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 "In effetti bisogna ricercare il Bene non per via conoscitiva né in modo incompleto ma, abbandonandotisi alla luce divina e con gli occhi chiusi: in questo modo bisogna stabilirsi nell'inconoscibile e celata Enade degli enti".

Proclo, Teologia Platonica Lib. I.

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Modelli virtuosi passati e recenti

Premessa
 
È indubbio che nella crisi attuale una buona parte di responsabilità vada ricercata nell’edilizia, specie in quella edilizia pubblica che ha comportato un enorme indebitamento a livello locale e nazionale … a qualcuno è parso molto facile, se non addirittura cosa buona e giusta, poter fare “sperimentazioni” edilizie a spese pubbliche[1], e lo Stato è stato connivente in questo gioco al massacro del paesaggio e dei conti pubblici italiani, consentendo che l’insegnamento dell’architettura avvenisse in modo ideologico e perverso, e che le realizzazioni pubbliche venissero progettate e costruite secondo modelli ideologici fallimentari.
Aver consentito che le città si sviluppassero in maniera ipertrofica, ben sapendo che questo avrebbe comportato delle immani opere di urbanizzazione, che si sarebbero tradotte in ingenti spese di costruzione e costanti spese di manutenzione (strade, fogne, acquedotti, linee elettriche, gasdotti, potatura delle alberature, ecc.), ovviamente gravanti sulle casse pubbliche, ergo sui contribuenti, è stato un errore imperdonabile da parte di chi, in base al Codice di Procedura Civile, dovrebbe comportarsi come il “buon padre di famiglia[2], ovvero ben amministrando ed evitando le spese superflue.
L’edilizia sociale, dallo ZEN di Palermo al Corviale di Roma, passando le Vele di Scampia, si commenta da sola.
 
Fig.1 - Quartiere ZEN di Palermo Fig.2 - Le Vele di Scampia
Fig. 3 - Corviale - Roma
 
Ma la responsabilità non risiede solo nell’edilizia popolare dozzinale: basti pensare al boom di costosissimi “edifici prestigiosi” fatti realizzare alle archistars internazionali e nostrane, affinché l’Italia potesse competere culturalmente con quelli della grandeur di Mitterand e con quelli promossi dalla Thatcher per le stesse ragioni “culturali”. Parliamo di edifici che, oltre ad aver provocato una emorragia di denaro pubblico e un crescente indebitamento con le banche – rigorosamente private – non hanno portato alcun beneficio per lo Stato e le economie locali.
 
PensiamoFig.5 - corte dell’Appio II in Piazza Tuscolo 1 ai drammatici conti in rosso dei capricci architettonici come il MACRO e il MAXXI di Roma, ma pensiamo a tutte quelle cosiddette grandi opere, che di grande hanno avuto solo i costi … più che “grandi opere” andrebbero definite “opere grossolane”: dalle opere per il G8 mai svoltosi alla Maddalena, alla Nuvola di Fuksas all’Eur di Roma, per terminare con le spese folli – già sostenute – per l’inutile, e pericoloso, Ponte sullo Stretto, opera che non considera né la qualità delle strade e ferrovie che dovrebbe collegare, né i problemi di spostamento delle coste, né quelli delle famiglie il cui lavoro dipende dall’attuale sistema di trasporto e che un domani, come si suol dire, “potrebbero vedersi mettere in mezzo a una strada” … tutte opere realizzate e proposte grazie alla generosità di “Pantalone-Italia” sempre disposto a pagare, con i nostri soldi, per soddisfare tutti i capricci dei politici affamati di fama, delle improbabili archistars e dei tanti imprenditori spregiudicati, ai quali potremmo anche togliere il prefissospre”.
Tempo fa avevo lanciato uno slogan: basta con le “grandi opere”, promuoviamo le “opere grandi”, intendendosi per “opere grandi” quelle opere meno vistose, ma necessarie; ovvero quelle opere mirate al miglioramento delle condizioni di vita dei residenti, al miglioramento dell’ambiente e al miglioramento delle sorti dell’economia locale e nazionale, piuttosto che alla conquista della copertina di una rivista patinata!
 
Non più quindi opere puntiformi – realizzate a favore di quelle “grandi aziende” privateche, operando secondo il sistema “prendi i soldi e scappa”, nulla lasciano all’economia locale, se non i debiti – ma opere riqualificanti, equamente diffuse su tutto il territorio nazionale, realizzate sì – lo vedremo di seguito – in maniera pubblica, però secondo quanto teorizzato oltre cento anni fa da Montemartini e messo in pratica dall’Istituto per le Case Popolari finché gliene fu data la possibilità. Non si tratta quindi di continuare a reinventare la ruota, ma semplicemente di riadottare dei modelli virtuosi del nostro passato che il tempo ha mostrato essere validi.
Proviamo quindi a riflettere sul possibile modo per far coniugare gli interessi del settore produttivo dell’edilizia, con quelli della tutela del territorio e dell’ambiente, cosa che mi sta particolarmente a cuore, ma soprattutto riflettiamo su come questa cosa potrebbe risultare utile all’intera comunità.
 
Fig.6 - corte dell’Appio II in Piazza Tuscolo 2
Uscire dal debito – ruolo dell’edilizia pubblica e modelli utili da considerare
 
Il mio libro La Città Sostenibile è Possibile[3] si apriva con la citazione di una frase di Giovanni Giolitti del 1907. Lo statista, discutendo delle ragioni del crack finanziario della Roma post-unitaria che aveva abboccato all’esca della convenzione[4] tirata dal cardinale De Merode – uno strumento urbanistico a vantaggio della speculazione privata di cui il cardinale stesso risultava essere il deus ex machina – disse:
«Se in principio, nel 1870, vi fosse stata un’Amministrazione comunale che, intuendo l’avvenire di Roma, avesse acquistato le aree fino a 5 o 6 km intorno alla città, ed avesse compilato un piano di ingrandimento, studiato con concetti molto elevati, oltre ad avere creato una città con linee molto più grandiose, avrebbe anche fatto un’eccellente speculazione»[5].
Nel libro ricordavo come, dovendo porre rimedio a quell’errore, già alla fine dell’Ottocento, il sindaco Luigi Pianciani tentò di rendere il Comune un soggetto attivo con spirito imprenditoriale poiché, come ha osservato il compianto Italo Insolera:
«in una città che ha l’edilizia come sua unica attività industriale, il deficit dell’amministrazione […] può essere sanato proprio con una diretta partecipazione in tale ramo di investimenti»[6].
Alla luce di questi fatti, volendo entrare nel merito del discorso economico, ritengo possa essere utile guardarci intorno, e cercare di capire il modo in cui alcuni Paesi, che stavano messi peggio di noi, siano riusciti ad uscire dal debito. La conoscenza di certe cose, ne sono convinto, potrebbe risultare di grande aiuto per trovare un modo per risollevare le sorti dell’Italia.
 
