L’erba voglio (prima puntata).

altHo deciso di scrivere una serie di lettere aperte motivate dal crescente disgusto che alcuni di noi provano di fronte a questo “meticciato” delle idee, a questo violento assalto alla normalità, a questa faciloneria relativistica che invade ogni istante della nostra vita, che ci aggredisce con questa visione entropica, in cui tutto aspira a diventare uguale a tutto. L'aspirazione a creare un popolo di decerebrati, appiattiti su degli slogan (apparentemente "forti"), abbagliati dalla corsa dell'oro come nel far west, vampirizzati dalla comunicazione massificata e digitalizzata, è il sogno di ogni dittatura dove la burocrazia della funzione sostituisce progressivamente la funzione stessa.
Tali lettere, che si opporranno alla burocrazia della funzione, andranno sotto il nome dell’ “erba voglio” quella che le nostre mamme, quando noi esageravamo con le nostre pretese, ci dicevano crescesse solo nel giardino del re; poi imparammo anche che c’era un’altra erba (quella più verde) che, invece, si trovava sempre nel campo nel vicino, accidenti a lui. Delle altre “erbe”, quelle più o meno psicotrope, al momento non ci interesseremo, ma vedremo presto che l’omologia vegetale ben si presta a dimostrare l’alterità, anzi la schizofrenia di un mondo che relativizzando, protocollando e burocratizzando tutto, ha perso completamente il senso del “normale”, costringendosi a ridefinire in continuazione i limiti di legittimità per qualsiasi cosa, a partire dalla salute, dalla sessualità, dalla stessa vita. Ma inseguire questa esponenziale “relativizzazione” che accelera spasmodicamente il cambio dei suoi parametri, richiede una inquisitoria e spocchiosa fede laica, che si sostituisce sempre più a quella “religiosa”.
Quindi più che “voglio”, avrei dovuto scrivere “vorrei” perché in questa serie di lettere aperte, che usciranno al ritmo di una alla settimana, esternerò (oggi tutti esternano qualcosa e quindi, perbacco, posso esternare anch’io) alcune nostalgie per delle modalità di vita ormai scomparse, ormai “rottamate” dal materialismo bancario, marxista, capitalista, consumista, populista…o chiamatelo come vi pare ma sempre di materialismo si tratta; quel materialismo che classifica, e poi massifica, affitta e vende tutto: le idee, i valori i principi e ovviamente anche le anime.
E quindi farò dei piccoli proclami, poco filosofici, poco catastrofisti, poco misteriosofi e poco complottisti.
Cercherò di dire delle cose semplici perché a volte chi si occupa dei massimi sistemi si dimentica come si fa ad aprire una bottiglia.
Qui a Simmetria ci sono degli scommettitori che giurano che a tali proclami non ci sarà alcuna risposta; altri immaginano delle accuse di oscurantismo romantico e altri, anche peggio.
Per coloro che fossero perplessi e trovassero poco spirituali o poco esoteriche le considerazioni a seguire vorrei ricordare che una vera spiritualità e un vero esoterismo finalizzati al Bene e al Bello, nascono in un terreno Puro, in un terreno Antico, adamitico, in un terreno coltivato, in un terreno reso Fertile da Valori elementari radicati nel Cuore.
I nostri avi, nel medioevo, chiamavano l’insieme profondo di tali valori con un nome bellissimo, ineffabile e denso di simboli arcani: “Cortesia”.
 
Partendo da tale premessa la mia ricerca sull’erba voglio inizia volutamente dalla Salute, da Eigheia, la bella figlia di Esculapio, che integra nella pentade pitagorica, tutto ciò che contraddistingue la via del ripristino della “normalità” nell’uomo. La salute del corpo e dell’anima, cose tra loro inscindibili[1]. 
E la Salute dovrebbe essere il campo di studi del Medico. La radice semiologia di medico, e di medicina è med da cui “mederi”, curare. Come ben sappiamo tale radice è la stessa di meditare. Meditazione e medicina furono quindi... parenti assai strette e, fino a qualche decina di anni fa, in alcuni casi, lo erano ancora.
 
