l’Erba Voglio (seconda puntata)

altNell’articolo precedente cercavo un medico. Questa volta cerco un personaggio altrettanto importante e potente: cerco un giudice. Si tratta di due categorie, quella del medico e quella del  giudice, con immense possibilità di fare del bene e del male nella sfera pubblica e privata. Entrambe le categorie agiscono su parametri fondamentali per la sopravvivenza dell’uomo: la salute e la libertà. Entrambe sono dotate di un potere spaventoso: quello definire attraverso quale via si amministrano la correzione, il cambiamento, la cura (per il medico la cura del corpo, per il giudice la cura del diritto).

In diverse strutture teocratiche antiche il giudizio supremo era riservato al rex o al sommo sacerdote. La Verità, questa cosa meravigliosa ed insondabile, veniva invece affidata alla Sapienza Divina con prove (ad esempio le ordalie) che, viste con occhi “moderni”, potrebbero sembrare assurde e che non hanno nulla di “scientificamente” oggettivo ma alle quali si dava credito assoluto. A Roma, forse per la prima volta in modo sistematico, il diritto abbraccia la dialettica e nascono gli antesignani degli avvocati che comunque diventavano tali soltanto attraverso un cursus honorum molto particolare.Oggi si arriva all’esercizio della facoltà di amministrare (e interpretare) la legge e la cura, attraverso un corso di studi universitari che abilita a giudicare. Il medico giudica quali sono i sani e quali i malati; il giudice quali sono i “cattivi” e quali sono i “buoni”.

Per decidere la linea di confine tra gli uni e gli altri esiste  un corpus spropositato, una letteratura storica immensa, continuamente aggiornata. Protocolli giuridici e protocolli medici, fanno da riferimento e creano statistiche e probabilità sulle quali ci si basa per decidere. Tale corpus, tra cavilli, varianti, interpretazioni è talmente vasto che si tenta continuamente di semplificarlo. E’ come un automobile, che ognuno sa guidare ma ormai più nessuno sa più come sia fatta dentro. E per questo nascono gli specialisti, abilitati ad emettere sentenze ma limitatamente al loro settore. Come nell’auto c’è lo specialista delle gomme, quello dell’impianto elettrico, quello della carrozzeria, così nella medicina c’è lo specialista del cuore, quello dei reni, quello del cervello, e così nella giurisprudenza c’è lo specialista del lavoro, quello penale, quello civile, ecc. ecc.

Eppure l’uomo è un essere unico e ogni suo elemento, fisico o psichico, è intimamente connesso a tutti gli altri. Come si fa a giudicarne una parte senza tener conto dell’insieme?

Ovviamente ci sono i “consulti”. Ognuno emette la sua diagnosi parziale, dal suo parziale punto di vista. La somma delle diagnosi delle analisi tecniche dovrebbe consentire una valutazione dell’insieme. Ma è vero che la somma di elementi eterogenei ricostruisce un tutto omogeneo?        Come se lo studio dei sintomi, la conoscenza di “fatti” parziali, concernenti un solo aspetto della vita di un uomo, attraverso determinati parametri dettati da protocolli (che siano protocolli legislativi o terapeutici non c’è grande differenza) fosse sufficiente a giudicare la qualità delle cose, la natura dell’uomo, i suoi problemi, i suoi perché più profondi. Di questa insondabilità si accorse molto bene Pirandello; ma la sua straordinaria profondità è sempre rimasta confinata tra le pagine dei libri o sulle scene dei teatri.

Proprio per le tante equivalenze tra i ruoli a me sembra che il detto “medice, cura te ipsum” sia ben trasferibile al giudice, attraverso un più imbarazzante “iudex, iudica te ipsum”. Cosa è che consente ad un giudice, anche se privo di alcuna virtù iniziatica, anche se privo di qualificazioni morali comprovate, di giudicare: forse la conoscenza (ovviamente parziale) del corpus giuridico, delle norme e delle leggi? E’ dunque sufficiente studiare legge, giurisprudenza, per diventare giudici? No, non lo credo affatto. Penso che per poter essere abilitati a stabilire delle pene e a definire cosa sia e cosa non sia “giusto” si debba transitare attraverso un vaglio spirituale, psichico, animico che nessuno si sogna più di fare. Esattamente la stessa cosa che dovrebbe essere fatta per abilitare all’esercizio della medicina. Ma a cosa serve una tradizione se non a rendere possibile un “archetipo” utopico che ripristini il sacro nella giustizia disinfettandone la laicità e la parcellizzazione imperante? Dunque proviamoci.