 
 
Fig. 7 - Via Chiana - Via Tagliamento RomaOvviamente, per conoscere certe cose ci si deve rivolgere a quegli articoli pubblicati da giornalisti freelance i quali, facendo “controinformazione”, danno la possibilità a tutti noi di “scoprire” cose che la stampa ufficiale non passa!
 
Per esempio, un interessante articolo pubblicato il 10 settembre 2012, sul sito “La Penna della Coscienza”, raccontava come “in Argentina, nel 2008, la Kirchner salvò e nazionalizzò la compagnia di bandiera Aerolineas Argentinas e Austral Lineas Aereas, nazionalizzò il sistema aeroportuale e attuò importanti investimenti nei principali scali nazionali. Come se non bastasse, nazionalizzò anche l’azienda aeronautica Lockeheed Martin, nazionalizzò i fondi pensionistici consentendo la salvaguardia delle pensioni. Creò il polo scientifico tecnologico di Buenos Aires, creò il Ministero della Scienza e attuò un programma per il rimpatrio di 800 ricercatori argentini dall’estero. Nel 2009 fu stabilito per decreto che per ogni figlio minore di 18 anni fosse assegnato un assegno che consentisse alla famiglia di uscire dalla soglia di povertà e con l’unico obbligo di frequentare l’istruzione obbligatoria tra i 5 e i 18 anni e tra il 2006 e il 2009 la soglia di povertà in Argentina è scesa dal 21% all’11,3% e fino al 9,6% nelle aree metropolitane”.
 
 
È interessante ascoltare, direttamente dalla voce della Kirchner, ciò che ha detto in occasione del pagamento dell’ultima rata del debito:
 
«Per dieci, lunghi anni, abbiamo vissuto nel limbo. Per dieci, lunghi anni, abbiamo protestato, contestato e combattuto contro le decisioni del FMI che voleva imporci misure restrittive di rigore economico sostenendo che fossero l’unica strada. Noi abbiamo seguito una strada opposta: quella del keynesismo basato sul bilancio sociale, sul benessere equo sostenibile e sugli investimenti in infrastrutture, ricerca, innovazione, investendo invece di tagliare. Abbiamo risolto i nostri problemi. Ci siamo ripresi e siamo in grado di saldare l’ultima tranche con 16 mesi di anticipo. Le idee del FMI e della Banca Mondiale sono idee errate, sbagliate! Lo erano allora, lo sono ancor di più oggi».
 
Ma, in materia di debito, ci sono altre notizie simili che non sono passate per i nostri “media accreditati”, e che possono tornarci utili. Per esempio quella pubblicata da diversi social networks, come “Naturalmente Verona” – un sito che promuove il commercio equo e solidale – ovvero quella notizia che ci racconta come, a differenza del resto d’Europa, “in Islanda si registra il 2,4% di crescita e la disoccupazione è scesa al 6,1!” Se qualcuno si chiedesse cosa possa essere accaduto in quella remota isola, l’articolo racconta che “il popolo islandese è riuscito a far dimettere un governo al completo; sono state nazionalizzate le principali banche commerciali, i cittadini hanno deciso all’unanimità di dichiarare l’insolvenza del debito (debito illegittimo). Il nuovo Governo ha disposto le inchieste per determinare giuridicamente le responsabilità civili e penali della crisi, sono stati emessi i primi mandati di arresto per diversi banchieri e membri dell’esecutivo; l’Interpol si è incarica di ricercare e catturare i condannati: tutti i banchieri implicati hanno abbandonato l’Islanda”.
 
Fig. 8 - Piazza Mazzini, Roma
 
Ebbene, per ciò che ci riguarda, e senza voler scomodare Maynard Keynes, il quale riteneva che l’intervento pubblico nell’economia potesse sostenere la domanda aggregata e, di conseguenza consentire il rilancio dell’economia, potremmo limitarci ad analizzare quella che fu la politica economica dell’ICP di Roma all’inizio del Novecento, politica che gli consentì di sanare i conti pubblici e realizzare casepopolari “a costo zero”, divenendo una solidissima azienda che costruiva in proprio e per conto terzi gli edifici residenziali … cosa che gli consentì altresì di tener testa al problema della disoccupazione.
 
Nel pensiero socialista di Luigi Montemartini[7] sulla cooperazione – fondamentale nella politica del sindaco di quegli anni, Ernesto Nathan, e dell’ICP – si consideravano i possibili benefici economici per l’intera società derivanti dall’emancipazione del settore pubblico dalle imprese private. In essa si vedeva la necessità della creazione di un “partito dei consumatori”, in grado di impostare una corretta politica di governo urbano. Politica che veniva a coinvolgere non solo i ceti popolari ma anche la piccola e la media borghesia.
Accanto a questa lungimirante visione, alla base della politica gestionale dell’ICP, come ho potuto documentare accuratamente ne “La Città Sostenibile è Possibile”, lo Stato produsse anche una serie di norme a supporto dell’Ente, e di incentivo e agevolazione fiscale per tutti, affinché potesse risolversi il problema casa, migliorando al contempo la situazione socio-economica della Capitale, in perenne crescita demografica.
 
Per comprendere di cosa si stia parlando, e per capire come la cosa possa aiutare ad uscire dalla situazione economica attuale, torna utile raccontare il caso del quartiere Testaccio di Roma, questo quartiere, infatti, è quello sul quale furono messe in pratica quelle idee lungimiranti di cui sopra. La cosa si poté realizzare in risposta alle battaglie sociali combattute dal Comitato per il Miglioramento Economico e Morale diTestaccio[8], che rifiutava categoricamente l’assistenzialismo della Chiesa, poiché questo sistema obbligava il popolo ad una vita parassitaria di perenne dipendenza da essa. Il popolo voleva un lavoro che gli facesse ottenere l’auspicato riscatto sociale.
 
Il popolo voleva rendersi partecipe della vita e della produzione della comunità.
 