Per tale ragione, con fede e con protervia, voglio finalmente andare alla ricerca di un medico, un medico vero!!
Lo cerco da circa 59 anni: da quando ancora bambino scoprii che l’ultimo dei Moicani, il mio vecchio medico di famiglia, non c’era più ed era stato sostituito da un segaligno e frettoloso dottore che non mi piaceva affatto e che aveva fretta, perennemente fretta.
Il vecchio dottor Ciancarelli, invece, non aveva mai fretta; veniva sempre a casa perché, parole sue, il luogo migliore dove curarsi è la casa. Sosteneva, e poi perfino la ricerca statistica gli ha dato ragione, che gli ospedali sono dei centri micidiali per la diffusione delle malattie. Insomma si entra per curarsi gli occhi e si esce con una infezione intestinale. Non credo di aver mai visto lo studio del dott. Ciancarelli o forse, si, una volta che andammo a fargli visita con mia madre. Aveva uno studio elegante, silenzioso armonico e c’era sempre della musica classica che proveniva da qualche parte. 
Quando arrivava a casa mia, si sedeva vicino al mio letto e in genere diceva: “mamma mia, che malato grave!” Poi mi guardava il colore degli occhi, mi palpava sotto il collo e mentre proseguiva la sua scrupolosissima visita mi parlava delle marachelle dei suoi figli, e poi voleva sapere come ero andato a scuola. Mi chiedeva quale materia mi piacesse di più, e in quale avessi dei problemi. Voleva sapere tutto su quell’acida della professoressa di scienze e io mi sfogavo e gli raccontavo di quali iniquità fosse stata capace; nel frattempo mi visitava ogni centimetro quadrato di pelle. Con calma tirava fuori il suo fonendoscopio e dopo, poiché non si fidava degli strumenti, neanche di quelli più semplici, appoggiava l’orecchio sulla mia schiena. Con calma e serenità. Mi bussava come un tamburo, e mi faceva dire “trentaquattro” perché (e io ci ridevo moltissimo), trentatre era… troppo poco. Molti anni dopo mio padre mi spiegò che si riferiva ai gradi massonici, perché il suo ex primario, con cui non andava d’accordo, era massone. Il dottore mi sentiva l’alito, guardava le urine, e voleva sapere per filo e per segno cosa avevo mangiato e come si svolgevano le mie funzioni biologiche. Ovviamente mi sentiva il polso per molti minuti, le ghiandole, la pancia. Insomma stava mezz’ora a rivoltarmi come un calzino. In genere cercava di non darmi proprio nulla; solo qualche cosa per abbassare la febbre.
In casi più gravi prescriveva pochissime medicine e mi consigliava una dieta, ogni volta diversa, a seconda della malattia. A volte mandava i miei a comprare delle erbe che, a Roma, si trovavano solo in alcune vecchie farmacie. Cataplasmi da mettere sul petto o sulla parte malata, e inalazioni con olii e erbe da annusare sotto l’asciugamano a profusione.
In genere rimproverava mia zia che abbassava la luce e chiudeva le persiane: “Spalanchi tutto e cambi un po’ l’aria, altrimenti ‘sto ragazzo crede di star male davvero!”.
Dopo un po’ arrivava la mia mamma con la faccia ovviamente preoccupata, e gli offriva il tè. Lui accavallava le gambe, si appoggiava alla poltrona, e lo prendeva con noi, sorridendo sotto i suoi accattivanti baffoni (tipo quelli del signore che fa la pubblicità alla birra Moretti); infine, dopo aver tranquillizzato mia madre, immancabilmente, iniziava a parlare piacevolmente di astronomia e di filosofia con mio padre.
Era uno degli ultimi medici ad essersi laureato in filosofia e medicina. Eh già: una volta le lauree in medicina erano precedute da quella in filosofia o a volte in teologia. Strano? No, no: era proprio così. E poiché questo vuole essere un articolo semplice per uomini semplici, non mi soffermerò sui significati e le modalità di conseguimento di tale laurea. 
Insomma Ciancarelli non era un dottore ma era un medico.