 

La Giustizia “laica”, “sociale”, “civile” così come oggi è più o meno universalmente intesa, è necessariamente amministrata da un giudice “laico”. Ricordo che già con Carneade e con i Sofisti iniziava a profilarsi l’identificazione tra giustizia e utilità iniettando quel virus per cui una cosa è tanto migliore quanto più diventa socialmente utile. Con Hume tale assunto diventerà assai esplicito. Egli infatti dice che: “L’utilità ed il fine della Giustizia è di procurare la felicità conservando l’ordine e la sicurezza”. Tale reductio porta a considerare la giustizia come soluzione (o compromesso) necessario a sanare gli attriti di certe situazioni umane. Con Kant e con l’illuminismo la Giustizia diventa poi la difesa di una costituzione civile e si assimila sempre più al conseguimento della “libertà” (intesa sempre in senso sociale).

Ogni tentativo di estensione universalistica della giustizia, prescindendo dalla trascendenza e dalla religiosità (quindi dalla esistenza di Valori o Principi Assoluti), ha sempre portato alla definizione di criteri relativi, applicabili ad un determinato ordinamento umano; per cui, cambiato ordinamento, cambiano i criteri di giustizia. Forse l’unico aspetto della giustizia che seguita a restare in piedi, indipendentemente dalle regole dello stato civile è quello di  “reciprocità” per la quale ognuno deve attendersi dagli altri quanto gli altri si attendono da lui. L’ispirazione evangelica, in questo caso è più che evidente e l’attenzione verso il cosiddetto “prossimo” diventa realmente la pietra di paragone, quella con cui misurare la coerenza e la correttezza dell’agire umano.

Voglio perciò un giudice che, prima di osare di decidere sul destino del suo prossimo, si sia ritirato per 10 anni in un eremo in montagna, dove abbia incontrato i suoi dubbi, le sue fragilità.

Voglio un giudice che abbia seguito una disciplina spirituale in un monastero, con un maestro severissimo e che abbia praticato la meditazione e il silenzio per anni.

Voglio un giudice che abbia imparato che sopra di lui esiste un Altro Giudice infinitamente più saggio. Non m’importa che lo chiami “Dio”, o “Coscienza cosmica” o “Legge suprema dell’universo” o “Inconscio collettivo”. Però voglio che si renda conto che esiste una Legge assai più profonda di quella che lui e qualsiasi altro uomo è in grado di comprendere o emanare e che amministrare una giustizia in terra, prescindendo da quella divina, è pura presunzione. Per essere più chiaro e non confondere quanto sopra con un semplice devozionalismo, vorrei osservare che nessuna giustizia umana può mettere in prigione… un vulcano, o un terremoto… o una malattia, anche se li ritiene ingiusti. Una legge cosmica, o se preferiamo divina, interferisce sempre con quella umana e anche se volessimo occuparci soltanto delle relazioni tra esseri viventi, non potremmo mai prescindere da una natura che, con un soffio, può spazzare via ogni nostra pretesa di giustizia umana.

Perciò voglio un giudice che abbia indagato spietatamente nella sua stessa anima e nelle leggi della natura, nei suoi vizi e nelle sue aberrazioni, e si sia umiliato di fronte alla sua ignoranza e alla vastità di questo ineffabile e inconoscibile Ente che sovrasta i suoi errori e quelli di ogni uomo.

Voglio un giudice che abbia provato il carcere e la privazione della libertà in modo da essere ben consapevole cosa voglia dire toglierla agli altri.

Voglio un giudice pronto a pagare per i suoi errori.

Voglio un giudice che abbia ovviamente studiato le leggi degli uomini ma che abbia indagato anche in quelle degli Dei. Un giudice che non conosce le dottrine religiose e tradizionali della sua gente come può mai comprendere le arcaiche radici motivazionali delle azioni che vuole giudicare?

Voglio un tribunale dove non ci sia scritta quella espressione consolatoria “La legge è uguale per tutti” quando tutti sanno che si tratta di una bugia clamorosa.