Su queste basi, all’epoca della costruzione del quartiere Testaccio, si fondò il principio di rafforzare le cooperative edili romane – una buona parte delle quali si era formata proprio tra gli stessi lavoratori del quartiere – e così, piuttosto che affidarsi ad una importante impresa privata che aveva anche messo a disposizione una cospicua somma di denaro, si decise di affidare a quelle cooperative la costruzione dei luoghi dove avrebbero dovuto vivere: la scelta dell’amministrazione socialista di affidarsi alle cooperative, intendeva dimostrare la possibilità concreta di creare, anche a Roma, un tessuto produttivo alternativo alle imprese private. Politicamente questo era anche un messaggio in risposta ai disastrosi effetti economici e sociali dovuti alla massiccia speculazione edilizia che aveva caratterizzato le precedenti amministrazioni clericali[9].
 
Questo criterio si dimostrò talmente valido che, dopo il Testaccio, venne adottato per tutti i quartieri realizzati dall’ICP, anche al di fuori di Roma … fino al momento in cui, instauratosi il regime fascista, non cambiarono le condizioni politiche e venne istituita la Legge sui Governatorati[10].
 
Fig. 9 - Broggi - edificio residenziale in Piazzale Emporio
Il criterio equo e virtuoso sviluppato dall’ICP, consentiva una gestione del cantiere che ne velocizzava la costruzione: grazie alla frammentazione dei lotti, ed alla concessione in appalto a differenti cooperative artigianali, gestite e controllate dall’ICP tramite l’Unione Edilizia Nazionale e il Comitato Centrale Edilizio, la costruzione di un lotto, o di un intero quartiere, poteva procedere contestualmente da direzioni opposte.
Questo modo di procedere dell’ICP aiutava a ridurre notevolmente il problema della disoccupazione, generando tra l’altro una vasta manodopera in regime di concorrenza. Tra l’altro, il fatto che i costruttori risultassero anche i “consumatori” del prodotto finito, alzava notevolmente il livello qualitativo finale. Non è dunque un caso se, a cento anni di distanza, ci troviamo a parlare di edifici che, pur essendo nati come popolari, oggi risultano tra i più richiesti dal mercato immobiliare, che li considera alla stessa stregua del centro storico!
 
Ebbene, se questa lezione gestionale venisse recepita oggi, se fossimo in grado di guardare al problema urbanistico e ambientale delle nostre città come ad una risorsa, potremmo accorgerci che la svolta per il rilancio dell’economia potrebbe avvenire proprio grazie ad esso!
L’urbanistica novecentesca ci ha lasciato in eredità delle città disastrose, fatte di quartieri criminogeni, dove i “vuoti urbani” dominano la scena. A causa di stupide normative urbanistiche novecentesche possediamo strade molto più larghe di ciò che dovrebbero, edifici che non si affacciano più sui marciapiedi ma che risultano prigionieri di orribili recinzioni, enormi parcheggi spesso inutilizzati, orribili centri commerciali che uccidono il commercio al dettaglio lungo le strade e che, conseguentemente, tolgono sicurezza alle stesse; aree verdi che non hanno nulla di verde, … insomma, un disastro prodotto da norme e standard minimi che, sebbene ci fossero state presentate come misure a vantaggio dei diritti del cittadino, in realtà hanno prodotto un consumo spropositato di suolo, donandoci delle città caratterizzate da immani superfici inutilizzate, e inutilizzabili, superfici che, essendo demaniali, necessitano di enormi costi manutentivi sostenuti dai contribuenti.
Eccola dunque la risposta: quelle superfici sono demaniali, ergo possono configurarsi come quelle aree pubbliche ove operare «un’eccellente speculazione» che Giolitti lamentava non esserci stata!
 
Infatti, se i comuni, gli IACP o ATER, riprendessero in mano la lezione di Montemartini, di Nathan e dell’ICP, e decidessero di operare in concorrenza con le imprese private (ergo calmierando il mercato), rendendo edificabili i tanti vuoti urbani di proprietà pubblica al fine di ricompattare il territorio comunale, non solo sarebbe possibile realizzare edifici tradizionali energeticamente validi all’interno di città nuovamente “compatte e sostenibili", in quanto non più schiave dell'autotrazione – a differenza della presunta bioarchitettura che vede brutti edifici industriali che, sebbene energeticamente validi sorgono in città disperse dove senza l’automobile non si può vivere – ma sarebbe anche possibile creare una miriade di posti di lavoro, riformando peraltro quell'artigianato edilizio necessario a restaurare in maniera corretta il nostro patrimonio storico.
Fig. 10 - Viale dei 4 venti, RomaPoter costruire, sostituendo l'edilizia "energivora" esistente, su terreni demaniali e più centrali, ovviamente con architetture e tecniche costruttive rispettose del bene comune, significherebbe non dover combattere con quelle imprese che, per "necessità", vorrebbero continuare a costruire dove hanno i propri terreni (ex agricoli "gentilmente" trasformati in lotti edificabili da parte di politici e tecnici conniventi), infatti queste potrebbero venir coinvolte nel processo di sostituzione e ricompattamento del tessuto edilizio esistente realizzato su terreni pubblici più centrali, con grande beneficio per le casse pubbliche e, di conseguenza, con la possibilità di ridurre la pressione fiscale dei contribuenti.
 
In questo momento, ricompattare le città realizzando edifici tradizionali in grado di abbattere i costi di manutenzione, ma soprattutto quelli di riscaldamento e raffrescamento, significherebbe farci trovare preparati alla fine dell’era del petrolio, e a quel punto non dovremmo nemmeno arrovellarci il cervello al pensiero di come produrre energia pulita per far funzionare i nostri edifici, perché ci saremmo dotati di edifici a basso consumo energetico che sorgono in città che non richiedono autotrazione privata. Le energie alternative andranno comunque ricercate e sviluppate, ma per produrre un quantitativo di energia decisamente inferiore a quello richiesto dalle città attuali.
 
 
Questa “partecipazione diretta dello Stato nel processo edilizio e nel mercato fondiario”, come l’Argentina e l’Islanda insegnano, dovrebbe andare di pari passo con la nazionalizzazione delle banche, a quel punto il debito potrebbe davvero divenire un brutto ricordo lontano … cosa stiamo aspettando dunque??