Quando se ne andava (mai prima di un’ora e mezza) mi dispiaceva sempre. Era un amico, amico dei miei, un conoscitore del corpo e dell’anima di ognuno, e questo portava ad un rapporto di fiducia totale, che durava da decenni.
Sentivo che mi voleva bene e che non aspettava di caricare la visita sulla mutua, o di farsi pagare qualora si trattasse di una visita privata; sapevo quante volte era intervenuto gratis presso persone in difficoltà economiche del mio quartiere, e questa sua generosa empatia mi scaldava l’anima e… mi faceva perfino scendere la febbre dopo poche ore.
Molte volte venne di corsa, durante la notte, senza mai chiedere una lira perché qualcuno della nostra famiglia stava male sul serio. Ovviamente i miei trovarono sempre il modo di sdebitarsi ma era la sua posizione autenticamente “ippocratica” a farne un medico vero. 
Lui curava, anzi faceva una cosa ancora più incredibile: guariva.
Quasi tutti i medici che ho conosciuto dopo (salvo eccezioni particolarissime) facevano coincidere la loro attività con la prescrizione di analisi e medicine. E c’è una grande differenza tra curare e prescrivere medicine e analisi.
Nel rapporto medico paziente manca ormai completamente la diagnosi che precede ogni analisi di laboratorio, in quanto tutto è ormai affidato alle ecografie, alle “endoscopie” di vario genere, alla chimica del laboratorio: alle macchine, insomma. La cura è una pura e semplice conseguenza di ciò che dicono le macchine. E in tutto ciò, il medico a che serve?
Malattia è un termine che deriva dalla radice indoeuropea mel che si ritrova nel greco méleos (vano) e nell’armeno melk (peccato, infrazione). Infatti nei vari derivati semplici e complessi come malia, ammaliare, malinconia, malizia, ecc) compare l’assenza del bene, il danno, la sventura il disordine che si concentrano in un corpo o in un’anima.
Cristo, il Medico Supremo per eccellenza, guarisce e “monda” il lebbroso…dai suoi peccati.
Modernamente, invece, la malattia è una semplice alterazione rispetto a parametri fisiologici standard. E per quale misteriosa ed arcaica ragione tali parametri "abbiano deciso" di alterarsi, fa parte di un'indagine che esula dal compito ordinario del medico "moderno".
Per cui un uomo non è più un essere speciale, unico nel suo genere, ma una macchina biologica, che deve avere determinate performances.
L’anima, il carattere, i sentimenti, le emozioni, le predilezioni, i dolori morali, gli errori (ben rappresentati nella straodinaria teoria degli "umori" che pervadeva la medicina medievale e rinascimentale)….contano poco: il medico agisce e scrive ricette quando la Ves o i trigliceridi stanno fuori di un determinato range. Tutto ciò si chiama “protocollo”. Se il medico si muove nella burocrazia dei protocolli nessuno potrà mai dirgli che ha sbagliato.
Si, è vero, ormai da molti decenni hanno preso vigore le varie branche della medicina olistica. Chissà, forse qualcuno si è accorto che l’uomo non è proprio una macchina. Ma tale parziale riscoperta dell’antico è è stata immediatamente risucchiata dalla mentalità “moderna”. Si sono immediatamente formate le “caste”, la farmaceutica naturopatica, quella erboristica, quella omeopatica e sono nati i soloni delle medicine alternative: lobby contro lobby.
Questa invasione di terapie alternative, più o meno validate, questa invasione di guru ayurvedici, omeopatici, agopuntori, riflessogeni….ecc.ecc che diventano “terapeuti” dopo qualche mese di “formazione”,  oscillando tra la figura dello shamano siberiano e quella dello scienziato pazzo californiano, sta adottando le stesse modalità affaristiche dei grandi circuiti delle multinazionali del farmaco e degli apparati diagnostici, produttori delle centinaia di migliaia dei cosiddetti “presidi medici”. Infatti le grandi case farmaceutiche, che hanno ben capito l’affare, hanno ormai quasi tutte una linea “alternativa”, floreal-erboristica.
Aihimé, la medicina non cambia l’uomo che la prescrive!!
 
