qualcosa d’altro che lo rende superiore o comunque, grazie a Dio, diverso da colui che gli è stato Mentore.
 
E’ soltanto una certa critica d’arte moderna che ha visto un “valore aggiunto” in un artista se costui è un “autodidatta”.
E’ la critica attuale che, per esempio, sopravvaluta le tele di Van Gogh in quanto frutto del suo stato mentale alterato. Il povero olandese, sarebbe stato di certo un buon pittore se avesse avuto la fortuna di essere iniziato ai segreti dell’Arte così come lo erano stati tanti altri suoi conterranei. Diamo valore all’opera di Vincent Van Gogh soltanto perché essa rispecchia l’insanità e l’autoreferenzialità dell’uomo moderno. Nessun Maestro, nessuna Scuola.
Ma quanta “passione” in quei dipinti! Quanto colore! E questo basta? Ancora una volta si valuta l’Arte in modo quantitativo ed emotivo, quindi sentimentale.
Peccato che quantità, emotività e sentimentalismo con l’Arte, quella vera, nulla abbiano a che fare.
Forse che in una tavola di Duccio da Boninsegna o in una pala d’altare di Simone Martini c’è meno colore che in una tela di Van Gogh? O meno “passione”? Forse, andrebbe piuttosto detto che il colore è utilizzato invece “secondo la retta ragione d’Arte”, con modo, misura e maniera, né troppo né troppo poco, ma a “regola d’arte”. Forse la passione è sublimata nel seguire attentamente quei “canoni” rendendo così bella e vera un’opera? La passione è sottoposta all’Armonia, non lasciata libera di prendere il sopravvento.
L’Arte è porre Ordine nel Caos primordiale, non liberare le proprie pulsioni più o meno represse come si vorrebbe oggi.
Nonostante tutto ciò, dopo una vita di inganni, continuo a ricordare con affetto quel piccolo disegno sulla scatola di colori a cera. A me stava simpatico Cimabue, indolentemente appoggiato guardare Giotto, con il testa il suo buffo cappello, che, io allora non lo sapevo, designava che Lui era il Maestro, e quel ragazzino lì, seduto a disegnare pecore col gesso su una pietra, aveva tutto, e da lui, da imparare, anche se era Giotto.

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