 

 


[1] Il progettista del Corviale di Roma, Mario Fiorentino, ebbe bellamente a dire: «ci sono due modi di fare Architettura ... o forse ce n’è solo uno ... c’è quello semplice e pacato dell’utilizzazione degli schemi super testati che l’edilizia pubblica in Italia – e non considero solo quella romana – ha più o meno accettato. E poi c’è quello sperimentale, che è il metodo a cui l’esperienza di Corviale appartiene. Io ricorderò sempre come Ridolfi, che è stato il mio vero maestro, sempre mi diceva: “quando progetti per un cliente (e l’edilizia pubblica è un cliente come un qualsiasi altro privato), senza rivelarglielo tu devi sempre sperimentare” perché, in effetti, queste sono esattamente le opportunità nelle quali gli esperimenti possono essere fatti!»
[2] Infatti, nel capitolo – Obbligazioni del Mandatario, art. 1710 (Diligenza del mandatario) si legge: «Il mandatario è tenuto a eseguire il mandato (2030, 2392, 2407, 2608) con la diligenza del buon padre di famiglia» (1176 – diligenza nell’adempimento).
[3] E. M. Mazzola,  La Città Sostenibile è Possibile – The Sustainable City is Possible. Prefazione di Paolo Marconi. Gangemi Edizioni, 2010.
[4] Per precisare di ciò che si intende per “convenzione”, cito la chiarissima spiegazione che ci dà Italo Insolera in Roma – Immagini e realtà dal X al XX secolo, Laterza Edizioni, Roma-Bari 1980, pag. 367: «la convenzione è un contratto tra il proprietario di un terreno e il Comune. Il proprietario si impegna a cedere al Comune ad un prezzo modesto le superfici stradali (generalmente secondo un tracciato fatto dal proprietario stesso) quindi ridotte al minimo indispensabile per la sola circolazione [questo commento è mio] e raramente qualche area per i pubblici servizi (scuola, mercato, ecc.); il Comune si impegna a costruire le fogne, l’acquedotto, le condutture del gas, i marciapiedi, il selciato, la pubblica illuminazione, le fontanelle e i tombini per l’innaffiamento e si impegna alla manutenzione permanente di tutto ciò (oppure il Comune incarica, sempre a proprie spese – abbondantemente anticipate – lo stesso proprietario di realizzare queste opere). Il Comune infine autorizza la costruzione dei lotti risultanti dal tracciamento delle vie, secondo il progetto presentato dal proprietario, raramente con qualche modificazione».
[5] Per l’edilizia della capitale, Camera dei deputati, tornata 16 giugno 1907, Discorsi, vol. III, p. 969.
[6] Italo Insolera, op. cit., pag. 32.
[7] Luigi Montemartini, (Montù Beccaria (PV), 6 marzo 1869 – Pavia, 5 febbraio 1952) politico socialista che si batté per i diritti dei contadini e per l’affermazione dei principi della cooperazione.
[8] Di questo Comitato, presieduto dal proto-sociologo Domenico Orano, facevano parte diverse associazioni e cooperative, tra le più propositive di tutte quelle presenti nei vari quartieri popolari romani del periodo.
[9] Simona Lunadei, Testaccio: un quartiere popolare, Franco Angeli, Milano 1992, pag.83.
[10] In particolare nel 1926 avviene una modifica sostanziale dello Statuto dell’ICP che comporta una ulteriore limitazione di autonomia dell’Istituto che, perdendo quel carattere di imprenditorialità aziendale che aveva raggiunto, diviene un semplice gestore della politica del Governatorato.

Commenti  

# Matteo 2012-11-14 12:57
Bravo Ettore! Sempre preciso, chiaro e corretto!
# ettore maria mazzola 2012-11-14 15:51
Grazie a Claudio per aver concesso questo spazio ... soprattutto grazie per il lavoro che hai dovuto fare per il montaggio del testo, delle immagini e delle note.
E grazie a Matteo per le tue parole di apprezzamento.
Spero che le mie riflessioni aiutino molti altri italiani a riflettere
Ciao
Ettore
# Amministratore Commenti 2012-11-14 16:20
Beh l'impaginazione non è mia ma degli amici Vittorio e Francesco che si prodigano da sempre per tenere in piedi questo sito che è ormai diventato quasi una... enciclopedia.
E' sempre un grande piacere collaborare con le poche persone che propongono soluzioni e non solo critiche, senza prostituirsi (come buona parte del mondo artistico e urbanistico fa) alle lusinghe di una politica idiota.
Infatti, come diceva il mio saggissimo nonno, "Dio ci salvi dai politici idioti perché quelli corrotti, per quanto siano disgustosi, fanno sempre meno danni di quelli idioti".
E le riflessioni di Ettore si sposano perfettamente, con grande precisione ed efficacia, con la linea culturale che tentiamo di portare avanti da sempre.
Grazie a te Ettore.
Claudio
# ettore maria mazzola 2012-11-14 17:18
tuo nonno era un grande saggio Claudio!
Allora colgo l'occasione per ringraziare Vittorio e Francesco
Ciao
Ettore
# Amministratore Commenti 2012-11-14 19:19
Pubblichiamo questa mirata e, a nostro avviso, circostanziata "contestazione" sugli aspetti economici dell'articolo di Mazzola e soprattutto sul concetto di "debito".

Sinceramente trovo molto fuorviante fare continui riferimenti all'Islanda per quanto riguarda il modo in cui ha gestito il default.
Bisognerebbe ricordare prima di fare questo esempio che l'Islanda ha il Pil leggermente più alto della Basilicata. Più basso di quello dell'15 Arrondissement di Parigi. Purtroppo non trovo il pil della IV circoscrizione di Roma, ma deve essere attorno a quella cifra.
L'Islanda è un paese che conta come il due di coppe quando briscola è denari.
Se un qualsiasi paese in Europa (l'Ecuador in più dell'Islanda ha solo un po' di caffè e cioccolata) si comportasse come l'Islanda scoppierebbe la terza guerra mondiale. O nella migliore delle ipotesi torniamo al baratto.

Per quanto riguarda l'Argentina bisogna aggiungere un paio di cose. L'Argentina ha avuto la brillante idea di mettere per undici anni il cambio col dollaro 1 a 1 per combattere l'inflazione. Secondo me manco il genio del Bilancio Giulio Tremonti sarebbe mai arrivato a concepire un'idea del genere. In tal modo tra l'altro gli argentini compravano le materie prime a prezzi stracciati rispetto alla loro valuta. Col loro giochetto però hanno finito per distruggere l'export, e appena il Brasile ha svalutato sono finiti a gambe all'aria. A questo punto non hanno trovato nulla di meglio per risolvere la loro allegra gestione economica che dichiarare bancarotta. Dopo qualche anno Kirchner ha trovato il modo di ridare i soldi indietro. Solo che che ha pagato i titoli di debito con dei nuovi del valore pari a un quarto. In pratica ha pagato il 25% dei propri debiti.