Ai tempi del Dott Ciancarelli capitò più volte che avessimo bisogno di interventi ospedalieri. Era lui a prendersi cura di tutto, consigliava dove rivolgersi, dava riferimenti e, salvo urgenze imprevedibili, intendeva sempre parlare prima con l’altro medico o chirurgo dal quale fossimo andati. Una volta fu lui stesso a portare mio padre in ospedale per un’ernia, con la sua vecchia auto malandata. Follia?
 
Ecco io voglio un medico così, senza tre telefonini per ogni tasca e un elenco mutuati grande come un vocabolario.
Non m’interessa che abbia conseguito tre “phd” e specializzazioni multiple sulla fenomenologia dell’orticaria primaverile o sulla tolleranza al fumo nei pazienti sopra gli 80 anni.
Non voglio neanche un supermedico con uno studio ipertecnologico, con le poltrone anatomiche e gli effetti speciali.
Non voglio un medico che svolazzi con il suo camice tra le corsie degli ospedali-lager, leggendo cartelle asettiche e affidando i protocolli alla sua corte di praticanti.
Voglio un medico che non vada ai convegni delle multinazionali farmaceutiche e che non mi prescriva esattamente quei prodotti sponsorizzati dalle suddette multinazionali, ma scelga con coscienza. I principi attivi della medicina sono pochi, anzi pochissimi. I prodotti che li usano e invadono il mercato sono invece migliaia. La differenza consiste nel produttore nel colore della confezione…e nel prezzo..
Voglio un medico che non si lavi la coscienza riempiendomi di antibiotici e distruggendo le mie difese immunitarie senza prima aver pensato se la famosa "cura della nonna" non può essere altrettanto efficace.
Voglio un medico che abbia scelto questa facoltà perché desideroso di dedicare la sua vita ad alleviare la sofferenza degli altri.
Non lo voglio allopatico, né omeopatico, né sinergetico, né ayurvedico.
Voglio un medico che abbia voglia di parlare della mia vita ma anche della mia morte.
Voglio che abbia un’anima e che prima di tutto, abbia voglia di curarmi e di guarirmi. Che s’intenda di fisiognomica e che capisca come sto dal tono della mia voce.
Voglio un medico che sappia avere compassione (esattamente il contrario della separazione emotiva consigliata ai neolaureandi).
Voglio un medico che non abbia fretta, che sappia ascoltare il paziente e che comprenda che tra paziente e medico l’essere più importante è il paziente. Il paziente è il centro, lui è l’oggetto ma è anche il soggetto. Lui va trattato con riguardo, lui soffre. Lui non è un numero.
E maledetto sia colui che tratta male il paziente, e gli da del tu senza esserne stato autorizzato!
 
La "sanità", ormai lo sappiamo tutti, è l’affare più grande di questo secolo; altro che petrolio! Un mondo di longevi, tutti più o meno malandati, tutti bisognosi di analisi e medicine a pioggia, rappresenta un Pil spaventoso. Siamo certi che tutti coloro che tengono le fila di questa prodigiosa macchina per fare soldi abbiano interesse a farci star bene e non, piuttosto, a tenerci ammalati il più a lungo possibile come le mucche degli allevamenti intensivi?
Ecco, voglio un medico che si sottragga a tale macchina infernale e che se ne freghi dei protocolli.
Voglio, e questo forse è proprio troppo, un medico che sappia pregare quando si sente incapace di risolvere un problema.
Esiste ancora un fenomeno paranormale del genere?
 
Se esiste è pregato di scriverci. Stiamo fondando una società di professionisti che credono nella loro professione e non solo nei soldi, e che vedano nella “cura” il vero senso del loro lavoro. Cura parola antica forse dalla radice kwei (sollecitudine, impegno amorevole verso ciò di cui ci si occupa al fine di trasformare in salute (salus-salvezza) ciò che prima era malattia, cercando i metodi più semplici possibili e il contatto continuo con ciò che va curato).
 
Ma non ho finito qui. Nei prossimi editoriali la mia ricerca si estenderà verso tematiche sempre più elementari, minimali. Forza, amici della filosofia, dell’alchimia, dell’ermetismo, della spiritualità: andiamo nel mondo delle cose semplici. Magari sono meno semplici di quanto sembra.


[1] Chi volesse approfondire il tema, oltre ai numerosi articoli presenti in questo sito può rifarsi anche alla terza edizione del mio “Ritmi e Riti”.

Commenti  

# Dalmazio Frau 2014-04-22 07:41
Confermo tutto. L'unico medico vero che abbiamo avuto per anni è stato il Dott. Luigi "Luisito" Morchio, a Chiavari. Dopo di lui il nulla. Eccellente diagnostico "de visu", poche medicine, proprio come dice Claudio. Ha curato mia nonna dalle ustioni di III grado a casa, VENIVA A CASA, insomma faceva tutto ciò che scrive Claudio e che oggi non fa più nessuno.
# Antal Nagy 2014-04-24 09:58
Se ci si lamenta adesso che ancora il medico lo possiamo vedere in faccia a studio, figuriamoci nel prossimo futuro. Già ci vogliono micro-chippare tutti quanti come fanno con i cani, poi, non contenti, oltre a facebook, avremo anche bodypicture, il social passato dalla mutua per socializzare tra malati di emorroidi e cardiopatici. Il nostro dottore quindi, invisibile come il Mago di Oz, schiaccerà un tasto e la visita ce la farà direttamente a casa nostra tramite Caterina, l'androide di Alberto Sordi, con sommo gaudio di qualche erotomane. A parte gli scherzi, il problema è che di questo scenario surreale, il chip impiantato sarà invece l'unica cosa probabile.. pensiamo soltanto alla pubblicità che girava fino a poco tempo fa per la banca del DNA.
# Claudio Lanzi 2014-04-26 22:26
,
Riceviamo dal dott. Enrico Cardesi, di cui conosciamo l'opera sia in ambito medico che quale scrittore questo pregevole e gradito commento.
Talmente pregevole che, rispondendogli di persona ho quasi tentato di adottarlo come medico.
Allora è vero! I medici, forse, esistono ancora.