Voglio un tribunale dove ci sia scritto “Tutti gli uomini sono uguali di fronte a Dio ed io che giudico…non sono Dio".

E, al termine di questo percorso, voglio un giudice che venga eletto da un collegio di filosofi, di psicologi, di vecchi, vecchissimi saggi, di sacerdoti, e che sia vagliato sulla sua assoluta equanimità.Nessun giudice perciò dovrebbe avere meno di 50 o 60 anni perché senza una lunga esperienza di vita non si può conoscere l’animo di nessuno e tantomeno il proprio.

Mi viene da ridere quando penso a tutti i politici che vogliono fare riforme della giustizia.Ma può essere che quei presuntuosi, che periodicamente presiedono a tali riforme non capiscano che la Giustizia non  è un “apparato” non è una funzione, ma una delle 4 Virtù Cardinali? Ma come fai a modificare una Virtù? L’unica cosa che forse è possibile modificare è il Giudice. Quello che alberga e tiranneggia dentro ognuno di noi e separa il giudicante dal giudicato, che è sempre "altro" rispetto a noi. 

C’è stato un Giudice che ha fatto cadere i sassi dalle mani della giustizia “popolare” dicendo: “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. E sappiamo bene che quel Giudice è stato a sua volta giudicato, condannato e ucciso dalla giustizia di parte. Quella che ragiona per dimostrare il proprio potere e non per conoscere il Vero. In realtà il Vero è a volte imbarazzante, fulminante, illogico, irriverente nei confronti di tutto e di tutti. Forse per questo la giustizia umana non può cercare il Vero ma solo il confronto con le regole farraginose e i pregiudizi degli uomini. E tali regole e pregiudizi a volte vengono chiamati “leggi”.

Mi viene da osservare che, così come una lunga malattia tiene in piedi artatamente la macchina della “sanità”, così un lungo processo tiene in piedi per decenni la macchina della “giustizia”. E forse su questo strano parallelo, varrebbe la pena di riflettere.

Una volta, in un processo in cui ero testimone, incontrai una donna, giudice giovanissima. Era un processo stupido e inutile, come, a mio avviso, sono stupidi e inutili buona parte dei processi. Lei ne era consapevole ed era anche consapevole della assurdità della causa in corso e anche del giudizio che ne sarebbe fatalmente derivato (dopo anni di attesa). Per la “legge” l’accusato aveva torto ma, indagando anche superficialmente nelle complesse carte dell’accusa, si capiva benissimo che l’accusato aveva semplicemente difeso un principio morale assai più alto, con buonafede, coraggio, grande generosità e altruismo; ma, per farlo era stato costretto a infrangere alcune regole burocratiche, senza però far male o offendere nessuno se non la macchina infernale della burocrazia statale. Parzialmente (perché il ginepraio della giustizia non le consentiva di fare meglio) ammise, durante lo stesso giudizio, il suo imbarazzo e poi, rincontrandola a causa terminata, me lo disse esplicitamente e fuori dai denti. Era molto arrabbiata con la Giustizia e con se stessa per averla dovuta applicare: infatti colui che secondo lei aveva ragione, era stato condannato. Si rendeva conto che esser chiamati a giudicare, sotto pressioni di ogni tipo, è una responsabilità enorme e che la legge può portare assai spesso, ad emettere giudizi assurdi e ingiusti. La incontrai casualmente dopo due anni e mi disse che non aveva più resistito: aveva smesso di fare il giudice e se ne era andata a vivere in campagna. Ecco credo che quella donna, se avesse trovato una società diversa e un modo per approfondire il suo percorso umano, con gli anni sarebbe diventata realmente un buon giudice. Proprio perché aveva smesso di esserlo seguendo i meandri dei protocolli e aveva messo in dubbio se stessa.

Esiste un… fenomeno paranormale come quello che ho tentato di descrivere?

Se esiste ancora ci scriva. Saremmo onorati di fare la conoscenza con un giudice che sia inorridito dalla giustizia umana, che non difenda la corporazione, che si ricordi ancora cosa è lo IUS, che rifiuti il modo e i tempi con cui lo costringono a gestire i processi e, infine che non abbia studiato per fare “la carriera da giudice” ma per aiutare gli uomini nella ricerca della Verità, e nella ricerca del Bene. Resterei ammirato e stupefatto.

Fai il LOGIN o REGISTRATI per inserire commenti