In pratica è come se io do 100 euro a uno per iniziare la sua attività. Lui invece di andare a lavorare va a ubriacarsi tutte le sere e finisce i soldi. Dopo due anni mi dice "Amico mio, ti va bene se ti ridò solo 25 euro? Gli altri non ce li ho più e se li ridò a te non posso dare da mangiare a mio figlio" L'FMI sarà pure guidato dai pochi privati senza alcuno scrupolo nei confronti delle masse, ma questo è un altro discorso. La Grecia a suo modo a fatto anche peggio perché in assoluta mala fede ha fatto falso in bilancio per entrare nell'euro e avere come gli argentini una moneta forte. E gli altri pagano.

Il vero motivo per cui è folle parlare di debito è che il debito non esiste. Il debito è pura convenzione perché la carta moneta non ha alcun valore con il corso forzoso. Il valore è accordato solo dalla fiducia quindi il debito è di per sé qualcosa di inesistente.


Questa settimana è uscito un articolo interessante di Krugman a tal proposito:

(….) Cos'è allora la moneta a corso forzoso? È un «espediente sociale», per citare l'economista Paul Samuelson. È una convenzione, che funziona fintanto che il futuro è come il passato. Ovviamente queste convenzioni possono venir meno, ma lo stesso può succedere con cose come i diritti di proprietà. Anzi, si potrebbe sostenere che quasi tutti i beni in un'economia moderna devono il proprio valore alle convenzioni sociali: le banconote possono perdere il loro valore, ma lo stesso può succedere a ogni tipo di titolo e contratto cartaceo, che vale qualcosa, in definitiva, solo perché la legge dice che è così (e le leggi possono essere abrogate). Una volta che ci si rende conto che una convenzione sociale non è assolutamente la stessa cosa di una bolla, molte convinzioni errate analoghe vengono smontate.

Prendiamo la tesi, spesso ripetuta a destra, secondo cui il sistema previdenziale sarebbe una truffa piramidale, perché si regge su asset reali molto limitati. È vero che il sistema previdenziale è un meccanismo in cui ogni generazione paga le pensioni della generazione precedente, con l'aspettativa di ricevere lo stesso trattamento dalla generazione successiva. Ma anche questo, come la circolazione della moneta, è un processo che può andare avanti all'infinito: non c'è nulla di insostenibile (sì, c'è il problema dell'evoluzione demografica, ma attiene al livello di tasse e pensioni, non alla natura di fondo del meccanismo). Insomma, la previdenza non è una truffa piramidale. Ultima considerazione: l'idea che il valore di una moneta debba basarsi su un "fondamentale", anche se è un caposaldo delle teorie economiche di destra, ha forti somiglianze con la teoria del valore-lavoro di Marx. In entrambi i casi non si tiene conto del fatto che il valore è una qualità emergente, non un'essenza: la moneta possiede un valore di mercato basato sul ruolo che ha nella nostra economia. Punto e basta.


Marco Graziaplena
# vittorio rossi 2012-11-15 00:32
Mi sento di dissentire completamente dalle affermazioni di Marco, in particolare sulla Grecia e l'Islanda. Il paragone con l'amico dissipatore è a mio avviso inesatto, in quanto quest'ultimo è sia responsabile, sia trae il beneficio dalla sua azione , decidendo di sperperare quanto avuto in prestito, mentre il popolo greco, nè ha deciso lui cosa fare (come ormai nessun popolo in Europa può più decidere nulla), nè tantomeno ha tratto beneficio dalle folli e ripetute decisioni di altri (Europa e FMI in testa); deve solo pagare con la fame, la miseria e la denutrizione dei suoi figli i crimini altrui. E per quanto riguarda la nazionalizzazione delle banche, forse non sarei d'accordo neppure io, ma è forse meglio la "bancanizzazione" delle nazioni, con i governanti totalmente dedicati a fare l'interesse delle banche a scapito dei cittadini, con la minaccia del fallimento?

Avevo letto l'articolo di Krugman sul "Sole" del 3 Novembre, e devo dire non ho capito nulla, non di come scrive, che è chiaro, ma dell'essenza del suo discorso, totalmente avulso dalla realtà come la maggior parte dei discorsi degli economisti; non esiste il debito, oppure è solo una convenzione? diciamolo a chi per qualche di migliaio di euro di debito perde la casa. Non potrò prendere la pensione relativa ai contributi previdenziali che ho versato (non certo per mia volontà)? per me è una truffa, piramidale, cubica o sferica non so. Ed è una truffa anche se avere un sistema sostenibile signifca che prenderò 100 euro al mese da 95 anni in poi e morirò di fame.
Ed infine, quando metto in tasca 10 euro frutto del mio lavoro, vorrei tanto che essi rappresentassero un valore reale, e non un astratto debito che una banca centrale ha contratto con un banca reale o viceversa.

Tornando al bell'articolo di Ettore, non credo si possa non concordare che il compito di un buon governante, come la Kirckhner, debba innazitutto essere quello di fare l'interesse dei propri cittadini, anche a scapito dei grandi poteri finanziari, e non quello di seguire supinamente le direttive di questi ultimi, sempre mirate al depauperamento forzoso delle economie per consentire l'estizione dei debiti nel più breve tempo possibile anzichè perseguire la crescita e il benessere dei popoli. E l'esempio di Argentina ed Islanda dimostra che si può fare.
Vittorio
# Amministratore Commenti 2012-11-15 02:38
Cari amici.
Ero certo che gli aspetti economici avrebbero creato delle differenziazioni. Ma secondo me, bisogna stare molto attenti a non perdere il nucleo centrale dell'articolo di Ettore.
Qui si parla di un modo con il quale, in un certo periodo della nostra storia "recente" ci si è riappropriati di un buon metodo per fare architettura e urbanistica a misura d'uomo. I risultati si vedono dal confronto fra le foto e se la politica non avesse affogato se stessa in quel mercimonio pubblico-privato di subappalti ad amici e parenti, gran parte dei "debiti" ce li saremmo potuti risparmiare e vivremmo in un ambiente migliore.