Caro Ing Lanzi
Seguo da tempo i suoi scritti e la sua attività e credo di nutrire una naturale simpatia e un particolare interesse per il lavoro instancabile svolto da anni a favore di un’autentica crescita spirituale, liberata da orpelli e da pregiudizi.
Sono un anatomopatologo, ormai in età da pensione: un medico, quindi, che Foucault collocherebbe tra coloro che confezionano la verità e la conoscenza scientifica della malattia, del corpo e della vita a partire dalla violenza del cadavere dissezionato, attraverso la rappresentazione di un corpo morto.
Forse dai tempi della Nascita della clinica alcune cose sono un po’ cambiate. Le autopsie (il vedere con i propri occhi) sono drasticamente diminuite in tutto l’Occidente in modo direttamente proporzionale all’incremento e all’attendibilità della diagnostica per immagini. In Oriente non hanno mai costituito un indice di conoscenza per motivi culturali e economici.
Resta il fatto che il patologo – figura sconosciuta ai più – oggi produce diagnosi istologiche al microscopio su artefatti, prelievi di tessuti e liquidi corporei dei quali viene bloccata la vitalità (cosiddetta “fissazione”) per analizzarne struttura, forma, disposizione. Come per qualunque atto clinico la diagnosi è condizionata dalle modalità percettive, dalla capacità di interpretazione, dalle condizioni del prelievo e da altri fattori ancora. Anche in ambito medico molti credono ancora che sia sufficiente mettere un preparato sotto l’obiettivo del microscopio per ottenere automaticamente una diagnosi definitiva!
L’unica denuncia, rapidamente archiviata, della mia carriera è stata da parte di una paziente operata da uno dei migliori specialisti, di livello internazionale, del mio ospedale. Avevo sbagliato la diagnosi sul pezzo operatorio, errore prontamente riconosciuto e certificato in seconda battuta e, a causa del quale, essa non aveva riportato conseguenze di sorta. Alla richiesta del collegio peritale: «Lei come sta ora?» la risposta fu «Bene, vado regolarmente ai controlli da chi mi ha operato». E ancora: «Allora, perché ha denunciato i medici?». «Perché chi sbaglia deve pagare!» fu la risposta. Tra l’altro, il perito di parte sarà denunciato dal giudice per falsa perizia.
Si tratta di un’esperienza personale, neppure tra le peggiori oggi possibili nella professione.
Allora veniamo al medico che lei desidererebbe e con il quale anche a me piacerebbe confrontarmi.
È ancora possibile oggi, nella società in cui viviamo, l’esistenza di un medico con le caratteristiche enunciate? Siamo sicuri che un medico così, non influenzato dagli stakeholder delle case farmaceutiche, rinunciando alla funzione di gatekeeper e al ragionamento basato in prevalenza sulla evidence based medicine, riuscirebbe a sopravvivere materialmente e professionalmente?
Sappiamo in molti che oggi la medicina cura prevalentemente i sani e cronicizza i malati. In quest’ambito un medico compassionevole, predisposto all’ascolto, desideroso innanzitutto di alleviare la sofferenza prima di prescrivere analisi e medicine, costituirebbe uno straordinario viatico umano e morale.
Sul risguardo di un vecchio libro ritrovo un mio appunto, privo della citazione autorale (forse la profondità dei pensieri costituisce un patrimonio che trascende la soggettività): «Esiste l’altra metà dell’uomo, che non è soggetta al peso e alla misura, ma che può essere determinante sia a livello patogenetico che terapeutico. A questa metà, ineffabile e sfuggevole, non si attaglia né la verificabilità galileiana né la falsificabilità neopositivista, ma privarla della possibilità di esprimersi e di lasciarsi comprendere, significa privare l’uomo di una reale possibilità di cura».
D’altra parte José de Letamendi, celebre umanista e patologo dell’Università di Madrid nella seconda metà del XIX secolo, affermava: «Chi conosce solo la medicina non conosce neanche la medicina».
C’erano uomini così e c’erano medici così fino, forse, alla prima metà del secolo scorso. Che cosa sia successo dopo è sotto gli occhi di tutti. Cosa fare?
Qui possono entrare in gioco quei valori fondamentali che cerchiamo di praticare con le nostre misere forze: il riconoscimento innanzitutto, per immunizzarci dall’assalto di ciarlatani e lestofanti pronti a speculare sulle debolezze e sulle speranze del prossimo; l’autorevolezza, che discende dalla testimonianza personale più che dalla divulgazione di verità effimere e senza fondamento; un approccio simbolico alla vita che contempli la morte come naturale compimento di un grande dono e di un grande sogno che ci è stato offerto nel segno di una destinale gratuità («La morte è il solo mezzo mediante il quale lo Spirito può cambiare forma» insegnava Böhme).
Non è un processo facile da attuare, come sappiamo.
La vita, in fondo, è solo una questione di forma e il medico consapevole sa che può promettere soltanto di curare, non di guarire. Per questo ogni etica contrattualistica è destinata a sortire effetti perversi.
Con l’occasione le invio, come sempre, i miei più cordiali saluti (un giorno, chissà, riusciremo anche ad incontrarci di persona)

