Perché Gibellina?

di

Ettore Maria Mazzola

 

Giorni fa il blog www.archiwatch.itaveva pubblicato un post nel quale un architetto italiano raccontava del suo viaggio estivo in Sicilia alla ricerca dell’architettura che aveva appreso sui banchi universitari.

Il viaggiatore confessava:

“Cresciuto in questi anni con il mito di Gibellina, ho colto l’occasione e sono andato a visitarla, essendo questa l’unica certezza in partenza. Ho trovato una città densa di opere d’arte e di architetture ma vuota di persone, quasi abbandonata. Un luogo metafisico, privo di vita, congelato ma allo stesso tempo arso dal sole siciliano. Durante tutta la giornata trascorsa tra i rilassanti panorami del Belice mi sono posto queste domande: Come mai tutto ciò? Come architetti e professori del calibro di Quaroni, Gregotti, Samonà, Purini siano finiti laggiù? Come mai ricostruire una città a 18 km di distanza dalle macerie della vecchia Gibellina? Perché tra le tante città colpite dai terremoti si è scelto di rifondare proprio quella? Lei vede la possibilità di una vera rinascita, perché a mio avviso non c’è ancora stata.

A quel post ho voluto replicare come segue:

Perché Gibellina è stata doppiamente sfortunata, in primis per essere stata distrutta dal terremoto, poi perché quel sisma è avvenuto nel 1968, ovvero nel pieno delle “sperimentazioni” (meglio definibili come pippe mentali) da parte dei “grandi nomi” dell’architettura e dell’urbanistica italiana.

 Così Gibellina è stata terra di conquiste, un luogo dove poteva mettersi in pratica la tabula rasa e testare, sulle ignare cavie già stordite dal sisma, quanto di più assurdo passasse per il cervello bacato di quegli sperimentatori miopi e ignoranti, così Gibellina nuova si presenta oggi come lo specchio del fallimento della presunzione e dell’ottusità dell’ideologia modernista.

Se mai quegli individui si fossero “abbassati” ad imparare dalla storia, essi avrebbero potuto apprendere, dalla stessa Sicilia, il modo di affrontare la ricostruzione. Bastava studiare il caso delle ricostruzioni di Catania, dopo l’eruzione devastante del 1669, o meglio ancora quello della ricostruzione dell’intera regione sudorientale (Val di Noto) a seguito del mostruoso sisma del 1693.

Il solo studio della sensazionale ricostruzione avvenuta dopo il 1693, avrebbe insegnato a quei “grandi architetti” spocchiosi del ’68 che, anche in pieno Barocco, la ricostruzione del Val di Noto tenne, gioco-forza, in seria considerazione le volontà dei residenti.

Quei “grandi architetti” avrebbero infatti potuto apprendere che della Commissione per la Ricostruzione facevano parte persone ed esperti di diverse discipline: Giuseppe Lanza, Duca di Camastra, venne nominato Vicario Generale per la ricostruzione del Val di Noto mentre, nel Piano per la Costruzione della Nuova Noto (che venne elaborato dopo lunghi dibattimenti con i sopravvissuti a causa della necessità di spostare, per ovviare alla possibilità di un nuovo “effetto domino” generato dalle condizioni altimetriche nell’antico luogo) intervennero diverse personalità: l’ingegnere olandese Carlos de Grunenbergh, il matematico netino Giovanni Battista Landolina Salonia, l’architetto gesuita Angelo Italia, l’architetto militare Giuseppe Formenti, mentre, per l’architettura degli edifici, intervennero una serie di architetti che si ritrovano impegnati nella ricostruzione di tutte le altre città interessate dal sisma, Rosario Gagliardi, Paolo Labisi, Vincenzo Sinatra, Antonio Mazza, ecc.

La cosa interessante e poco studiata di Noto è che, accanto al piano ortogonale a terrazze che caratterizza la parte centrale della città, i margini urbani sono caratterizzati da un’urbanistica di matrice islamica … anche se stiamo parlando di una città del primo XVIII secolo! I sopravvissuti accettarono lo spostamento a patto di poter ricreare, nella nuova Noto, delle condizioni urbanistico-ambientali “organiche” simili a quelle vissute nella città di origine. In questo Noto dimostra una sorta di prototipo del processo partecipativo nella pianificazione delle città.

Situazione simile si può studiare a Ragusa-Ibla, dove ci fu un gran dibattito, anche violento, tra i nobili e i nuovi ricchi proprietari terrieri delle aree dove poi sorse Ragusa, ma anche a Modica e in tutte le città ricostruite.

Se, cinicamente, volessimo stilare una classifica di successo in questi progetti ricostruttivi del XVIII secolo, e se per fare questo dovessimo far forza sul “successo di pubblico” prendendo come campione il turista medio, ci accorgeremmo che, mentre la griglia (dettata dall’ideologia del momento, nonché ovviamente dagli interessi privati e dalla semplicità compositiva), di Ragusa nuova, Cattedrale a parte, riscuote poco interesse, il tessuto storico e le architetture di Ibla riscuotono un successo straordinario.