Claudio
# Amministratore Commenti 2012-11-16 00:23
Per quanto riguarda la parte dell'articolo che riguarda l'architettura credo che ogni commento sia superfluo...ciò che, a mio avviso, grida più vendetta, è il fatto tali costruzioni siano commissionate a grandi architetti, gente che percepisce fior fior di quattrini per realizzare opere indecenti. Purtroppo dietro c'è un enorme vuoto culturale ed esistenziale, provocato dalla distruzione dei valori tradizionali (non a caso il termine "cultura" viene da culto...ora, se il culto vien messo da parte viene da sé che la cultura degeneri). In questo vuoto si sono insinuate certe correnti, le quali hanno imposto un nuovo modo di intendere l'arte. Non è più bello ciò che stupisce, ciò che è ritmico ed armonico, bensì ciò che decidono le c.d. avanguardie. Famosa fu la merda d'artista , dove l'autore sigillò le proprie feci in 90 barattoli di conserva, ai quali applicò un'etichetta con la suddetta scritta.
Perchè un urinale a muro di maiolica, un manifesto della scatola di minestre Campbell o un vitello sezionato in formalina acquistino lo status di opere d’arte anzichè scherzi di cattivo gusto, occorre che siano produzioni di qualcuno che abbia lo status di artista, che figurino in esposizioni e gallerie d’arte di grido, vengano comprate da celebri musei d’arte contemporanea, compaiano su selezionati e selettivi cataloghi d’arte.
E' chiaro che c'è qualcosa che non va. Qui non si tratta soltanto di far soldi con poco, attraverso la gestione della moda. Qui è in ballo la scala dei valori dell'essere umano. C'è l'introduzione di un relativismo portato all'estremo, dove anche l'esposizione di un water può esser arte. E, si badi bene, questi sono gli stessi principi che muovono l'architettura. Non è più l'oggetto in sé un artefatto (cioé bello e utile). E' l'artista che ci spiega cosa a voluto intendere con la sua opera, cosa ha partorito la sua mente (ed è bene che ci spieghi, altrimenti non se ne caverebbe un ragno dal buco). Qui si potrebbero scrivere pagine intere sull'enorme edonismo che muove certi rappresentanti dell'intellighenzia artistica (i quali amano definirsi snob, dimenticando che snob è un acronimo per indicare sine nobilitate, termine che veniva affibbiato ai frequantatori dei salotti aristocratici di lignaggio non blu (lascio a voi indovinare di quale etnia fossero)), cosa che evito perché andrebbe fuori tema. Concludo citando Blondet:
>