Enrico Cardesi
# Claudio Lanzi 2014-04-27 10:22
Ci ricorda Vittorio Rossi che un "medico diverso" e cioè il Prof Antonio Negro, lo abbiamo conosciuto diversi anni fa:

http://www.simmetria.org/contenuti/articoli/43-altri-articoli/576-in-ricordo-del-professor-antonio-negro.html
# Claudio Lanzi 2014-05-14 13:45
LEGA NAZIONALE CONTRO LA PREDAZIONE DI ORGANI
E LA MORTE A CUORE BATTENTE
[b]Troviamo particolarmente interessante il testo del Comunicato Stampa di Nerina Negrello (che riceviamo periodicamente) che ci sembra s'inserisca molto bene nel tema che stiamo trattando. L'uomo considerato come insieme di pezzi di ricambio e non come un essere unico, degno di rispetto per tutte le sue funzioni e le sue parti materiali e spirituali, è conseguenza della decadenza generale dei valori che dovrebbero caratterizzare la professione medica.

24121 BERGAMO Pass. Canonici Lateranensi, 22
Tel. 035-219255 - Telefax 035-235660
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COMUNICATO STAMPA
ANNO XXX – n.10
13 Maggio 2014

PIANO DI INCREMENTO PER ESPIANTI-TRAPIANTI
L'EUROPA DIRIGE L'ORRORE

Il Rapporto della Commissione Europea per la Salute (Newsletter 25.04.2014) parla chiaramente di soddisfazione per l'incremento della disponibilità di organi e di trapianti nonché di un piano per ulteriori sforzi per soddisfare le richieste dei malati che vogliono il ricambio.
Deve essere chiaro che aumentare la disponibilità di organi vivi significa in primis aumentare le dichiarazioni di “morte cerebrale” su persone che la malattia o un incidente faranno cadere in coma.
Questo indirizzo della Commissione europea può trovare terreno fertile e pericoloso in Italia, considerato che la legge italiana (L. 578/93, D.M. 582/94, L. 91/99) non prevede il caso che i medici che eseguono i protocolli possano certificare falsamente la “morte cerebrale” per imperizia o per dolo, né prevede alcuna punizione del reato.

Gli organi non sono sufficienti per la richiesta? L'Europa enuncia che il suo obiettivo principale è e sarà sostenere lo sviluppo della donazione da viventi (sani ndr). In Italia hanno tempestivamente obbedito al diktat, anzi anticipato, con le leggi che permettono il prelievo, da viventi, di rene, parte di fegato, di polmone, di pancreas, di intestini. Diventeremo una nazione di menomati, o moriremo come martiri sul tavolo operatorio, per i ricatti di una sanità malata.

http://ec.europa.eu/health/blood_tissues_organs/organs/index_en.htm

Traduzione e diffusione:
Lega Nazionale Contro la Predazione di Organi e la Morte a Cuore Battente
www.antipredazione.org

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