A dimostrazione della debolezza delle scelte ideologiche in campo urbanistico, i progettisti di Gibellina Nuova avrebbero potuto analizzare il caso di Grammichele, dove il piano urbanistico voluto e imposto a forza da Carlo Maria Carafa Branciforte, con la collaborazione dell’architetto Michele di Ferla, si presenta come un luogo “geometricamente perfetto”, ma al contempo come un fallimento totale a livello di ospitalità, tanto da risultare una sorta di luogo metafisico del Settecento!

Ironia della sorte, nonostante il nostro territorio nazionale pulluli di esempi virtuosi da cui imparare, anche la “ricostruzione” di L’Aquila sembra aver voluto “imparare” solo ed esclusivamente dal modello fallimentare di Gibellina proponendo, per ragioni legate agli squallidi interessi personali, la realizzazione di vergognose e spersonalizzanti new-towns che nessuno degli interessati (i cittadini) voleva.

Ma la colpa non risiede solo negli schifosi interessi dei lottizzatori e dei loro “mecenati” politici che glielo consentono, ma anche e soprattutto nelle facoltà di architettura e urbanistica dove, piuttosto che insegnare la storia della ricostruzione del Val di Noto, si opera il lavaggio del cervello degli studenti creando il “mito” di Gibellina Nuova, ovvero il mito di un luogo (o meglio un non-luogo) metafisico, caratterizzato da edifici inutilizzabili  come quelli di Consagra e Venezia, oppure da una chiesa (Quaroni) – fortunatamente crollata mentre non c’era nessuno – che mi ricorda il serbatoio di carburante della Kendall al porto di Barletta dove sono nato. Gibellina è una città dove sorgono 5 orrende piazze, assolate e inservibili (Purini-Thermes), un’abominevole “porta” a stella,  realizzata da Consagra, che sembra uscita dal monumentalismo della porta delle scimitarre di Saddam Houssein a Bagdad. L’edificio più celebrato di Gibellina è squallida palazzina (la“casa del farmacista”  di Purini), che potrebbe sorgere in qualunque periferia italiana; ma Gibellina è anche il luogo dove, dulcis in fundo, sorge una vergognosa colata di cemento (il Cretto di Burri) che, oltre a simboleggiare il potere della cementificazione mafiosa siciliana, ergo la mancanza di rispetto per il paesaggio, risulta esser costato una tombola all’epoca della realizzazione e, recentemente quando è stato assurdamente restaurato … mentre la gente del posto soffre la sete!

Insomma, Gibellina Nuova è una vera “vergogna italiana” della quale i circuiti turistici possono fare a meno!

La Sicilia è una delle regioni più belle e varie d’Italia e suggerisco a tutti gli italiani di visitarla … ma, per favore, evitate Gibellina, una schifezza senza possibilità d’appello!

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Gibellina Nuova. Il sistema delle Piazze di Franco Purini … un’assurda esplanade priva di ogni possibile funzione socializzante e/o commerciale

 

 

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Il Cretto di Burri sul sito di  Gibellina Vecchia … un’immane, orrenda e costosissima crosta di cemento spessa diversi metri

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Gibellina Nuova. La Stella di Consagra

 

 

 

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La “Casa di Lorenzo” di Francesco Venezia … un allestimento brutto e costoso, quanto inutile alla collettività

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La “Chiesa” di Quaroni … praticamente una centrale nucleare

 

 

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Il Centro Congressi (inutilizzabile) di Consagra

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La “Casa del Farmacista” di Franco Purini e Laura Thermes … una brutta palazzina e nulla più

Commenti  

# ettore maria mazzola 2013-09-29 07:34
grazie
... spero aiuti a far riflettere
Ciao
Ettore
# Amministratore Commenti 2013-10-02 23:54
aiuta, aiuta!! Eccome!
Purtroppo la situazione non è cambiata moltissimo. E l'ignoranza dei committenti di simili orrori si appoggia sulla spocchia degli sperimentatori. E, mentre Pirro Ligorio si rivolta nella tomba noi speriamo che Ippolito d'Este risorga e mandi a cagare gli autori delle "nuvole" in acciaio e cemento armato e i cementificatori di professione.
# Antal Nagy 2013-10-04 12:29
Un grazie al Prof. Mazzola per questo chiarissimo contributo.
La cosa incredibile di tutto ciò sta nel fatto che per giustificare quelle forme e quegli usi dello spazio urbano così imposto alla popolazione, si è attraversato un oceano di questioni filosofiche, sociologiche, politiche e "filantropiche", nonchè teorie su teorie sull'estetica contemporanea, sulla forma che segue la funzione, etc. etc.. Bene, se questo è il prodotto finale di ciò che insegnano all'università.. propongo un nuovo '68. Ma questa volta per ribaltare tutto e ritornare a copiare le "vecchie" cose. Recentemente, in occasione della commemorazione del grande Prof. Paolo Marconi, purtroppo scomparso l'estate scorsa, Paolo Portoghesi ha messo in luce un aspetto semplice e verissimo circa la bellezza delle nostre città storiche. La ripetitività. Facciate e facciate d palazzi storici, come si trovano a Roma, segnati da una ritmica di finistrelle rettangolari appese a dei marcapiani come se fossero note su di pentagramma musicale. Meraviglioso.
Invece, l'architettura contemporanea, produce molto spesso episodi isolati che non fanno altro che produrre in senso più ampio una immensa cacofonia rumorosa priva di armonia.
E qui sopra ci sono degli ottimi esempi.

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