Quanto al lato economico, anche qui, poco da obiettare. L'edilizia è da sempre il propulsore della crescita economica e, se si applicasse il mutuo sociale (progetto portato avanti da un certo ambiente politico anni orsono) assieme alla riappropiazione della politica monetearia, sarebbe probabile la fuoriuscita dell'Italia dalla spirale debitoria. Ma il discorso sarebbe troppo lungo.
Mirko
# ettore maria mazzola 2012-11-16 11:55
sono contento che ci sia un dibattito, e che lo stesso spazi dall'architettura all'urbanistica all'economia, alla politica e all'arte più in generale. Quando ho scritto il post speravo di stimolare un dibattito che accorpasse le tante discipline che ruotano attorno all'architettura. ... Solo con l'interdisciplinarie tà è possibile arrivare a trovare delle soluzioni. Sicuramente il tema principale è l'urbanistica, ma la stessa non può prescindere da una visione olistica. Quanto al discorso economico, indipendentemente dal peso che l'economia islandese e quella argentina possano avere, il messaggio vuole essere sostanzialmente quello di far riflettere sul fatto che, dalle "frumentationes" dell'antica Roma, fino agli esempi virtuosi che ho menzionato in materia di costruzione e gestione dell'edilizia popolare e non, il coinvolgimento diretto dello Stato (tramite le municipalizzazioni e statalizzazioni) resta l'unica via per contrastare la speculazione privata e, se ha funzionato prima del fascismo, non v'è motivo alcuno per escluderlo a priori, che si tratti di edilizia, o di banche, o di gestione dei siti di interesse turistico-culturale, quell'esempio andrebbe considerato con più attenzione. 1^ parte
# ettore maria mazzola 2012-11-16 11:56
2^ parte
Pensate per esempio all'involuzione che si è avuta (a livello culturale e manutentivo) in tutti i siti gestiti dalla ZETEMA, oppure pensiamo allo schifo delle gestioni private della raccolta dei rifiuti, in confronto a casi "virtuosi" come le discariche Ginepreto 1 e Peccioli ... quando tutto si affida ai privati, loro ci guadagnano alla grande, il patrimonio, le città, l'ambiente e i turisti ne soffrono. Perché dunque i costi dovrebbero continuare ad essere statali e i guadagni privati? Non dico che si debba statalizzare tutto, ma non vedo nulla di sbagliato in una concorrenza leale tra lo Stato e i privati, e non vedrei nulla di sbagliato se venissero concentrati nello Stato i costi e benefici dei siti e dei beni che gli appartengono ... la cosa aiuterebbe anche a creare lavoro!
# Amministratore Commenti 2012-11-16 12:47
mmhh: qui il discorso rischia di diventare politico e vorrei evitare la politica come la peste.
Dal punto di vista filosofico direi che qualsiasi risultato sociale (che sia verificabile in decenni o in secoli e non in mesi, come attualmente accade) è connesso alla virtù dell'uomo e non al sistema adottato.
Lo Stato è un'idea che può avere tante forme (vedi il nostro editoriale sulla gerarchia); però esistono gli uomini preposti alla gestione delle cose di stato e che dovrebbero assicurarne il funzionamento. Sono loro che... fanno casino.
E potremmo domandarci: "Dove è che un uomo che lavora nell'organizzazione dello stato, smette di essere privato e diventa "pubblico"?
Il privato è ciò che concerne la sfera dei singoli (o di gruppi di singoli con interessi e idee comuni). Se i gruppi diventano molto grandi... si trasformano in partiti (o fazioni) e poi in accordo totale o parziale fra loro, con o senza elezioni, diventano Stato.
E a questo punto si scatenano i problemi di "chi gestisce cosa" e quali sono i limiti delle libertà di ognuno. (vedi i tanti editoriali sui guai delle democrazie).
Non credo che esista un sistema perfetto nel rapporto tra pubblico e privato. L'umanità ne ha provati decine... e sono tutti franati a causa della corruzione e della incapacità dei singoli (siano stati funzionari di stato o privati non fa alcuna differenza).
Però esistono gli uomini saggi e gli uomini cretini. Quando le cose vanno in mano ai cretini, pubblici o privati, tutto va in malora.
Per cui io ne faccio soltanto (socraticamente) un problema di sapienza e amore per il prossimo (che vuol dire anche onestà) e non di sistema.
Pitagora lo aveva attuato attraverso la sua straordinaria esperienza, in cui occuparsi della cosa pubblica era un obbligo temuto...e non pagato. Per questo lo hanno ammazzato.
Claudio
# mirko antidormi 2012-11-16 19:25
Non sono totalmente d'accordo. Il tuo è un discorso che può valere a livello individuale. Poi esiste il mondo, con tutte le sue complicazioni. Il governo di uno Stato non è frutto di scelte arbitrarie. Deve avere legittimità, quindi deve, etimologicamente, esser fondato sulla legge. Chi stabilisce la legge deve averne lo ius, quindi non tutti, tantomeno il popolo. Di conseguenza non è vero che tutti i governi sono uguali / legittimi, ma esistono alcuni governi che cercano di conformarsi all'assoluto, rispettandone leggi che proteggono l'economia spirituale, e governi che guardano al relativo. Uno Stato, inoltre, deve avere uno stampo dirigista, perché guida al bene comune, bene tutelato da una morale tradizionale. Un esempio può esser dato dal Giappone di epoca Meiji. L'edilizia, in genere, è frutto di queste dinamiche. Lo Stato fascista ha prodotto certi frutti (l'Eur, la Garbatella, ma anche le Case del Fascio (!)); lo Stato democristiano ha prodotto Corviale, il Laurentino 38. Ognuno è figlio della sua morale.
# Amministratore Commenti 2012-11-16 20:26
Forse l'ultimo uomo che è riuscito a stabilire delle leggi (forse anche urbanistiche) avendone veramente lo ius (sia perché chiacchierava con la Ninfa Egeria sia perché aveva uno splendido rapporto con Giove) è stato... Numa Pompilio.
Nei 2500 anni successivi... oserei dire che ci siamo arrangiati, cercando assai spesso di legittimare l'arroganza chiamandola "ius".
In mezzo a questo coacervo di arroganza ci sono stati alcuni uomini onesti ed umili (pochissimi, a nostro avviso, per lo meno secondo quanto abbiamo cercato di dimostrare in precedenti articoli); infatti la scalata al potere, al di fuori di un conferimento realmente sacro, è difficilmente compatibile con l'onestà.
Ora questo non vuol dire che anche nei momenti di maggiore abiezione dell'umanità non ci siano stati degli splendidi urbanisti (torno al pensiero centrale di Mazzola).
A mio avviso, così come i socialisti di Natta fecero degli splendidi piani urbani per Roma, altrettanto dicasi di alcuni progetti stradali o anche architettonici elaborati durante il fascismo (per non parlare dell'edilizia agricola); e non dimentichiamo che in pieno comunismo, in Russia è stata realizzata una delle più belle ed efficienti metropolitane del mondo.
E nessuno di questi stati, quanto a "ius" andava molto forte.
Ma insieme a delle realizzazioni architettonicamente valide sono state prodotte quelle che Paolo Villaggio avrebbe chiamato "cagate pazzesche".
E quando è che sono state prodotte tali "cagate"?
Quando (evviva il calembour) tutti costoro cercavano di conformarsi al loro... relativo modo di... immaginare l'assoluto.
Cioè quando "stentoreamente" cercavano di plagiare l'ideale, trasformandolo in "idolo".
Anche oggi siamo in piena idolatria. Questa volta l'idolatria vincente sta dimostrando essere quella tecnologica.
Nel bellissimo libretto di Ettore Mazzola che abbiamo pubblicato da poco (Cosa insegnare) vengono mostrati numerosi abominevoli esempi di tale idolatria architettonica, che con lo ius non c'entra nulla.
Claudio
# Amministratore Commenti 2012-11-17 19:31
Cari amici,
la discussione avviata, come dice, Claudio, può sfociare nella politica e questa non è la sede giusta. Perciò dallo scritto di Mazzola prendo spunto per dire che mi sembra non sia in discussione lo jus o il rispetto della gerarchia per poter progettare uno sviluppo edilizio economicamente sostenibile e legato all’idea del bello, ma quello di suggerire che nel gestire uno sviluppo dell’edilizia ci possa essere e ci debba essere una visione diversa da quella che una gestione degenerata della democrazia da parte delle classi al potere ci ha messo davanti agli occhi dal dopoguerra in poi. Concordo con Claudio quando afferma “qualsiasi risultato sociale (che sia verificabile in decenni o in secoli e non in mesi, come attualmente accade) è connesso alla virtù dell'uomo e non al sistema adottato”. Non è mai esistito o esisterà un governo di uno Stato che sia effettivamente, cioè realmente guidato da uomini in possesso di quello ius, tali da renderli più vicini all'assoluto, “rispettandone leggi che proteggono l'economia spirituale”.
Peraltro uno Stato di stampo dirigista, “perché guida al bene comune, bene tutelato da una morale tradizionale” è capace di cose abbiette come gli altri. Così giusto per dire l’epoca Meiji citata scalzò il potere degli shogun, contestando alla radice l’impianto di tipo feudale. Ma anche gli Shogun si rifacevano ad uno jus legittimo, ereditato dall’etica sociale confuciana, con stato dirigistico e ben diviso in gerarchia (sanke, daymo, samurai, contadini, hinin, infine i mercanti appena tollerati, secondo l’etica confuciana). Anche Confucio si può dire rivestisse con legittimità il ruolo che svolse nella Cina nel V secolo a.c., sebbene non praticasse alcuna riflessione specificatamente metafisica, finché non fu “contaminato” dal buddismo attorno al 1000 d.c., dando vita la neoconfucianesimo.
Scusate la digressione asiatica e lo jus (presente in uno degli interventi) ma penso si tratti di ricavare dall’intervento di Mazzola spunti di riflessione utili alla nostra faticosa comprensione del presente e valutare i suggerimenti provenienti dalle sue critiche e proposte.
Penso che il problema di fondo sia, come spesso capita sempre più di ripetere, quello della battaglia culturale, perché poi le imprese pratiche degli uomini possano realizzare qualcosa di positivo, a prescindere appunto dal sistema politico. Non credo che il sistema politico ai tempi del Rinascimento sia qualcosa di invidiabile ai nostri occhi, ma è evidente quanta bellezza gli uomini di quel tempo ci hanno lasciato.
Gli urbanisti del dopoguerra, nello sfacelo progressivo dei riferimenti ideali, spinti da classi dirigenti politiche via via omologate allo spirito dei tempi, hanno ridotto il loro ruolo a complici da un lato del saccheggio delle risorse pubbliche, dall’altro hanno dato a una serie di utopie, sempre figlie dell’esprit du temps, che sarebbe anche un omaggio chiamarle sperimentazioni.
Negli anni 70 fui ospite di amici francesi in quel di Grenoble, che abitavano in uno di quei quartieri che erano stati costruiti con lo stessa idea di Corviale, Scampia etc. A differenza dei vari CEP o Zen, vere speculazioni fatte con dispendio di denaro pubblico, ruberie e materiali scadenti, quel quartiere rispondeva invece all’idea del falansterio, di quell’utopia di Fourier, il socialista utopista che aveva inventato questa comunità abitativa. Definita da lui falange (sic!), doveva ospitare un’unità sociale di qualche migliaio di persone, che si autogestivano, guidata da saggi (!?) e guardate un po’ (siamo agli inizi del 1800): «Il palazzo avrà almeno tre piani e il sottotetto, oltre il piano terreno e il mezzanino, dove saranno situati alloggi e sale di riunione dei bambini e dei vecchi, isolati dalla strada-galleria [...] È veramente una piccola città, ma non ha strade esterne e scoperte esposte alle intemperie». A Grenoble vidi questo quartiere che si estendeva ai due lati di una strada provinciale, e i due edifici, lunghi come Corviale, erano uniti da ponti ai vari piani. Potevi vivere là dentro senza uscirne mai, dato che c’erano spazi per negozi e uffici. C’erano anche sale per riunioni, che avrebbero dovuto ospitare iniziative degli abitanti. Gli appartamenti erano tutti uguali, di due o tre stanze massimo, piuttosto piccoli in verità, tutti in fila su questi lunghi corridoi. I miei amici, intellettuali ça va sans dire, erano entusiasti e cercavano di dimostrare la nuova umanità e il nuovo umanesimo che si stava costruendo lì dentro, stando gomito a gomito. Chi vi abitava erano studenti squattrinati, ex baraccati, operai e soprattutto emigrati. A domande precise non è che la vita sociale e di integrazione brillasse: per esempio il centro culturale a loro stesso dire non era molto frequentato. Non so come sia adesso, ma allora mi diede l’impressione di un ghetto, nel quale forzatamente persone già provate dalla vita venivano ammassate, senza una base culturale condivisa, nella quale portavano le loro miserie e le mettevano in concorrenza. Se allora quel quartiere mi fece questa impressione (deludendo l’entusiasmo dei miei amici francesi), oggi penso che su quella scia, Scampia con le sue Vele sia il concentrato della degradazione morale e spirituale che nel corso di questi ultimi trent’anni abbia investito la nostra società occidentale, che urbanisti, architetti e classi politiche senza principi abbiano favorito se non addirittura creato. Quell’utopia del falansterio di creare nuovi rapporti sociali, nuove etiche prescindendo dalla realtà fatta di persone in carne e ossa, e da principi di buon governo è una cosa perniciosa e pericolosa, e i risultati si vedono nelle banlieus di tutto l’occidente.
Quando penso al quartiere Cep della mia città, penso all’idiozia, oltre alle ruberie, di voler mettere tutti insieme ceti sociali devastati, pensando chissà perché che una casa col bidet sia in grado di far evolvere culturalmente, moralmente e spiritualmente un gruppo umano svantaggiato: la conseguenza è stata semplicemente che le famiglie criminali si sono trasformate in gruppi criminali imponendo con la forza la loro supremazia culturale sul territorio, e interagendo poi con il potere politico.
Ricordo una discussione con un architetto che mi diceva come l’errore più grande, quando si voleva dar case a chi non l’aveva, era di costruire questo tipo di quartieri, invece di mescolare le classi sociali, attraverso interventi pensati e pianificati, anche a costo di dar qualche dispiacere ai proprietari di case, che lasciavano case sfitte, e ai politici che di fronte alle dismissioni di fabbricati industriali o simili li tenevano lì una vita spettando l’occasione per realizzare del lucro.
Guardo film degli anni cinquanta e vedo a piazza Navona convivere operai, impiegati, fannulloni, altoborghesi negli stessi palazzi. E’ evidente che la non prevalenza di un gruppo sociale su un altro evitava il degrado e favoriva il contenimento di spinte destabilizzatrici del vivere comune. Con protervia degna di miglior causa invece sono stati distrutti moralmente, praticamente senza vita sociale degna di questo nome, interi quartieri storici di Roma, con lo sradicamento e l’incentivazione di attività commerciali rivolte al cosiddetto popolo della movida o della notte, cioè delle tenebre, in senso animico e metafisico.
Per tornare all’articolo di Mazzola, quello che è interessante non è come uscire dal debito (ci vuole una rivoluzione politica per farlo), ma come contrastare l’egemonia culturale che finanza, speculazione e architetti tanto vanitosi quanto avidi hanno imposto con l’aiuto di classi dirigenti a dir poco inadeguate e intellettuali (in senso lato) affascinati dal “nuovo” che ha voluto dire finora culto del brutto e volgarità. “La lezione gestionale” degli inizi del ‘900 nella costruzione dei quartieri richiamata da Mazzola, e l’idea dell’interveno pubblico nell’edilizia in modo alternativo ad oggi dovrebbe far parte di questa battaglia culturale che sottraesse a utopisti folli (ma non tanto visti i loro immeritati guadagni) a faccendieri di varia natura, pubblica o privata, ad ambientalisti senza idee serie, la distruzione umana e culturale dell’ambiente cittadino in cui viviamo.
D’altra parte, se nei grandiosi centri commerciali che spuntano ovunque (finanziati spesso con soldi di dubbia provenienza) si costruissero anche appartamenti per gli inconsapevoli (purtroppo) beoti dello shopping a tutti i costi, aggiungendo qualche discoteca e qualche cinema non si realizzerebbe il sogno del falansterio e quello della finanza uniti nella lotta?
Nick
# ettore maria mazzola 2012-11-19 16:46
Ottimo Nick, davvero puntuale

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